Il cibo e noi Sono sempre più giovani le persone vittime di disturbi alimentari

Le statistiche sui disturbi della nutrizione e dell’alimentazione fotografano una realtà preoccupante, ma i nuovi cibi plant-based o frutto di ricerca scientifica possono dare una mano anche in questo campo

Foto di Ursula Gamez su Unsplash

Il mondo guarda alla dieta mediterranea come a un esempio, ma l’Italia, che dovrebbe esserne la culla, tradisce le sue antiche e salutari tradizioni e si ammala di cibo. Così almeno stando a una ricerca sulla nutrizione diffusa da Unicusano secondo la quale soltanto il trenta per cento degli italiani mangia in modo sano e consapevole e in poco più di vent’anni, tra il 2000 e il 2023, sono saliti drasticamente i casi legati a una cattiva alimentazione: da trecentomila sono aumentati del 113 per cento.

Al presente si stimano in circa tre milioni le persone affette da disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (Dna), nel mondo sono oltre 55 milioni. Quando si parla di disfunzioni legate al cibo le prime parole che vengono in mente sono anoressia e bulimia e, certo, anche di questo si tratta, ma il dato allarmante è la precocità con cui si manifestano. I nuovi casi, infatti, riguardano per lo più bambini e adolescenti in età prepuberale.

Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, sui Centri in Italia del Servizio Sanitario Nazionale dedicati ai disturbi del comportamento alimentare, su oltre ottomila utenti, il novanta per cento è di genere femminile rispetto al dieci per cento di genere maschile; il 59 per cento dei casi ha tra tredici e venticinque anni di età, il sei per cento ha meno di dodici anni.

Rispetto alle diagnosi più frequenti, l’anoressia nervosa è rappresentata nel 42,3 per cento dei casi, la bulimia nervosa nel 18,2 per cento e il disturbo di binge eating nel 14,6 per cento. Tuttavia, in questa ricerca non si parla più solo di ragazzine ossessionate dalla linea o da modelli inarrivabili di bellezza, ma anche e soprattutto di ragazzi fino ai quattordici anni, il cui tasso di ricovero – solo tra il 2014 e il 2018 – è aumentato del 110 per cento.

Non ci sono solo i problemi fisici, di cui spesso la vittima è inconsapevole. Anoressia, binge eating, obesità, si legano a importanti disagi psicologici e psichiatrici che si traducono in disturbi dell’umore, fobie ossessivo-compulsive, depressione, ansia, bassa autostima, comportamenti autolesionistici e altri disturbi della personalità. Secondo Unicusano, tra i primi cinque reparti che ospitano persone affette da Dna vi sono pediatria e neuropsichiatria infantile.

Il problema è più grave nel Centro-Nord Italia, dove si concentra il 65,7 per cento dei casi e la triste classifica è guidata dalla Lombardia, seguita dalla Toscana e dal Piemonte.

L’industrializzazione, com’è noto, svolge un ruolo significativo. I disturbi alimentari non si riscontrano in Africa e nei Paesi meno sviluppati, ma sono malattie tipiche del mondo occidentale, oltre che di quei Paesi che ormai hanno usi e costumi simili ai nostri. Il Sud Corea, ad esempio, dove fino a trent’anni fa il fenomeno era ignoto e che oggi registra un numero di pazienti affetti da anoressia e bulimia pari a quelli di Italia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti. La pandemia, come in tanti altri settori, ha peggiorato la situazione, ma anche ora che è stata ormai più o meno lasciata alle spalle non si vedono segnali di miglioramento.

Molteplici i fattori di rischio, da quelli personali come età, carattere, genere, a quelli famigliari (dipendenze o disturbi dell’umore in famiglia, vischiosità affettiva, abusi, eccessiva attenzione al giudizio altrui) e socio-culturali (la pubblicità, la magrezza associata al successo e alla popolarità), fino all’eccessiva faciloneria con cui vengono proposte diete del tutto sbilanciate.

Non aiutano i vari allarmi, spesso lanciati senza adeguato supporto medico-scientifico, riguardo a vari cibi killer, dalle carni rosse, al glutine, ai grassi, ai conservanti e ai coloranti, e la mancanza di informazioni nutrizionali serie sui vari prodotti. In una parola, manca una cultura base del cibo che permetta di orientarsi tra stimoli e suggestioni contradditorie.

Il risultato è un consumo spropositato di zuccheri semplici e grassi saturi (raddoppiati), di formaggi, latte e dolci e di carne, a discapito di cereali e carboidrati.

La ricerca conclude spezzando una lancia in favore di preparati alimentari innovativi e molto discussi come la carne coltivata, farine da grilli o locuste, soluzioni plant-based e regenerative food che potrebbero comportare una serie di vantaggi sia a livello nutritivo (e dunque salutare), sia sul piano climatico-ambientale.

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