Sistema vacillanteLa cattiva abitudine di inquinare e pulirsi la coscienza con i crediti di carbonio (fantasma)

Travolto da una serie di inchieste, il Ceo dell’azienda più accreditata nel settore della compensazione (volontaria) di CO2 si è dimesso. Le accuse mettono in discussione un modus operandi che coinvolge brand di rilevanza internazionale: finanziare progetti “green” altrui senza cambiare il proprio sistema produttivo non è poi così conveniente

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«Fissiamo i principali standard mondiali per l’azione per il clima e lo sviluppo sostenibile». Si presenta così, sul suo sito ufficiale, l’organizzazione non-profit statunitense Verra, leader globale nel settore della compensazione volontaria di anidride carbonica. A quindici anni dalla sua fondazione, e dopo una serie di inchieste che ne hanno ormai minato una fetta di credibilità, si è dimesso il Ceo dell’azienda David Antonioli. Un terremoto destinato a minacciare ulteriormente la reputazione del mercato dei crediti di carbonio, spesso sfruttato dalle grandi compagnie per pulirsi la coscienza e mascherare attività dannose per clima e ambiente.

Un breve ripasso
Tra la fondazione di Verra (2007) e le dimissioni di Antonioli, che nel suo lungo post di addio su LinkedIn non ha fornito alcun tipo di motivazione, è passata molta acqua sotto i ponti. Ma prima di addentrarci nella questione, è necessario un breve ripasso di un tema poco pop ma fondamentale per cogliere le dinamiche dietro le politiche climatiche.

Un credito di carbonio è un’unità di carattere finanziario che corrisponde alla rimozione di una tonnellata di CO2 equivalente. Un’azienda può comprare questi certificati al posto di cambiare le proprie strutture produttive e, conseguentemente, inquinare meno. La seconda possibilità sarebbe infatti meno conveniente. Il prezzo per tonnellata di anidride carbonica non è fissato da governi o organizzazioni sovranazionali, ma è in balìa di un mercato contraddistinto da molte zone grigie.

Con i loro soldi, le aziende finanziano investimenti nelle energie rinnovabili, programmi di riforestazione o altre iniziative che in linea teorica dovrebbero aiutare a ridurre i gas climalteranti nell’atmosfera. In questo modo, sono in qualche modo autorizzate a proseguire con le loro attività che causano emissioni dannose: è il succo della compensazione di CO2. Per semplificare ancora, i crediti di carbonio permettono alle organizzazioni (ma anche ai singoli Paesi) di pagare qualcun altro per ridurre le emissioni per conto loro. E potersi definire ufficialmente carbon neutral

Progetti privi di valore dietro crediti di carbonio
Il sistema delle compensazioni di CO2 rischia di sfociare nel greenwashing più becero. E qui torna il caso di Verra, che dal 2009 ha emesso un miliardo di crediti di carbonio grazie al Verified carbon standard (Vcs), utilizzato da aziende di fama internazionale. Si tratta, in sostanza, di un programma per la certificazione della riduzione delle emissioni di carbonio: «Unendo il rigore scientifico e la trasparenza con il pensiero innovativo, il programma Vcs ha portato continuamente nuovi progetti», recita il sito ufficiale di Verra, la cui presidente Judith Simon prenderà ad interim il ruolo di Ceo ricoperto da Antonioli. L’entità di questi «nuovi progetti», però, lascia spesso a desiderare. Così come il metro di valutazione per definirli verdi. 

A gennaio, una grossa inchiesta condotta dal quotidiano britannico Guardian, dal settimanale tedesco Die Zeit e dall’ong di giornalismo investigativo SourceMaterial ha fatto crollare la prima torre del castello di David Antonioli. L’accusa nei confronti di Verra è la seguente: il novantaquattro per cento dei suoi crediti di carbonio riferiti alle foreste tropicali è «fantasma» e quindi privo di reale valore. 

