Conservatori e riformati Meloni sogna i Tories, ma si ritrova con Fratelli d’Italia

La sintonia con il primo ministro inglese sull’Ucraina e la «lotta ai trafficanti» fa parlare i due leader di «un nuovo inizio», ma rappresentano modi diversi di stare a destra: il partito della presidente del Consiglio è ancora lontano da quello inglese liberal e inclusivo

Meloni e Sunak a Downing Street
AP Photo/Alberto Pezzali

Sui siti dei giornali inglesi, per ore, sulla visita di Giorgia Meloni non c’è una riga. In compenso sul Times svelano «i segreti di uno storico albergo sul lago di Como». Fa eccezione lo Spectator, con un profilo lusinghiero, ma è un foglio amico. L’ufficio stampa di Downing Street conferma: «Probabilmente dopo non ci sarà una conferenza stampa» con il primo ministro britannico Rishi Sunak. Tocca affidarsi ai comunicati. Questa affinità elettiva, che trova i suoi primi riscontri, vedi il doppio bilaterale a Villa Madama a febbraio, o la joint venture sugli ultratecnologici caccia Tempest con il Giappone, ha anche indubbie basi politiche.

Il sistema elettorale è un altro: l’uninominale secco e la costellazione di collegi sono l’equivalente della Premier League per i nerd del settore. Ma i Tories sono un po’ (e almeno quanto i laburisti) partito della nazione, monolite di destra dentro un sistema bi o tripolare non trapiantabile da noi, dove pure l’hanno vagheggiato. I Conservatori, attraversati dopo la Brexit da un’accelerazione identitaria, incarnano forse quello che Fratelli d’Italia vorrebbe fare da grande: una rispettabile casa dei «patrioti», votata alla difesa dei confini senza alienarsi, anzi attirandole, le simpatie degli ambienti economici.

Se Boris Johnson è stato, nei festini e negli scandali, il più “italiano” dei premier del Regno Unito, Meloni non pare la più British tra i presidenti del Consiglio. Ci mancherebbe, sono paragoni che lasciano il tempo che trovano – anche se forse BoJo sarebbe il nome più adatto alla succession dentro Forza Italia. Il punto da sottolineare qui è un altro, meno laterale. Il piano per deportare i migranti irregolari in Ruanda farebbe quasi impallidire i nostri colonnelli, se non avessimo ministri della Repubblica che evocano la «sostituzione etnica».

Non sappiamo se Fratelli d’Italia, che voleva il blocco navale e soffre gli sbarchi, condivide ricette di questo tipo, di sicuro non lo dice pubblicamente. A leggere gli editoriali, Sunak ha in tasca i «migliori rapporti con l’Ue» da quando il suo Paese l’ha lasciata. Ed è vero, eppure vorrebbe militarizzare la Manica, con la collaborazione poliziesca di Emmanuel Macron che riceve da Londra mezzo miliardo di euro in tre anni in qualità di gendarme e, cioè, esattamente quello che farebbe inalberare l’Eliseo se ci (ri)provasse il Viminale di Matteo Piantedosi.

A unirli, Giorgia e Rishi, ci sono anche cose positive. Su tutte, un saldo posizionamento atlantista e il sostegno incondizionato all’Ucraina che resiste. A dividerli c’è tutto quello di cui non si scrive in queste ore. In particolare, malgrado la soavità dei virgolettati londinesi, c’è una diversa idea di destra. Quella liberal del partito di Winston Churchill si appunta il «poppy», il papavero a perenne ricordo dei caduti nelle guerre che li hanno visti contrapporsi, due volte, all’imperialismo più sprezzante: del Kaiser prima, dell’aberrazione nazista poi.

Sul simbolo di FdI svetta invece ancora, e orgogliosamente, la fiamma missina dentro cui – vuole la leggenda – sarebbe tumulato nientemeno che Lvi. Cioè l’alleato non proprio di ferro di quelli da cui (non necessariamente in quest’ordine) i britannici, gli americani e i partigiani ci hanno liberato. Una parte dell’elettorato meloniano brandisce ancora la Storia a fini privati, quando non la saluta a braccio teso nelle commemorazioni a porte chiuse.

