Colpa di AfroditeL’invincibile estate del K Festival

Davanti al Tempio di Segesta abbiamo celebrsto la rivista letteraria de Linkiesta. All’ombra di colonne divine abbiamo parlato di letteratura, di corpi, di comandanti e della Sicilia. Lo rifaremo il prossimo anno, perché ormai non possiamo farne a meno

Così l’abbiamo fatto davvero. Quando Christian Rocca, nel cuore dell’inverno, mi ha telefonato per propormi un’invincibile estate, ho detto sì senza prevedere molto di quello che sarebbe accaduto. Sapevo solo che qualcosa di simile era già successa: dieci anni fa, quando mi aveva chiesto di recensire un romanzo di seicento pagine appena uscito in America che avrebbe a breve vinto il Pulitzer (a me che non avevo mai scritto su un giornale), e tre anni fa, quando mi aveva chiamato per propormi di curare insieme una rivista letteraria, di carta, di soli racconti, proprio mentre le librerie chiudevano per la pandemia.

Dunque, eccoci a festeggiare i sei numeri di K – sul palco ho detto sempre cinque, perché sbaglio tutti i calcoli, sempre – in un luogo caro a entrambi e strabiliante per tutti: il tempio di Afrodite a Segesta. All’ombra di colonne divine, così piccoli noi a parlare di letteratura, di corpi e possibilità di salvezza, di piloti che rubano la notte, del desiderio delle donne, dell’anno mille e della sua apocalisse, di storia delle famiglie e della Sicilia, di comandanti leggendari – così piccoli, così ostinati.

Io a Segesta c’ero stata alle elementari per la prima volta, allora la Sicilia greca mi entrava sotto la pelle e ogni tempio, ogni anfiteatro mi diceva chi ero. È lì che sono diventata un’adulta che oggi lascia scivolare quel cuore antico dappertutto nei libri, perciò la sera, prima di andare via, mandavo un bacio ad Afrodite. Lei sa perché.

Grazie a lei, l’abbiamo fatto davvero – con Christian, Annalisa, Giusi, Vito, Peppe, e l’altro Peppe, con Antonio, con Stefania e Virginia e Francesca e Antonella sul palco a dare voce e musica alle parole. Tutto ha preso forma, storto come il mio piede rotto poche settimane prima e nemmeno del tutto liberatosi del tutore. E che forma: le lacrime di Stefania Auci che parla di amore dato e ricevuto; uno sciamanico Sandro Veronesi e la storia del suo capitano; Viola Ardone, Oliva Denaro e Franca Viola, tutte e tre allineate nel tempo e nello spazio; Beatrice Monroy e Ildegarda ai confini della distopia; Romana Petri e Tonio che voleva solo volare, perché i desideri sono ossessioni.

Quando infine Vasco Brondi tra violoncello e pianoforte canta di cicatrici a forma di fulmini e lune crescenti e racconta quanto possa essere punk andare in gita per le provincie emiliane e non trovarci niente, solo il signore che porta a spasso il cane davanti a una gelateria, penso a quelli che hanno mangiato un gelato al volo salendo dalla spiaggia e si sono arrampicati al tramonto fin lassù, fino ad Afrodite, per dividersi un pezzo di bellezza sotto un cielo che cambia mentre cambiano loro e cambiamo noi.

Quindi, l’abbiamo fatto davvero e pare che lo rifaremo il prossimo anno, perché ormai non possiamo farne a meno. Io però non saprò mai «come si fa un festival letterario», perché non esiste niente di generale, niente di esportabile e niente di astratto in quello che è successo – tendo a pensare che sia stata tutta colpa di Afrodite Urania, cui il tempio è dedicato. Suggerisco, a chi mi chiede, che la direttrice artistica sia a tutti gli effetti lei. Aiutanti, le notti che Tomasi di Lampedusa bene descrive in Lighea (dove pure si ammoniscono i lettori a non esaltarsi per quei quattro templi che abbiamo sull’isola): «Certe notti estive in vista del golfo di Castellammare, quando le stelle si specchiano nel mare che dorme e lo spirito di chi è coricato riverso fra i lentischi si perde nel vortice del cielo mentre il corpo, teso e all’erta, teme l’avvicinarsi dei demoni».

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