Fine di una storiaIl prevedibile futuro del Pd e la necessaria unità dei riformisti (in un nuovo partito)

Al di là delle retoriche unitarie post voto fatte dalla neo segretaria è chiaro che fine farà il Partito democratico: diventerà una sbiadita rivisitazione dei vecchi Ds, in salsa populista. Ciò che aveva provato a fare Zingaretti, senza successo

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Il sofferto e tortuoso itinerario scelto dal Partito democratico per riflettere sulla sconfitta elettorale del 2022 e per eleggere il nuovo segretario è giunto al termine con la imprevista vittoria di Elly Schlein il cui significato politico a mio giudizio va ben là di là di un fisiologico cambio della guardia ai vertici di un partito reso necessario dal fallimento elettorale del precedente gruppo dirigente. Come spesso accade nei partiti che fanno capo all’Internazionale socialista e al Partito socialista europea questi cambiamenti comportano uno spostamento degli equilibri interni verso destra, cioè verso indirizzi di sinistra liberale riformista, che verso sinistra, cioè verso indirizzi più radicali e identitari, a seconda di quale interpretazione dei risultati elettorali e della fase politica danno i rispettivi gruppi dirigenti: cosi è successo nel Labour Party, prima con il successo di Corbyn e poi con la sua defenestrazione: così è accaduto nella socialdemocrazia tedesca o nel Psoe dopo Zapatero. E cosi era accaduto nel Pd dopo Walter Veltroni con il successo di Pier Luigi Bersani e poi con quello di Matteo Renzi di segno opposto

Quello che però è accaduto domenica 26 ha tutt’altro significato e rientra nella categoria dell’eccezionale e non del fisiologico. Innanzitutto per la posta in gioco che era fare piazza pulita dell’identità riformista del Pd, come avevano sentenziato i soloni chiamati da Enrico Letta a riscrivere il manifesto dei valori del nuovo Pd e assunti dalla Schlein come punto di riferimento, o riconfermarla, seppur in mezzo a molti sbreghi, molte negazioni, molti distinguo e molte concessioni al mood radicaleggiante imperante dentro e fuori il partito. 

Ha vinto la prima opzione e il partito che la Schlein proverà a fare, al di là delle retoriche unitarie post voto, sarà in apparenza un nuovo Pd ma in realtà sarà la rivisitazione dei vecchi Ds, in salsa populista, che già Zingaretti aveva provato a realizzare: una giovane leader che sembra – o peggio crede – di guardare al futuro ma che porterà il più grande partito del centrosinistra italiano nel passato. Per parafrasare il titolo di un famoso libro di Vittorio Gassman: un grande avvenire dietro le spalle. 

La frattura tra militanti e “passanti”
Ma questa operazione ha comportato la creazione di una frattuta fratture impensabile, destinata a lasciare uno strascico difficile da cancellare. La frattura tra voto degli iscritti e voto dei simpatizzanti e degli elettori che per la prima volta sono entrati in rotta di collisione, mentre in precedenza il secondo aveva sempre confermato e consolidato il primo a segnalare una sintonia e una unità di intenti tra militanti e l’area vasta del consenso attorno al partito, che ora invece e scomparsa: mentre gli iscritti affidandosi a Bonaccini avevano scelto un posizionamento più riformista in linea con la sua azione di amministratore pubblico, che abbandonasse l’orientamento demopopulista della segreteria di Zingaretti (quella di Letta non fa testo perché scelta con un operazione di palazzo di natura esclusivamente correntizia e priva di un orientamento politico), gli elettori e i simpatizzanti, una parte consistente dei quali proveniente probabilmente da Art.1 rientrato nel Pd con una operazione che resta per ora molto opaca, all’opposto hanno imposto, potremmo dire, una segretaria legata ai circuiti dell’estremismo massimalista, che porta alle estreme conseguenza la linea politica di Zingaretti e rompe in maniera drastica con la tradizione riformista che era una dei caratteri costitutivi del Pd.

