Profilo di coppia La leadership scolorita di Scholz, quella europea di Macron e i Leopard finalmente liberati

Il cancelliere tedesco supera le ritrosie sull’invio di carri armati all’Ucraina, a patto di un impegno simile sugli M1 Abrams americani, ma non cancella l’impressione di faticare a tenere il passo dell’Europa: invece di guidare il continente, Berlino si fa trascinare

Il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz
AP Photo/Christophe Ena

Questo articolo è tratto dalla newsletter di “Linkiesta europea”, ci si iscrive qui

Avete mai notato la vaga somiglianza di Olaf Scholz con Massimo Boldi? In questo cinepanettone fantapolitico, nei panni di Christian De Sica c’è Emmanuel Macron. Alla fine, le divergenze elettive tra Berlino e Parigi riflettono un po’, ma su scala europea, quelle della faglia Milano-Roma di quei film. Le titubanze del cancelliere contro la prossemica Mediterranea, ribadita nel contatto fisico, del presidente francese.

La leadership del continente è appesa a un asse francotedesco sempre meno bicefalo, sbilanciato dalle ritrosie sui panzer all’Ucraina. Peccato non sia mai diventato un triangolo, con il terzo vertice a Roma. Anzi, quel posto sembra poterlo occupare la Spagna di Pedro Sánchez più dell’Italia meloniana, in perenne maretta con la Francia sui migranti e poco incline a sfruttare il Trattato del Quirinale, di cui ora Madrid ha un duplicato. «Non l’ho ancora letto», ha detto di lui la premier nella conferenza stampa di finire anno. «Non so neppure se sia operativo».

La strana coppia ha celebrato con la grandeur, pure social, dovuta all’occasione i sessant’anni del Trattato dell’Eliseo. Abbracci e sorrisi d’intesa dopo mesi di litigi che hanno mandato in panne il motore dell’Ue, con i bilaterali congiunti saltati a causa delle vacanze dei ministri di Scholz. Persino un post di coppia su Twitter per ribadire: «Nulla è impossibile se restiamo uniti». Toni da Totti e Ilary quando smentivano i dissapori reciproci a pochi mesi dalla separazione.

«Nulla è impossibile», tranne mandare i carri armati. Sulla «coppia» ha romanzato Macron, il più prosaico Scholz ha parlato di «locomotiva» d’Europa. Nel lessico affiorano due Weltanschauung: uno include l’affetto nella sua visione della politica; l’altro, nonostante gli studi in Legge, ragiona con la freddezza industriale di un ferroviere. In compenso, faranno fronte comune al prossimo Consiglio europeo. Una leadership cerca il rilancio (ve lo diciamo con le emoji: 🇫🇷), l’altra sta affondando (🇩🇪).

Ha dapprima dovuto tamponare la ministra degli Esteri Anna Baerbock la figuraccia del vertice di Ramstein, quando – a causa delle indecisioni tedesche – gli alleati hanno offerto all’Ucraina belle parole, ma non i carri armati di cui ha bisogno per respingere le prossime offensive russe. Non aspetteremo il permesso di Scholz, ha chiarito il premier polacco Mateusz Morawiecki, e a Berlino qualcosa ha iniziato a muoversi. Non si opporrà, fa sapere, all’invio dei panzer degli altri.

Più che coalizione semaforo, semaforo giallo. Era un placet, il primo sui Leopard 2, depotenziato dal suo avvenire per interposta persona e senza intaccare il proprio parco veicoli (corazzati). Baerbock è espressione di un partito, i Verdi, più interventista degli alleati della Spd, ma entrambi hanno al loro interno un’ala “pacifista” da ascoltare. Il cancelliere incespica forse per i sondaggi, dove riemerge una frattura Est-Ovest con lo scetticismo nella parte di Paese uscita dal patto di Varsavia, ma fatica a dimostrare lo stesso coraggio di quando ha invertito decenni di non belligeranza con i cento miliardi stanziati per ammodernare l’arrugginita Bundeswehr.

Due giorni dopo l’apertura di Baerbock, trapela la soffiata che tutti stavano aspettando. Scholz libererà i leopardi, come gli hanno cantato sotto al numero uno di Willy-Brandt-Straße e scritto sui social. Media e fonti ufficiali anticipano la conferma di ieri del cancelliere. Vincolando la Francia a mandare i suoi Leclerc e, soprattutto, gli Stati Uniti all’invio degli M1 Ambrams sui cui nicchiavano, Scholz concede finalmente la green light sui Leopard 2. Anche sui suoi: un battaglione (quattordici) dentro una coalizione internazionale che da qui all’estate dovrebbe mobilitarne un centinaio.

Vista da fuori, però, la Repubblica federale sembra incapace di tenere il passo dell’Europa. Nelle incertezze degli orfani di Angela Merkel scolorisce la leadership di Scholz, con la Germania ridotta a «un blocco stradale nel cuore dell’Europa», come ha scritto il New Statesman. L’ostruzionismo – diremmo all’ungherese, se Berlino non avesse votato convintamente tutti i pacchetti di sanzioni e inviato equipaggiamento bellico per 2,3 miliardi di euro – l’ha isolata.

Invece di guidare il continente, viene trascinata. Vinta la battaglia energetica con il Cremlino, come ha notato il Wall Street Journal, è stato un paradosso questo scontro tra leader. Finché Washington non ha richiamato all’ordine, con la mediazione di Parigi, s’è vista un’imbarazzante guerra di parole che nello stallo sui Leopard 2 ha fotografato un’indecisione ben peggiore.

Vogliamo o no che l’Ucraina vinca la guerra? Siamo disposti a fare davvero di tutto perché avvenga? I carri armati potranno scandire le prossime fasi del conflitto. Ognuna, ricorda l’Economist, ha avuto la sua arma iconica: i Javelin e gli Stinger nella prima, eroica resistenza; i calibri pesanti nel Donbas e i lanciarazzi Himars nelle controffensive. Ora arriveranno i panzer, su cui il mondo libero ha (faticosamente) ritrovato un’unità. Da non perdere più, senza perdere altro tempo.

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