Transizione sporcaIl Regno Unito usa la crisi energetica come scusa per reinvestire nei combustibili fossili

Il governo Sunak ha deciso di difendere l’industria fossile britannica dai suoi concorrenti, senza fissare nuovi obiettivi ecologici significativi e senza aumentare gli investimenti nelle rinnovabili. In più, all’orizzonte c’è un progetto petrolifero al largo della costa delle Isole Shetland

LaPresse

Correva l’anno 2008. La bolla immobiliare era appena scoppiata, dando il via a quella che poi divenne la Grande Recessione. Sulle pagine dei giornali non si parlava d’altro che della crisi finanziaria, mentre i commenti sulla crisi climatica erano a dir poco sporadici. Eppure, proprio nel 2008, quando l’inquilino di Downing Street era l’ex primo ministro Gordon Brown, il Regno Unito firmò il Climate change act (Cca) diventando così il primo Paese a stabilire un quadro legalmente vincolante a lungo termine per ridurre le emissioni di carbonio. 

Il documento impegna per legge il governo di Londra a ridurre le emissioni di gas serra dell’ottanta per cento rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050. Ma oggi, quindici anni dopo la firma del Climate change act, a che punto è il Regno Unito con la sua transizione green? Nonostante i lodevoli obiettivi su carta, il governo conservatore britannico sembra essere inciampato nella retorica del greenwashing.

A seguito della crisi energetica causata dall’invasione della Russia in Ucraina, il mondo intero si è mosso per trovare soluzioni alternative in nome della sicurezza energetica e di un prezzo più basso per le bollette. E così ha fatto anche il Regno Unito. Ma il nuovo piano energetico, pubblicato all’inizio di aprile dal ministero per la Sicurezza energetica, immagina un futuro non dissimile dal presente: alimentato da petrolio e gas. La strategia, in poche parole, è quella di investire maggiormente nei combustibili fossili. Il poco lungimirante ragionamento alla base di ciò è il seguente: siccome ora non possiamo più acquistare petrolio e gas dalla Russia, dobbiamo aumentare l’offerta interna. 

Il piano promosso dal governo ha spinto così il Regno Unito – fresco di incoronazione di re Carlo III – ad aderire al rinnovato boom petrolifero offshore con sette miliardi di dollari di investimenti in nuovi progetti nel Mare del Nord, oltre a offrire incentivi fiscali per gli investimenti in combustibili fossili. Investimenti che comunque, già negli ultimi anni, erano aumentati. 

Secondo una recente ricerca, infatti, nel 2021 (quindi ancora prima che il governo pubblicasse il suo nuovo piano) il sostegno all’estrazione di combustibili fossili era aumentato del venti per cento, sfiorando quota due miliardi di sterline; con un quinto del denaro concesso direttamente all’industria usato per sostenere nuove estrazioni e miniere. 

Ma c’è di peggio: è probabile che a breve il governo annunci la concessione in licenza di Rosebank, un nuovo enorme giacimento petrolifero al largo della costa delle Isole Shetland, in Scozia. Il suo sviluppo, gestito dalla società statale norvegese Equinor, sarà quasi interamente sovvenzionato dagli sgravi fiscali del Regno Unito e vedrebbe la perforazione di quasi trecento milioni di barili di petrolio e gas, rendendolo più del doppio delle dimensioni del vicino giacimento di Cambo, già ampiamente criticato. 

È chiaro quindi che piuttosto che annunciare il cambiamento globale necessario per salvare il pianeta, il governo del premier britannico Rishi Sunak abbia deciso di difendere l’industria dei combustibili fossili britannica dai suoi concorrenti, senza fissare nuovi obiettivi ecologici significativi. Al contrario, pompa denaro in soluzioni ampiamente messe in dubbio dagli scienziati, come la cattura e lo stoccaggio del carbonio.

A peggiorare la situazione c’è la drastica diminuzione degli investimenti nell’energia pulita e nell’economia a basse emissioni. Secondo i dati, infatti, i fondi impiegati dal Regno Unito per la transizione green sono scesi del dieci per cento – da trentuno a ventotto miliardi di dollari – dal 2021 al 2022. Giusto per fare un confronto, gli investimenti dell’Unione europea nell’energia pulita sono aumentati dai ventisei miliardi di dollari del 2021 ai centottanta miliardi all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina.

Il governo britannico si classifica quindi medaglia d’oro nell’emblema del Pollution Paradox: se qualcosa è dannoso per l’interesse pubblico, è probabile che venga ricompensato e sovvenzionato. Se invece è vantaggioso, è probabile che venga messo da parte, o addirittura limitato.

E mentre il governo sperpera denaro per i combustibili fossili, tale “generosità” non viene estesa né allo sviluppo di nuove energie rinnovabili né al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici. Nonostante – nei primi quattro mesi del 2023 – il numero di famiglie con i pannelli solari sui tetti abbia raggiunto il livello più alto in più di sette anni, nell’ultimo bilancio del governo manca qualsiasi traccia sia dell’auspicata attenzione all’isolamento domestico, sia di misure significative per ridurre la domanda di riscaldamento nelle proprietà residenziali e commerciali. 

Il governo, tuttavia, si è mostrato insolitamente felice di continuare a sostenere il costo delle bollette energetiche delle famiglie. Il motivo? Tali sconti incoraggiano i cittadini a consumare più gas. Per Sunak e i suoi ministri è un gioco da sfruttare per un vantaggio politico. Per coloro che comprendono le implicazioni, invece, è una questione di vita o di morte.

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