Si apre dunque al di là del fair play postprimarie un problema politico di dimensioni gigantesche: perché mai gli iscritti dovrebbero affidarsi a una segretaria e al suo gruppo dirigente che non hanno scelto e che risultano portatori di indirizzi politici molto diversi da quelli che avevano auspicato? Si tratta inoltre di una dicotomia che non ha riscontro in nessun partito democratico europeo e che plasticamente è evidenziata dalla presenza mai negata di due carte dei valori, quella originaria del Lingotto e quella nuova elaborata fumosamente dal gruppo di intellettuali gauchistes voluto da Letta.

Ma questa posta in gioco ha modificato la natura spesso criticata di passanti senza identità politica del popolo delle primarie che a milioni aveva votato prima Romano Prodi, poi Veltroni fino a Renzi: questa volta il popolo democratico che è stato molto meno passante di quello si è tentato per anni di far credere e che partecipava perchè si sentiva convolto nella scelta di una leadership che riguardava il paese e il suo futuro prima che il partito, questa volta non si è visto ai gazebo, tenuto lontano proprio dalla natura identitaria e autorefenziale, quasi da regolamento dei conti, dell’appuntamento elettorale.

Il popolo delle primarie in realtà ha rifiutato la scelta proposta e quel milione di votanti aveva piuttosto il profilo militante degli eredi di Occupy Pd, delle Sardine, di quelli che confondono il laburismo con il peronismo della Cgil, di quelli che volevano cambiare nome al partito, dei pacifisti amici di Vladimir Putin, fusi con i vecchi massimalisti postcomunisti amanti della Ditta. Una opa come molti l’hanno definita di chi puntava (o almeno sperava) a ribaltare il risultato dei circoli del Pd e che aveva trovato una papessa straniera di grande richiamo – una giovane donna lgbt coraggiosa e libera – per portare a termine una operazione di trasformazione del Pd in un partito radicale minoritario nel cui DNA il dirittismo si combina con i richiami al pacifismo antiamericano, alla decrescita felice, all’ambientalismo antagonista e al vecchio armamentario assistenzialista di tanta tradizione comunista e democristiana: in sostanza i Ds nella versione XXI secolo, fotocopia del Movimento 5 stelle di Conte.

Un partito diviso: ma su che?
Ma a questa mutazione del significato delle primarie si è aggiunta un’altra anomalia dovuta al fatto che la cosiddetta opa è riuscita solo parzialmente. Infatti a differenza di tutte le precedenti primarie nelle quali il vincitore aveva surclassato i contendenti, nel caso di domenica scorsa la distanza tra i due avversari è molto più contenuta – circa 7 punti percentuali e poche decine di migliaia di voti – a testimonianza del carattere fortemente divisivo dell’operazione. La vittoria vale solo il 53 per cento, non il 70 o quasi come era accaduto con Veltroni, Bersani e Renzi, e anche con lo stesso Zingaretti che aveva vinto con un piattaforma simile a quella della Schlein; cioè può contare su un maggioranza risicata, che dà – meglio dire darebbe – agli sconfitti una forza che non avevano mai avuto i perdenti delle precedenti tornate di primarie, anche se si tratta di un insieme di figure e di aree politiche molto diverse tra di loro, che dal 2018 si sono dimostrate del tutto inadatte a costruire una opposizione interna in vista di una alternativa di matrice riformista: se ne è chiamato fuori primo fra tutti Bonaccini, mentre i pochi riformisti rimasti nel Pd fanno a gara a giurare fedeltà alla nuova segretaria.

Ma unire il Pd che tutti i segretari promettono subito dopo essere stati eletti questa volta sarà ancora piu difficile non solo per quest’ultima ragione, ma perché divisione attuale da quella fisiologica di tutti i partiti socialdemocratici che ho richiamato all’inizio. Piu che una divisione è una frattura profonda che riguarda la base valoriale e programmatica del partito, perché quella rappresentata da Schlein è una visione politica del tutto estranea alla tradizione delle socialdemocrazie europee. 

