I due sociIl rebus di Macron, l’incognita Meloni e la speranza degli europeisti

La presidente del Consiglio ha molti interessi in comune con la Francia e per questo motivo ha sotterrato le armi sovraniste, collaborando in maniera pragmatica. In cambio Parigi e Berlino sperano di sfilare la premier italiana dalla scomoda alleanza coi polacchi, per diluirla in una indefinita area politica. Non sarà semplice

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Il rebus e l’incognita. Su questo crinale corre il rapporto di Giorgia Meloni con l’Europa. Soprattutto con Emmanuel Macron. Quasi amici dopo l’incontro all’Eliseo? No, soci.

La presidente del Consiglio ha inquadrato in maniera pragmatica il rapporto con il presidente francese. «È un socio, perché queste sono le categorie della politica estera! Non è come un parco giochi, non siamo ragazzini che litigano e poi fanno pace…». La prima visita a Parigi di Meloni ha una peso che va ben oltre i temi nazionali. È una convivenza obbligata, tutta da costruire. Una relazione, come scrive Le Monde, «embrionale, incerta e spesso tempestosa». «I due non si amano, nessuna chance che diventino amici», precisa Le Figaro, che parla di Meloni come del “rebus di Macron». 

C’è intanto un dato certo dietro questo rebus che all’inquilino dell’Eliseo non sarà sfuggito. Meloni e nessun altro del suo partito ripete le vecchie accuse infamanti di neocolonialismo affamatore, «cinico e vomitevole», con la moneta stampata per i poveri africani su cui applicava il «signoraggio». La Francia oggi serve per sigillare quanto più possibile i cosiddetti confini esterni all’Europa, proprio in Tunisia dove Parigi può dare una grossa mano d’aiuto. E se riuscisse a tappare le partenze da questa parte dell’Africa, ipotesi tutta da verificare, Meloni potrebbe vedere arrivare i barconi carichi di migranti dall’Algeria. Altro Paese che in passato qualche problemino colonialista lo ha avuto con Parigi. 

Macron è il crocevia di tanti problemi che Roma deve risolvere. Anche l’ambizioso summit per aiutare il Sud Globale che il presidente francese ha aperto ieri  («Un nuovo patto finanziario mondiale») potrebbe essere utile a sanare le fratture del mondo attraverso cui passano le strade dell’immigrazione. Senza dimenticare l’interesse comune alla riforma del Patto di stabilità nella direzione di togliere dal conto del debito le spese per la transizione verde e digitale, e quelle militari per la resistenza ucraina e per quel due per cento nel bilancio chiesto dagli Stati Uniti e la Nato.

Di interessi convergenti con i cugini soci d’oltralpe ce ne sono tantissimi, e tutti sono la tomba del sovranismo del passato, pallido ricordo buono solo a prendere voti populisti, oggi inadatto a fare gli interessi nazionali. Interessi che si tutelano ora con questo ora con quello, come è successo alcuni giorni fa a Lussemburgo, all’ultimo Consiglio dei ministri dell’Energia sulla riforma del mercato elettrico: la Germania ha ottenuto l’appoggio dell’Italia, isolando Parigi. 

Il gioco grosso è tutto europeo e non ci sono spazi, appunto, per i giochi dei ragazzini, per le vecchie proposte di legge sulla supremazia del diritto interno su quello comunitario, per i musoni polacchi e ungheresi, per le velleità di alleanza di Marine Le Pen. Queste Meloni le lascia a Matteo Salvini, così Macron potrebbe evitare di usare l’Italia per i suoi problemi di politica interna. Che il francese o il suo partito non faccia più polemiche, la presidente del Consiglio qualche dubbio ce l’ha ancora. Mano a mano che si avvicineranno le europee del 2024,  gli animi si ecciteranno. Ma in vista di questo fondamentare appuntamento, il presidente francese potrebbe invece avere tutto l’interesse di spaccare il fronte sovranista populista, emarginando Le Pen nell’angolo di Identità e Democrazia insieme a Salvini e company. E magari buttare le basi per tirarsi dietro gli europarlamentari che eleggerà Fratelli d’Italia in una larga intesa, una nuova maggioranza Ursula con i Socialisti e Popolari.

Il rebus di Macron è l’incognita Meloni, che dovrebbe  però mollare i conservatori polacchi che l’hanno accolta quando lei non contava nulla in Italia e ancora di più in Europa. Ma i Conservatori di Varsavia sono i nemici giurati dei Popolari di Donald Tusk (in autunno in Polonia si vota). I corto circuito non mancheranno, le tessere del puzzle non andranno a posto facilmente. Eppure ci proveranno sia Macron che Olaf Sclotz a sfilare Meloni dalla tenaglia sovranista, a diluirla in una indefinita area politica. E la chiave di volta di questo cammino in una terra europea, dove tutti alla fine fanno gli interessi nazionali, è accontentare in parte Roma nei dossier vitali. 

Nell’acrobatico gioco dei do ut des, quando bisogna giocare duro, anche incuneandosi in mezzo a Parigi e Berlino, Meloni può diventare quello che non è stata e mai pensava di diventare. Rimanendo in politica interna omofoba e antimoderna, compassionevole nei confronti di chi non può fare altro che evadere le tasse, golosa di potere diffuso, il resto è tutto un evviva l’Europa, ci aiuti l’Europa, senza Europa non possiamo risolvere i problemi. Sbiadire da un lato, rimanere destra radicale dall’altro. Una continua tensione contraddittoria.

Un rebus e un’incognita della quale però potrebbe approfittarne Salvini nelle urne. Ma ne guadagnerebbe l’Italia. 

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