Ritardi all’italianaLa carenza di personale e la burocrazia rallentano la crescita del fotovoltaico utility scale

La tortuosità dei procedimenti autorizzativi e i problemi nella gestione delle pratiche sono imputabili anche alla mancanza di forza lavoro. Come spiega Filippo Fontana, Coo e founder di Vexuvo e portavoce dell’Alleanza per il fotovoltaico, spesso le aziende non hanno le risorse e la chiarezza normativa necessarie per programmare con serenità e, di conseguenza, capire quante persone formare e assumere

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Settimana scorsa, durante un question time alla Camera, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha fatto il punto sullo sviluppo delle rinnovabili in Italia e annunciato una novità attesa da più di un anno e mezzo: l’invio alla Conferenza Unificata Stato Regioni del decreto aree idonee. La norma, secondo il titolare del Mase, «garantirà un iter burocratico più snello e l’innalzamento delle soglie di potenza degli impianti per le valutazioni ambientali».

Pichetto Fratin ha aggiunto che il suo dicastero ha «intrapreso un percorso di digitalizzazione dei processi», tra cui «l’adozione di una piattaforma digitale unica per la presentazione delle istanze». Tutte novità che, nonostante i ritardi, sono state accolte positivamente dagli operatori del settore del fotovoltaico, specialmente se parliamo del cosiddetto “utility scale”, ossia quel termine che si riferisce agli impianti solari di grandi dimensioni, di taglia pari o superiore a un megawatt. 

Parliamo di tutti quei progetti in grado di fare davvero la differenza, ma che in Italia scarseggiano a causa di una sfilza di (annosi) problemi: dalla burocrazia (causata, come vedremo più avanti, anche dalla carenza di personale) alle resistenze degli enti locali

Da una parte, l’Italia – la cui fonte di energia elettrica principale è ancora il gas – nel 2022 ha installato tre gigawatt di capacità di generazione energetica da fonti rinnovabili (tra cui +2,5 gigawatt di energia solare), facendo registrare una crescita del centoventicinque per cento rispetto all’anno precedente. Dall’altra, «più del novanta per cento degli impianti sono inferiori ai dieci kilowatt, quindi sono piccoli e guidati fondamentalmente dall’ondata conseguente al Superbonus», spiega a Linkiesta Filippo Fontana, Coo e founder di Vexuvo e portavoce dell’Alleanza per il fotovoltaico, un network di operatori energetici impegnati nello sviluppo, nella realizzazione e nella gestione di impianti solari utility scale. Questi progetti, come sottolinea Fontana, in Italia sono meno dell’uno per cento sul totale. 

Il decreto aree idonee stabilirà i criteri e gli obiettivi di potenza rinnovabile per ogni Regione, fissando – stando alle anticipazioni del Corriere – l’obiettivo nazionale degli ottanta gigawatt entro il 2030. Alla Sicilia spetterà il maggior numero di istallazioni (10,3 gigawatt), con il podio completato dalla Lombardia (quasi 8,7) e dalla Puglia (7,28): «Noi operatori lo aspettavamo da tempo perché è una delle possibili azioni per fare chiarezza in questo momento normativo un po’ confuso», dice Fontana. Secondo l’Alleanza per il fotovoltaico, il Mase sta attualmente gestendo oltre settecento progetti per la produzione di energia solare, per un totale di oltre quaranta gigawatt di progetti sull’energia pulita e non impattante sul clima. 

«Nel primo trimestre del 2023 abbiamo contato circa una ventina di impianti fotovoltaici utility scale realizzati: non è una cifra in linea con gli obiettivi di transizione energetica. Guardando i dati del ministero dell’Ambiente, in Italia ne abbiamo circa seicento bloccati in fase di valutazione tecnica. Un numero molto complicato da smaltire». Secondo il portavoce dell’Alleanza per il fotovoltaico è una questione burocratica, che si traduce in processi autorizzativi farraginosi e non supportati adeguatamente dalle innovazioni digitali. 

Spesso sottovalutiamo quanto in Italia siano lunghi i processi autorizzativi che permettono al fotovoltaico utility scale di sbocciare e contribuire al raggiungimento dei numerosi target climatici da rispettare. Di solito si comincia con la “Valutazione per l’impatto ambientale” (Via), in cui ci si accerta che l’impianto non sia dannoso per l’ecosistema. Ad esempio, non si può costruire all’interno dei siti Unesco, nelle aree di «notevole interesse culturale o pubblico», nelle zone naturali protette e nelle zone umide di importanza internazionale. La durata complessiva (prevista dalla legge) di questa fase è di centosettantacinque giorni. 