È un «modello Lula» come lo ha definito qualche settimana fa Preziosi su “Il Domani”, basato su una santa alleanza di stampo populista tra cristianesimo e socialismo per seguire il pensiero di Bettini, che va dalla Comunità di Sant’Egidio al pacifismo cattolico, dalla Caritas a Landini, passando per pezzi di Art.1, vecchi sodali di D’Alema e Bersani, eredi della sinistra antagonista di Sel e dintorni, all’Anpi, casa matta ideologica i Sinistra Italiana, all’Arci e all’ambientalismo radicale dei movimenti del “No”.

A questo modello si è contrapposto Bonaccini che ha cercato di tenere insieme socialdemocratici e liberaldemocratici – da Lorenzo Guerini a Piero Fassino, da Enrico Morando a Giorgio Gori a Vincenzo De Luca – nel tentativo di mantenere il Pd dentro la sua originaria identità di partito riformista seppur non demonizzando posizioni radicali (basti pensare al rifiuto del Job Act). Ma lo ha fatto senza coraggio, senza rivendicare la centralità della scelta riformista come visione strategica e come cartina di tornasole di una sinistra moderna, che ha il governo del paese e non la rappresentanza dei “poveri” come sua precipua finalità, e senza opporsi con forza alla deriva populista rappresentata dalla sua antagonista, in nome di un unitarismo senza scopo e senza radici, che non fossero le sue buone prestazioni di amministratore: troppo poco per fronteggiare l’offensiva demopopulista che avevano fatta propria quasi tutte le vecchie oligarchie di sinistra e non solo interne al Pd, più volte sconfitte da Renzi.

L’Italia il laboratorio dell’estremo
Ma che la leader del modello Lula potesse assumere la guida un partito dell’Internazionale socialista è un unicum a livello mondiale che però certifica la maledizione storica dell’Italia di essere un laboratorio politico di esperimenti estremi, dal fascismo al leghismo, al berlusconismo, al grillismo, che però ha come conseguenza di rendere l’Italia un paese instabile, con un sistema politico frammentato e volubile, senza forze politiche in grado di rappresentare la nazione anche nei momenti difficili e seppur da punti di vista assai differenti: forze «argine» come le ha definite Claudio Cerasa, il direttore de Il Foglio, perché non solo esprimono classe dirigente, ma incarnano la capacità di governare il paese tendendo fede alla propria collocazione internazionale, alla valorizzazione delle istituzioni repubblicane, alla fedeltà costituzionale.

La nascita del Pd aveva rappresentato il tentativo di mettere insieme i riformisti provenienti da diverse esperienze politiche della Prima Repubblica in un partito della nazione, maggioritario per vocazione, che si candidasse alla guida del paese rappresentando una polarità di intessi sociali e ideali ancorati alle più alte tradizioni repubblicane. Un partito argine, appunto, costituito dalle sinistre democratiche saldamente ancorato all’Occidente e all’Europa, consapevole che il governo della globalizzazione le chiamasse a una sfida di cambiamento profonda e radicale, che andava assunta con coraggio, senza smarrire la tensione alla giustizia sociale e all’emancipazione del lavoro. 

Sotto il nome ormai più niente
Ma ora tutto questo è stato di fatto distrutto da un lavoro pervicace durato un decennio di cui la vittoria della Schlein è l’esito, e non l’origine, che aveva per obbiettivo quello di costruire un partito di sinistra classista, al posto di quello repubblicano ipotizzato al Lingotto, che raccogliesse, in una chiave inevitabilmente minoritaria, tutti i residui delle tragiche sconfitte che essa ha subito negli ultimi settant’anni, dal Pci al movimentismo estremista, all’ambientalismo radicale, all’antiamericanismo ideologico, all’antifascismo militante, al massimalismo salottiero, al pacifismo parolaio. Ma se nel Pci il nesso tra sinistra, democrazia e nazione era riuscito nei momenti chiave della storia repubblicana a farsi strada dentro la coltre dell’ideologia, il Pd schleiniano lo ha esplicitamente abbandonato, opacizzando dunque la ragione che giustificava la esistenza stessa di quel partito nato 15 anni fa.

