Lo scaldamutande La bella confusione di Piccolo e l’arte di saper parlare di sé

Il nuovo saggio (o romanzo?) dello scrittore è uno di quei libri che tieni lì e ogni tanto ne leggi un pezzo e ti fai venire un’idea nuova, così pieno di storie da far venir voglia di consumare tutto quel che emerge per associazione di idee

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In una striscia del 1986, Pericoli e Pirella disegnano Natalia Ginzburg che dice così: «Noi dell’Indice abbiamo scartato tutti i romanzi mandati dai giovani al premio Calvino. Perché i giovani parlano solo di sé. Imparassero da Moravia, che parla solo di lui».

Moravia è morto, Philip Roth è morto, Carrère è francese: a parlare di lui non so, ma il più bravo a parlare di sé è rimasto Francesco Piccolo. Di cui oggi esce un libro nuovo, del quale non posso parlare senza prima aver parlato dell’editore di Francesco Piccolo.

Einaudi, ti voglio parlare, mentre ti disperi perché un tuo autore vuole raccontare la rivalità tra Fellini e Visconti, e che libro è mai questo nell’Italia del ventunesimo secolo, quest’Italia che Fellini e Visconti non sa chi siano, se Netflix ci facesse una serie coi sosia del Bagaglino pure pure, ma così, orsù, mica penseremo che la gente abbia visto “La dolce vita”, è pure in bianco e nero, è pure in una puntata sola.

Einaudi, tieni, prendi delle pezze fredde, lo so che è una vita difficile, che ci sono i conti da far tornare, che “La bella confusione” è sì un titolo abbastanza generico da non farlo sembrare un libro che parla d’un’Italia che non c’è più e ne parla attraverso dei – mioddio – film vecchi, ma il sottotitolo no, il sottotitolo bisogna nasconderlo all’interno, “L’anno di Fellini e Visconti”, ci parli tu con Piccolo, lo convinci tu a far finta che sia un romanzo, la gente si spaventa, scriviamo romanzo su tutto, anche sugli appunti di Starnone, romanzo sembra subito più facile, paghi un Erin Doom e prendi un Piccolo, sarà romanzo la parola magica che ci salverà i bilanci.

Sto scherzando, mica davvero quelli di Einaudi fanno un ragionamento così sbagliato, così ridicolmente novecentesco e invece svolto in un presente in cui la conversazione collettiva è monopolizzata da serie coi sosia del Bagaglino, tratte da fatti di cronaca; lo sanno bene, quelli di Einaudi, che ormai un saggio ha assai più chance di diventare sette stagioni su una piattaforma di quante ne abbia un romanzo, ed è solo per un errore tipografico che il sottotitolo l’hanno nascosto all’interno.

“La bella confusione” sarebbe molto meglio di “The Offer”, fatto a puntate coi sosia, e noialtre spettatrici potremmo scannarci su chi sia l’interprete più giusta per fare la giovane Claudia Cardinale (le serie coi sosia, quanto ad alimentare il gioco di società «e perché Tizio e non Sempronio», sono meglio delle classifiche, che pure voglio sperare la stampa italiana non vorrà farci mancare per l’uscita di questo libro: il Visconti migliore secondo noi è, il Fellini perfetto secondo noi è, e in posizioni più alte rispetto ai migliori metterci i minori, ché più c’isterichiamo e più clicchiamo).

Perché Francesco Piccolo abbia scritto questo libro lo spiega lo stesso Piccolo; che, essendo il più bravo a rendere scivoloso il confine tra dire del mondo e dire di sé, mentre ti racconta della Cardinale che si tinge i capelli per passare dal set del “Gattopardo” a quello della “Dolce vita”, ti dice di quando faceva l’autore di Sanremo, e di quell’idea di cui non sapeva cosa fare ma che continuava a tenere nel file delle cose da scrivere che revisiona ogni anno, e di quella volta che Scola disse a Giovanna Ralli che lei la dava a tutti, e tu a quel punto non stai più leggendo un saggio (niente, gente di Einaudi: neanche potete contare sul fatto che lo adottino nelle università obbligando gli studenti a comprarne migliaia di copie ogni anno; vi resta solo la serie coi sosia).

