SoncinisplainingLe cinque scemenze delle femministe dolenti su Sanremo (e sul Super Bowl)

I finalisti maschi, la ricchezza di Chiara Ferragni, la riserva femminile dei monologhi e altre bestialità che ho letto in giro (mentre Rihanna s’arrampica gravida su una piattaforma)

Domenica saranno sessant’anni dal 19 febbraio 1963, quando venne pubblicato in America “La mistica della femminilità”. Il che mi fornisce l’occasione per dirvi che, anche quando perorata dalle più intelligenti autrici del Novecento, il femminismo è comunque un’ideologia a tendenza paranoica; figuriamoci quando lo affidiamo a Instagram o a Sanremo.

La quantità di scemenze che ho letto in questi giorni sulla questione donne-a-Sanremo mi ha fatto tornare in mente quel passaggio in cui Betty Friedan dice che la lavatrice ha imprigionato la donna illudendola di non fare un lavoro da schiava ma di essere invece un’esperta che sa come dosare l’ammorbidente e come separare i colori. Eravamo più libere quando lavavamo i panni al fiume, come no.

(Betty Friedan non era mica scema, e conosceva l’uso delle iperboli. Ma il problema delle ideologie di massa è che le masse prendono tutto alla lettera. Se avete mai fatto una battuta su un social, provate a pensare che un’idea contenuta in un saggio incontri nelle sue lettrici la stessa stolidità, e quando avete finito di spaventarvi uscite dal bunker in cui vi siete rinchiusi e venite a finire l’articolo).

L’evoluzione della critica sedicente femminista a questo Sanremo, sviluppatasi negli ultimi dieci giorni, ha avuto tappe molto interessanti.

Prima obiezione: c’è una donna diversa tutte le sere perché i veri conduttori sono i maschi che non permettono a una vera conduttrice di far loro ombra.

Seconda obiezione: Chiara Ferragni è ricca e quindi non può mica essere femminista; un’editrice (un’editrice, non una che vi schiuma il cappuccino) ha sostenuto che i recenti (recenti) governi Thatcher e Reagan ci hanno fatto capire che il neoliberismo non può mai essere femminista. (Potrei fare questo articolo solo con le affermazioni altrui, non sentireste la mancanza dei miei commenti).

Terza obiezione: i monologhi li fanno fare alle femmine perché le femmine devono giustificarsi d’essere lì, e li mettono a mezzanotte perché le donne nessuno deve ascoltarle.

Quarta obiezione: non c’era neanche una donna tra i primi cinque classificati, non c’è una donna vincitrice di Sanremo da anni, le donne nella musica italiana sono invisibili.

Quinta obiezione: avete parlato tanto di donne, a Sanremo, e non avete mai detto che abbiamo la prima donna presidente del Consiglio (d’accordo, questa l’ha formulata solo Elisabetta Franchi, ma vi vieto di dedicarle una cover intitolata “Un’obiezione da poco”: Elisabetta Franchi è, per chi perde tempo su Instagram, un’intrattenitrice di persino maggior portata rispetto a Chiara Ferragni).

Cominciamo dalla prima obiezione. Cominciamo da sabato sera, quando Luisa Ranieri esce su quel palco a promuovere una serie che ha interpretato, e io non so niente: non so se Amadeus stia pensando «Ecco a chi faccio fare il Sanremo 2024» o se stia pensando «Certo che sei stronza, potevi accettare di venire a condurre quando te l’ho chiesto». So però che sta pensando qualcosa perché, là dove altre si baloccano con le prese di posizione, io conosco le leggi dello spettacolo e ve ne farò dono.

Legge dello spettacolo vuole che chi fa lo spettacolo voglia innanzitutto fare il miglior spettacolo possibile, e se non si mette Liza Minnelli giovane sul palco non è perché vuole rifulga la primazia del patriarcato: è perché Liza Minnelli giovane non c’è. (Lo so che avete il vostro nome femminile cui solo voi siete state abbastanza brillanti da pensare: ci hanno pensato, lo hanno scartato, hanno avuto buone ragioni per farlo).

Certo che ci sono donne che sanno fare spettacolo, ma non è detto che vogliano fare Sanremo (da cui una delle ipotesi interpretative rispetto a Luisa Ranieri). Certo che ci sono donne che sanno fare spettacolo ad altissimi livelli, ma non è che siano tante, per una ragione banale: non ci sono neanche tante donne che sappiano fare i cento metri in tempi olimpionici, e non ci sono neanche tanti uomini che sappiano condurre Sanremo – perché pensate che Gianni Morandi torni ciclicamente su quel palco, perché pensate Amadeus ci sia ormai residente?