Il Pd o è un partito che risolve la sua stessa funzione storica nel governo del paese e nell’esprimere l’interesse generale della nazione nel quadro dell’economia e nella geopolitica mondiale, o non è, a maggior ragione se viene sospinto nel campo improprio e perdente di una sinistra identitaria, alla ricerca di una sua rilegittimazione come forza di opposizione protestataria e velleitaria sempre più risucchiata nella competizione con il Movimento 5 stelle per l’egemonia del campo populista. Se l’Italia aveva bisogno del Pd del Lingotto non ha nessun bisogno di quello della Schlein, purtroppo.

La vittoria del modello Lula che ha postato la Schlein alla guida del Pd priva il paese di una forza che nel campo del centrosinistra svolgesse quel ruolo di baluardo della democrazia liberale e di difensore della collocazione internazionale del paese, che la destra sempre più avviluppata nel sovranismo e nel populismo non riusciva – e non riesce tutt’ora – a svolgere pienamente e in qualche caso esplicitamente rinnegava. La forza del Pd e la sua presenza in quasi tulle le combinazioni di governo dal 2011 in poi dipendeva essenzialmente da questo ruolo di garanzia che gli veniva riconosciuto in Europa, nella Nato e nei vari “G” a cui era chiamata a partecipare: era infatti rimasto l’unico partito della nazione ancora attivo che ha guidato l’Italia seppur tra errori e timidezze dal 2011 al 2022 facendolo uscire dalla crisi dei debiti sovrani, dall’uragano del Covid e che di fronte alla guerra tra democrazia occidentale e autocrazia in pieno svolgimento in Ucraina non solo ha collocato il paese dalla parte giusta, ma ha spinto l’Europa a una profonda rigenerazione, grazie al lavoro dei suoi uomini migliori, come Gentiloni e Sassoli, per spostarla da posizioni neoliberiste a un esplicito ritorno a Keynes rappresentato dal New Generation EU, da nuove politiche fiscali e ambientali europee, dalla difesa comune.

Fuggire da sé stessi
Invece di rivendicare questo ruolo storico del Pd e dei successi di quella linea proprio nell’interesse dei ceti più deboli della società e per farne oggetto della sua battagli politica contro la destra populista il gruppo dirigente invece dal 2018 ha pensato bene di inseguirla, contrapponendo il Job Act al Reddito di cittadinanza, cioè l’assistenzialismo al lavoro, Industria 4.0 all’anticapitalismo di maniera. O facendosi paladina di un ambientalismo senza senso che dice no a tutto, dalla Tap ai rigassificatori e ora al nucleare di nuova generazione, in nome del mantra delle fonti energetiche rinnovabili e del rifiuto della corrente elettrica, dalle armi all’Ucraina al disdegno malcelato dell’atlantismo: è un partito in perenne fuga da sé stesso, come è stato scritto, che ha trovato nella Schlein il segretario che gli fa fare l’ultimo miglio verso l’ambito approdo dell’unità delle sinistre, ma che regala alla destra sovranista di Giorgia Meloni la possibilità di occupare indebitamente il posto di garante della collocazione internazionale dell’Italia e il punto di riferimento della resistenza ucraina.

Ma l’Italia ha bisogno che nel campo del centrosinistra ci sia un partito liberaldemocraico, popolare e di massa, con una esplicita vocazione maggioritaria, che riannodi i fili tagliati tra il riformismo e la nazione: questo va fatto subito perché altrimenti a perdere sarà il paese, le sue forze di lavoro sane e impegnate, i suoi giovani alla ricerca del loro futuro, le sue donne che devono essere sostenute per compiere ancora una parte del loro lungo cammino di emancipazione. 

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