Il bilaterale tra Meloni e Sunak
Il bilaterale tra Meloni e Sunak (Alberto Pezzali/Ap)

D’accordo, il 25 aprile è passato; il fascismo non esiste più, fuorché in Russia. Concentriamoci sul presente. Cioè, non il «presente!» scandito alle adunate, si intende l’oggi, il 2023. Se è vero che, soprattutto durante l’interregno di Johnson, non sono mancate sparate razziste degne del vecchio Ukip di Nigel Farage, il Partito Conservatore è assai più «inclusivo» di formazioni, anche progressiste, del continente. Una prova macroscopica sta nella lista dei candidati al Congresso della scorsa estate, quello vinto da Liz Truss.

Tra i più accreditati, oltre all’attuale primo ministro, c’erano britannici di seconda generazione e di successo. Alcuni di loro, poi, sono stati promossi al governo. Alcuni nomi: Kemi Badenoch è cresciuta tra Lagos e Nigeria, Suella Braverman e Sajid Javid hanno come il premier origini indiane, Nadhim Zahawi è un curdo iracheno, Rehman Chishti è nativo del Pakistan. Uno come Sunak, ma senza i suoi milioni, nell’Italia della destra-centro non ci arriverebbe. Lo fermerebbero sul bagnasciuga. Una funzionale società multietnica è eredità dell’impero, dite? Però loro ne hanno avuto uno vero, mica l’A.O.I.

Oppure i diritti civili. I matrimoni gay in Gran Bretagna sono legali dal 2013, ma dal 2002 le coppie dello stesso sesso possono adottare bambini. Palazzo Chigi ha invece varato una stretta sulle famiglie omogenitoriali che trascura il fattore più importante: la loro esistenza. Un’antologia incompleta di virgolettati della maggioranza: Ignazio La Russa si rammaricherebbe di un figlio gay come se fosse milanista, secondo il vicepresidente della Camera Rampelli «le coppie gay spacciano i bimbi per figli», il senatore Lucio Malan (ex forzista) che bolla come «abominio» l’omosessualità, Federico Mollicone che taccia la maternità surrogata di essere «un reato peggiore della pedofilia».

Per dichiarazioni simili, signora mia, all’estero un ministro si sarebbe dimesso. Già, all’estero, noi siamo più tolleranti, con il potere. Meloni è stata presidente di Ecr, il partito europeo dei Conservatori e riformisti, poi ha ceduto il ruolo a Nicola Procaccini. Quel gruppo, fondato da David Cameron nel 2009, campa sul blasone dei britannici, che però l’hanno lasciato dopo la Brexit. In questi giorni, i meloniani non si sono uniti alla sortita di alcuni eurodeputati di estrema destra, tra cui gli ungheresi di Fidesz e gli spagnoli di Vox, contro il Pact on Migration and Asylum, su cui FdI ha invece votato a favore alla scorsa plenaria, a differenza di Ecr.

Uno dei problemi dei nazionalisti è questo: cosa succede quando gli egoismi non collimano? Per adesso, lasciamo che Meloni si goda uno scampolo di special relationship a Downing Street. Il «nuovo inizio», l’accoglienza in italiano dell’ospite («Benvenuta a Londra»), condita dagli elogi per aver «portato stabilità all’economia italiana». Il gemellaggio di due incarichi di governo cominciati quasi insieme, tra Cop27 e il G20 di Bali. Well done. Una boccata d’aria e politica estera, prima di tornare alle beghe di maggioranza, al Pnrr che imbarca acqua, disinnescare i casini e il fuoco amico. La verità, forse, è che la premier sogna un partito moderno come i Tories, ma si ritrova con i sovranisti all’amatriciana.

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