Cosa significa? I progetti di riforestazione sostenuti dalle aziende che si affidano a Verra sarebbero poco concreti, dannosi per l’ecosistema e perfino poco rispettosi delle comunità locali. Ventuno delle ventinove iniziative analizzate non avrebbero portato benefici al clima, sette hanno registrato performance più basse di quelle annunciate da Verra e solo una ha rispettato le attese. 

Verra, ricordiamo, emette i tre quarti degli offset volontari e ha una posizione dominante nel settore. Accusare quest’azienda significa mettere in discussione l’intero sistema dei crediti di carbonio. Shell, Bhp e Disney sono solo alcuni dei grandi brand che si sono affidati al Verified carbon standard (Vcs). Secondo il Guardian, nella lista ci sarebbero anche i Pearl Jam. Sì, quei Pearl Jam. Nel frattempo, alcune aziende stanno prendendo le distanze da Verra. 

Tra queste c’è EasyJet, che a settembre – prima dell’inchiesta sopracitata – ha annunciato lo stop alla compensazione di CO2 per concentrarsi su cambiamenti interni: dai carburanti sostenibili agli aeromobili più efficienti in termini di consumo. Un portavoce della compagnia aerea aveva negato che la decisione fosse correlata alle prestazioni dei «partner di compensazione» (tra cui Verra). Quattro mesi dopo, però, anche il nome di EasyJet è comparso nell’inchiesta del Guardian. 

A finire nel mirino non sono solo le iniziative nelle foreste pluviali. Secondo Climate Home News, Verra ha sul suo registro dozzine di progetti di coltivazione di riso in Cina che risultano «pieni di scappatoie contabili e discutibili pretese di integrità». Il ruolo di Verra, infatti, consiste anche nel verificare che le iniziative green finanziate dalle aziende che comprano crediti di carbonio siano efficaci e rispettose dei diritti umani.

David Antonioli contro giornalisti e comici 
Antonioli ha sempre negato tutto, definendo «principianti» i giornalisti e i ricercatori che hanno condotto le inchieste contro la sua azienda. Alla fine, però, ha dovuto abdicare. A marzo, in un’intervista rilasciata al portale EnergyMonitor, aveva detto: «Troviamo le accuse del Guardian completamente prive di fondamento. La loro metodologia ha confrontato mele e arance». Intanto, negli ultimi due anni, i ricavi di Verra sono più che triplicati, toccando quota 40,5 milioni di dollari annui. 

Il Ceo, che abbandonerà la sua scrivania il 16 giugno, è una figura molto accreditata nel campo della finanza climatica. Per rendere l’idea, è stato invitato alla Cop27 di Sharm el-Sheikh e ha partecipato come ospite al podcast “My climate journey” lanciato dalla piattaforma MCJ Collective. Nel tempo, però, le numerose inchieste contro i progetti sostenuti da Verra hanno guastato la sua reputazione, e le attività di greenwashing della compagnia sono state derise perfino dal comico John Oliver durante il programma “Last Week Tonight”

Immediata la replica di Antonioli, che su LinkedIn non ha usato parole al miele: «Con sciatteria è riuscito a trascinare i suoi spettatori in una serie di risate che, purtroppo, mineranno uno dei mezzi più efficaci e comprovati (i crediti di carbonio, ndr) per combattere la crisi climatica. Ero un suo fan, ma sono rimasto deluso nel vedere questa spaventosa mancanza di interesse nel capire come funziona davvero il mercato volontario del carbonio».

Cosa farà ora il manager? Stando al suo post di addio, dovrebbe prendersi un periodo di riposo tra una «vacanza in famiglia, un viaggio zaino in spalla con dei vecchi amici, letture, pedalate e passeggiate nei boschi». Indipendentemente dal futuro, le sue dimissioni potrebbero rappresentare un punto di non ritorno per la reputazione del mercato di compensazione del carbonio. Notizie del genere non cambiano il sistema, ma pongono sotto i riflettori delle questioni spesso sottovalutate. Continuare a inquinare e pulirsi la coscienza solo con i crediti di CO2 non può essere una soluzione condivisa.  

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