Per ogni Rihanna che a gravidanza avanzata s’arrampica su una piattaforma e canta vestita di lattice, siamo in milioni ad aggrapparci al corrimano già solo per la vertigine del primo piano di scale, e a metterci a letto col ciclo mestruale (questo è il punto in cui le giovani che scambiano l’avere una personalità col lamentarsi strepitano che loro hanno l’endometriosi e io non posso capire, e io sono costretta a dir loro di tacere: ho l’endometriosi da molto prima che avesse un nome, da molto prima che rompere i coglioni con le proprie cartelle cliniche fosse considerato socialmente accettabile, anzi incoraggiato).

L’amica vostra che è spigliata nel suo programmino registrato e soprattutto di cui avete il numero di telefono (come molte ideologie, allorché divenuta pratica, il femminismo diventa: se la tizia che conosco si aggiudica un ruolo, ci scappa qualcosa anche per me) probabilmente avrebbe un attacco di panico al primo dei cinquecento imprevisti di una diretta da cinque ore.

La seconda obiezione la tralascio per manifesta inadeguatezza, della terza ho solo da dire: si vede che Pierfrancesco Favino è una donna, si vede che la Ferilli è un uomo. Si può andare lì sopra e fare un monologo che dica ma che è ’sta scemenza dei monologhi, si può andare lì sopra e srotolare un carattere, una carriera, un carisma – certo, bisogna averceli. (Sì, lo so che ora direte: e perché non Sabrina Ferilli cinque sere? Le ha già fatte, con Baudo, quand’era ventisettenne: incredibilmente, il mondo non è iniziato quando vi siete messe lo streaming sul telefono).

La quarta obiezione è uno stupendo virtuosismo maschile: Mengoni ci si è fatto bello, saranno felici quelle che lo hanno votato di sentirsi dare delle maschiliste perché non hanno invece votato per Giorgia (la cantante, non la Meloni). Ho un’informazione dirompente per il vincitore del festival: gli uomini sono le nuove donne. Per mandarne uno sul palco di Sanremo con una giacca e un pantalone ci vogliono cinque stylist, due truccatori, due parrucchieri. Tra un po’ ci chiederete di aprirvi le bottigliette d’acqua perché avete le mani deboli: dovevamo riscattare le femmine, abbiamo rammollito i maschi. Li votiamo perché ormai ci rispecchiamo più in loro che in noi.

L’unica obiezione sensata l’ho vista formulare a Cristina Fogazzi in un’intervista su Repubblica. Ha detto che le sarebbe piaciuto vedere un discorso sui corpi delle donne, in una rassegna di taglie sì e no 40 (e qualche obesa per fare colore) quale è stata Sanremo e quali sono tutti i palcoscenici. C’erano la madre e la non madre, la bianca e la nera, la tettona e la piatta, ma neanche una che avesse mezzo chilo di troppo.

(Trent’anni fa Camille Paglia diceva che l’unico paese in cui erano abbastanza malate di mente da far di tutto per avere cosce sottili era l’America, che le francesi e le italiane mica perdevano tempo a inseguire la magrezza. Non so se fosse vero allora, di sicuro non è vero adesso che è sopraggiunta l’americanizzazione dell’occidente).

Gli uomini possono essere cessi, per le donne è invece sempre un concorso di bellezza. «Non siamo a miss Italia», dice Fogazzi, chiedendosi che fine abbiano fatto le donne normali, quelle 44 che non arrivano ai saldi perché nei negozi le donne realmente esistenti quelle si comprano, lasciando invendute le 38 che se una guarda la televisione sembrano la norma.

È un’obiezione sensata ma non ha soluzioni. Perché non c’è nessuna che guardandosi in tv non si veda vescica di lardo e non smetta di mangiare (Carla Bruni lo dice – magari senza farlo – perché è nata abbastanza ricca da esser spiritosa; le altre digiunano in silenzio). Perché alle donne non è dato d’esser Gino Paoli, che compare ottantottenne e pensiamo solo: che canzoni meravigliose; alle donne è dato solo d’esser la Vanoni, o Madonna, o un’altra qualunque di quelle che guardiamo mentre cercano d’essere all’altezza del nostro esigente sguardo con tutti i mezzi che la modernità consenta, e pensiamo solo: oddio com’è ridotta.

Perché c’è una cosa che è rimasta uguale nel tempo trascorso tra Betty Friedan che raccontava l’America dei primi anni Sessanta in cui le donne avevano in media perso quattro taglie rispetto al 1939, e il duemilaventitré (che a Sanremo chiamano ventiventitré perché il doppiaggese ha vinto): «Sono le donne che devono andar bene ai vestiti, e non viceversa».

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