Il secondo step riguarda il rilascio della cosiddetta “Autorizzazione unica” (Au), che è in capo alle Regioni o alle Province autorizzate tramite delega. Qui la durata complessiva non deve superare i centottanta giorni dalla presentazione della richiesta per costruire l’impianto. 

Si chiude poi con il “Procedimento autorizzatorio unico regionale (Paur), ossia la fase che comprende il provvedimento di Via e tutte le varie autorizzazioni, licenze, concessioni, nulla osta e pareri fondamentali per dare inizio ai lavori. La durata complessiva è di duecentoquarantacinque giorni dall’istanza. 

Basta fare un breve calcolo per capire che, in Italia, i processi autorizzativi di un impianto solare di grandi dimensioni possono durare quasi due anni. E, dopo tutto ciò, bisogna costruire, che non è esattamente un percorso rapido e semplice. «Serve una rivoluzione burocratica che parta dal basso, da tutti gli enti preposti e tutti i player del sistema. Altrimenti diventa difficile applicare anche le normative dell’Unione europea, come la revisione della direttiva sulle rinnovabili», dice Fontana. 

Il Coo di Vexuvo ritiene che per accelerare ci sia bisogno di un intervento su tre livelli. «Nell’analisi amministrativa, che dà la procedibilità al progetto, i ritardi sono di facile smaltimento, anche utilizzando dei concetti che ha citato il ministro dell’Ambiente il 12 luglio in parlamento: piattaforme digitali, semplificazioni nella presentazione delle istanze e standardizzazione della documentazione da presentare».

Il momento più critico è quello della valutazione tecnica, rallentata da una preoccupante carenza di personale che, a sua volta, causa problemi di gestione delle pratiche: «In questa fase capita che la commissione non riesca a effettuare le analisi in tempo e a chiedere eventuali integrazioni. È questo il collo di bottiglia che necessita di più sostegno». Il terzo intervento, secondo l’esperto, dovrebbe riguardare una razionalizzazione del ruolo del ministero della Cultura.

Quest’ultimo ha modo di esprimersi durante la fase di analisi tecnica dei progetti, poi – in accordo con il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica – viene nuovamente chiamato in causa nella fase finale del processo: «Se il ministero della Cultura intervenisse una volta sola, si razionalizzerebbe il processo di valutazione, mantenendo gli interessi del ministero e accelerando gli step autorizzativi». 

Ma il nodo più complesso da sciogliere, come anticipato, rimane la carenza di personale. Stando all’edizione 2022 del report Greenitaly di Symbola e Unioncamere, l’Italia vanta 3,1 milioni di green jobs, pari al 13,7 per cento degli occupati, ma questi numeri non sono (ancora) in linea con la crescita che dovrebbe investire il settore delle rinnovabili, in particolare il fotovoltaico. 

Filippo Fontana ritiene che non ci sia un tema di appetibilità del lavoro, ma di difficoltà delle aziende a programmare con serenità nel lungo periodo, anche a causa di una situazione normativa piuttosto torbida: «Vedo tutti i giorni le difficoltà nel reperire personale. Il settore comunque sta crescendo e i cittadini provano interesse. Per dirti, a noi sta succedendo spesso di fare colloqui a persone che vengono dall’oil&gas. Ovviamente, per approcciarsi al nostro settore, hanno bisogno di investimenti importanti da parte delle aziende, formazione, volontà», dice il portavoce dell’Alleanza per il fotovoltaico. 

«In un sistema che funziona, dove le imprese riescono a programmare, anche gli investimenti per il personale possono essere più sicuri. Ma non sapendo quanti impianti potrò costruire, ad esempio, nei prossimi sette-otto anni, quante persone assumo? Quante ne formo? C’è poca serenità di programmazione nel lungo periodo», aggiunge. 

Stando alle elaborazioni di Elettricità Futura, che ha utilizzato i dati di SolarPower Europe, nel 2030 l’Italia potrebbe avere trecentomila nuovi occupati nella sua filiera industriale del fotovoltaico. Oggi, però, i lavoratori nel settore sono circa venticinquemila: «È chiaro che prima o poi ci si arriverà, ma come? È un po’ un cane che si morde la coda», si domanda l’esperto.

Investimenti, chiarezza normativa, snellimento della burocrazia e capacità di programmazione sono le chiavi per far crescere la filiera nel lungo periodo, ma la politica – al tempo stesso – deve mettere in campo degli strumenti per migliorare la situazione fin da subito: «Da un lato l’aumento della forza lavoro è decisivo. Ma la razionalizzazione di questo lavoro diventa ancora più efficace nel breve periodo. Piattaforme digitali, semplificazione e razionalizzazione della documentazione amministrativa: tutte queste novità fanno sì che, magari, le stesse risorse possano lavorare a più progetti», conclude Fontana.

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