Senza cuoriciniLa sfortuna di Kureishi e l’arte di usare magistralmente le parole

I social hanno creato un grande equivoco: far credere a tutti di essere autori di livello. Da un letto d’ospedale, lo scrittore inglese ci ha ricordato perché lui è quello bravo

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Una volta, per sapere come gli scrittori scrivevano in privato, alle fidanzate ai creditori ai debitori agli amici agli altri scrittori, dovevamo aspettare che morissero. Per leggere i loro diari o le loro corrispondenze, ed esserne sorpresi o confermati nelle nostre convinzioni.

Elias Canetti si chiedeva cosa ci dicesse di Pavese il fatto che la sua opera migliore fossero i diari; la mia risposta è che il mio libro preferito di Francis Scott Fitzgerald sono le lettere al suo editor, Maxwell Perkins, in cui parla solo di anticipi e copie vendute (compagno Scott, compagno di niente: ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu).

Poi sono arrivati i social, e il gigantesco equivoco che scrittori siano tutti. Anche quelli che non hanno mai creato un mondo, o un linguaggio, o venduto fantastiliardi di copie. Tutti quelli coi cuoricini, tutti quei sessanta milioni di italiani cui prima o poi un editore ha proposto di scrivere un libro perché avevano più di quattordici cuoricini sotto a un post.

(Il libro più venduto in Italia la settimana dopo Natale è un romanzo rosa che non avevo mai sentito nominare. Non avevo mai sentito nominare neanche la casa editrice, sono andata a guardarne il sito e c’è scritto che la società ha un capitale sociale di diecimila euro. Finalmente un modo intelligente d’investire il bonus cultura: diventare editori di bestseller, che come disse molti anni fa Enrico Vanzina non sono mai letti dai best reader).

Hanif Kureishi è uno scrittore. Gente che di solito non sa bene che fare dei social, covi di dilettanti con eccessi d’autostima, luoghi di lettura per non lettori. Uno scrittore, in condizioni normali, i social li usa solo come scusa per non scrivere, come distrazione, come fuga.

Il 26 dicembre Kureishi si è sentito male nella sua casa di Roma, non si sa bene cosa sia successo ma pare sia caduto e, sbattendo su uno spigolo, si sia procurato una lesione al midollo, e ora non si sa se tornerà a camminare. (Il 2022 è stato l’annus horribilis degli scrittori: dall’attentato che ha subìto, Salman Rushdie è uscito senza l’uso d’un occhio e d’una mano. Salman Rushdie – ora vi sembra un’informazione ridondante, ma tra un po’ vi servirà – raggiunse il grande successo commerciale con un libro intitolato “I figli della mezzanotte”).

La voce del suo incidente girava, e quindi venerdì scorso Kureishi ha dettato alcuni tweet in cui raccontava quel che ricordava di ciò che era successo. Poi – giacché è in ospedale, e in ospedale innanzitutto ci si annoia – si è ricordato che aveva aperto una newsletter che non aveva molto usato, ma è a questo che serve essere uno scrittore che ha la fortuna di abitare un’epoca in cui puoi scrivere anche se non riesci a muovere le braccia: a fare di qualche tweet una newsletter, d’una newsletter una storia, dei tuoi inciampi qualcosa che valga la pena leggere.

Sabato, la newsletter cominciava così: «Non ero un bambino felice ma non ero neanche un bambino infelice». Un incipit che l’invidiosa in me spera fosse già su qualche hard disk, l’inizio d’un libro che Kureishi aveva già cominciato a scrivere; ma la realista in me sospetta che a quelli bravi gli incipit pazzeschi gli vengano così, in un letto d’ospedale mentre maledicono la sfiga d’aver sbattuto contro uno spigolo e di dover stare lì a farsi cambiare il catetere.

Dopo quell’incipit ci sono venti righe di purissima bravura in cui Kureishi racconta del padre che voleva fare il corrispondente di guerra, della macchina per scrivere su cui lui piccino s’esercitava bendato copiando pagine di “Delitto e castigo”, «un lieto volume che s’addiceva a un giovanotto», e di come un giorno decise di dire di sé che era uno scrittore.

Molti anni fa intervistai il fotografo David LaChapelle, che mi raccontò di come aveva cominciato: andando da Andy Warhol e dicendogli «Sono un fotografo». Avevo obiettato che all’epoca non aveva ancora fatto niente, e avrebbe dovuto dirsi un aspirante fotografo, e lui pazientemente mi aveva spiegato che no, devi dire che lo sei, perché nel momento in cui lo dici lo sei. Che è un concetto pericoloso in una società con tendenza alla mitomania, ma forse è l’unica strada per gli ambiziosi, ed evidentemente Kureishi l’aveva intuìto già da piccolo.

«Scoprii che la parola mi stava a pennello, come una bella camicia o un bel taglio di capelli, o dei pantaloni ben tagliati. Mi copriva come un mantello, la parola, e non vedevo l’ora che anche gli altri la usassero nei miei confronti, anche se ancora non avevo scritto niente. Dopotutto, a scuola avevano già usato nei miei confronti molte parole, parole come marroncino o paki o faccia di merda, quindi trovai la mia parola, mi ci attenni, e non la lasciai più andare. È ancora la mia parola».

Poi si scusa, perché è arrivata l’infermiera a fargli un clistere, che è esattamente quel che ti succede quando sei immobilizzato in un letto d’ospedale. E, se sei uno scrittore, a quel punto racconti che, l’ultima volta che t’avevano fatto un clistere prima di questo inconveniente, una volta in un ospedale presumibilmente inglese qualche anno fa, quella volta nel mentre l’infermiera t’aveva chiesto quanto ci avessi messo a scrivere I figli della mezzanotte. E, poiché l’invidia e il danaro non sono mica prerogativa di Francis Scott Fitzgerald, sono temi e pulsioni nelle quali gli scrittori prosperano, tu a quel punto avevi risposto: «Se avessi scritto I figli della mezzanotte, non pensa che sarei in una clinica privata?». 

Ieri ha scritto di nuovo – al terzo giorno siamo già lettori viziati: che bello, è pomeriggio, ora Kureishi scrive per noi – ed è tornato al tema originario della newsletter: la scrittura, la creatività. Stava spiegando che carta, che inchiostro, cosa succede quando i personaggi prendono vita, quand’ecco che: «Scusate, mi stanno iniettando l’eparina». 

Ero lì che pensavo che è già una perfetta pièce teatrale, il monologo dell’allettato interrotto dalle infermiere, quando Kureishi mi ha sorpresa di nuovo, dicendo che il processo di dettare queste righe a Isabella – sua moglie – è molto frustrante, che si era innervosito, che lei gli aveva chiesto: «Tu l’avresti mai fatto per me?».  

Gli scrittori servono a dire l’indicibile, quello che tutti pensiamo ma non oseremmo, e quindi proprio il tizio che ci preoccupavamo di non ferire dicendo a voce alta il nostro pensiero l’ha detto per noi: pensa sposarsi un figo pazzesco e ritrovarsi con un invalido. E pensa essere tutt’e due le cose, e trovare le parole per dirlo quando noialtri mediocri non troveremmo neanche la forza di salutare quella che ci fa l’eparina. 

Dicono che Kureishi sia stato molto fortunato perché la moglie è rientrata poco dopo il suo capitombolo, e ha potuto chiamare subito un’ambulanza salvandogli probabilmente la vita.

Nella sfiga, una piccola fortuna. La nostra, di piccola fortuna, è vivere in un tempo in cui quelli la cui parola è «scrittori» possono srotolare quella parola anche nelle condizioni più impossibili. 

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