Farsa continuaL’ossessione per gli anni Settanta e le origini dell’antipolitica

Un articolo del Washington Post presenta una spiazzante analogia tra gli esaltati trumpiani che il 6 gennaio 2021 assaltarono il Congresso e gli hippies del 1967. Un paragone audace, che tuttavia ha qualcosa da dire anche all’Italia

(La Presse)

Pochi argomenti, forse solo il calcio, hanno avuto in Italia maggiore e più duratura fortuna, come oggetto di dibattito, polemica giornalistica, ricostruzione storica, rivisitazione letteraria o cinematografica, degli anni Settanta e delle relative vicende politiche, specialmente per quanto riguarda l’estremismo di sinistra.

Anche negli ultimi giorni, come del resto quasi ogni giorno da ormai più di mezzo secolo, si sono accese discussioni e polemiche di vario spessore a proposito di film, fiction e documentari dedicati a quella stagione (a loro volta di diverso valore): dalla fiction in otto puntate sul generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che sta andando in onda su Rai uno («Il nostro generale») al documentario su Lotta continua trasmesso su Rai tre pochi giorni fa, fino al film di Marco Bellocchio dedicato al caso Moro («Esterno notte», seguito ideale del suo precedente «Buongiorno notte»).

Personalmente ritengo che l’ossessione del giornalismo, della letteratura, della tv e del cinema italiano per gli anni settanta si spieghi anzitutto con un dato sociologico e psicologico. In poche parole, con il fatto che il mondo del giornalismo, del cinema e della comunicazione è composto in gran parte di persone provenienti da quelle esperienze giovanili. E si sa che ciascuno di noi tende a considerare la propria giovinezza come la stagione decisiva della storia umana.

Non facendo eccezione alla regola, ma essendo più giovane, sono convinto che il momento decisivo della nostra storia sia stata la stagione di tangentopoli – quando avevo quindici anni io – con il condensarsi di quella temperie antipolitica che avrebbe spazzato via i vecchi partiti e posto le basi del populismo oggi dominante. Proprio per questo, tuttavia, nel cercare le origini di tale ideologia (o comunque la vogliate chiamare), sono stato spinto spesso a guardare non solo agli anni Settanta, ma anche e soprattutto al modo in cui i protagonisti di quella stagione ce l’hanno raccontata. E il racconto è quasi sempre un polpettone complottista fondato su debolissimi appigli fattuali (proprio come tante inchieste giudiziarie e giornalistiche degli anni successivi) in cui i terroristi appaiono quasi come degli ingenui idealisti, magari un po’ impulsivi ma tanto appassionati e sinceri, mentre i partiti democratici, sia la Dc sia il Pci, sembrano le vere associazioni a delinquere, e in ultima analisi i maggiori responsabili di tanti lutti.

Ho sempre pensato che questa intramontabile fortuna degli anni settanta fosse una caratteristica specificamente italiana, che per varie ragioni storiche (non ultima la motivazione generazionale summenzionata), aveva aperto la strada al trionfo della cultura antipolitica e larvatamente eversiva prevalsa nel nostro paese, a destra come a sinistra, dagli anni novanta in poi.

Non la faccio lunga per motivi di spazio, ma chi fosse interessato alla tesi può trovarla ben più distesamente argomentata in due importanti libri di Miguel Gotor dedicati al caso Moro: «Lettere dalla prigionia» e «Il memoriale della Repubblica», entrambi pubblicati da Einaudi (sul fatto che poi lo storico Gotor, attuale assessore alla Cultura di Roma, dopo una breve stagione da parlamentare del Pd e consigliere di Pier Luigi Bersani, abbia collaborato come consulente alla sceneggiatura proprio di “Esterno notte”, nel quale compare anche in un cammeo, si potrebbero fare ulteriori considerazioni, ma lo spazio è tiranno e la parentesi è già troppo lunga così).

L’aspetto più interessante di tutta la questione, almeno per me, è che tale singolare caratteristica della storia italiana, a quanto pare, non è affatto solo italiana. Questo almeno è quello che mi è capitato di pensare leggendo l’articolo di Joe Klein sul Washington Post dal titolo «Performance e protesta», dedicato a una spiazzante analogia: quella tra gli esaltati trumpiani che il 6 gennaio 2021 assaltarono il congresso e gli hippies del 1967. Due movimenti apparentemente – e per molti versi effettivamente – agli antipodi, che tuttavia non condividevano solo una spiccata inclinazione per l’arte performativa. «Erano parte di un continuum, un Sisifo alla rovescia in cui noi, i figli privilegiati dell’alta borghesia, facevamo rotolare giù per la collina un masso di edonismo individualista senza alcun piano per frenarlo, finché l’alt-right non lo faceva schiantare contro il Campidoglio».

Forse sarebbe ora che le nuove generazioni – nella politica, nel giornalismo, nella storiografia e nella cinematografia – cominciassero a costruire l’officina in cui montare qualche tipo di freno a questo genere di massi.