Tu a quel punto stai facendo quella che un p.r. milanese definirebbe un’esperienza immersiva, e un po’ ti viene il sospetto che, in un mondo culturale andato meno a meretrici, Piccolo sarebbe potuto essere il Baricco d’un’altra generazione, quello che ti racconta delle storie allegre e nel farlo ti fa pure imparare delle cose (ci sarà, tra trent’anni, una Sorcioni oggi ventenne che dirà «Non avevo mai sentito nominare Visconti, poi è arrivato Piccolo»?).

Uno scrittore che mi piace dice che nessuna persona sana di mente vuole che le sue opere siano elogiate da me, perché i miei elogi alla fine sono sempre riassumibili in «sì, ma tanto voi questo libro non lo capite, che ve lo comprate a fare» – e un po’ è vero. Un po’ è vero che nessuna persona sana di mente vuol essere elogiata da me, un po’ è vero che voialtri lettori capite sempre meno, e sempre meno vi sembra un problema.

Però sapete anche sempre meno, e questo nella lettura della “Bella confusione” è un vantaggio. Le storie che sapevo già io le ho scorse velocemente, ma quelle che non sapevo mi hanno incantata, e mi hanno fatto venir voglia di consumare di nuovo non solo i film di cui parlava Piccolo, ma tutto quel che emergeva per associazione di idee: film, libri, dischi. Fellini che dice a Pasolini di lasciar perdere, che lui mica è un regista: non è forse Gassman che dice al fratello che il suo manoscritto fa schifo senza averlo neppure aperto, non è “La famiglia”? Fellini e Flaiano che litigano, e per cinque anni non si parlano finché Flaiano gli scrive un biglietto sulla «vecchia amicizia che ci disunisce», e allora Fellini risponde «Non so darmi risposta al nostro comportamento. Ma perché non ci siamo più visti?»: non è forse Guccini che con quel Keaton si era perso quasi senza una parola? (Sì, giovane lettore, lo so: pensavi che «disunire» l’avesse inventato Sorrentino. No, giovane lettore, io non lo so come tu faccia a consumare prodotti dei quali non cogli mai un riferimento che sia uno, non lo so ma ti piango).

Ci ho messo settimane, a leggere “La bella confusione”: c’era sempre uno spunto, un’associazione, una scena che mi veniva in mente e dovevo sbrigarmi a rivedere, interrompendo la lettura. (Per non parlare del mio aver dovuto subito ordinare un certo libro di Natalia Ginzburg che, crogiuolo di lacune che non sono altro, non avevo mai letto, e con il quale Piccolo pratica qui uno scaldamutandismo invero indecente).

“La bella confusione”, è evidente, appartiene all’ambìto novero dei libri da cesso, quelli che tieni lì e ogni tanto ne leggi un pezzo e ti fai venire un’idea nuova e ne trai spunto per cosa guardare quella sera e come perdere tempo invece di lavorare. Tuttavia non è il vincitore in questa sezione: il miglior libro da cesso resta sempre “Invano” di Filippo Ceccarelli.

Nell’estate del 1986, qualche mese prima di quella con Natalia Ginzburg, Pericoli e Pirella pubblicano una striscia in cui Fulvia è in spiaggia. «Eccomi qui a prendere il sole. Chissà cosa starà facendo Giorgio Bocca adesso. Che cosa starà facendo Alberto Moravia… E cosa starà facendo Umberto Eco. Beati loro che non smettono mai di essere sé stessi». Chissà cosa ci sarà rimasto, tolte le vite parallele di Fellini e Visconti, nel file delle cose che Francesco Piccolo si ripromette di scrivere. Chissà perché non ne ho uno, chissà perché alla fine di ogni anno non riepilogo cos’ho scritto e cosa devo scrivere. È, da quando ho finito di leggere “La bella confusione”, la cosa cui penso più spesso. Credo fosse esattamente quel che voleva l’autore; che fossi meno Fulvia, sempre lì a pensare ai venerati maestri, e facessi invece quel che fanno da sempre i venerati maestri: pensare a sé.

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