L’Uefa rimane a guardareL’Arabia Saudita non vuole commettere gli stessi errori della Cina nel calcio

Il Public Investment Fund di proprietà del re bin Salman gestisce al momento quattro squadre della Saudi League, distribuendo in maniera equilibrata gli acquisti milionari. Una volta che saranno diventate attrattive verranno vendute a investitori privati e PIF passerà a rilevare le quattro successive

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La Saudi Pro League, a differenza delle altre leghe ricche ed emergenti che hanno provato a ritagliarsi uno spazio nel panorama calcistico ingaggiando giocatori a fine carriera, sembra voler intraprendere una strada diversa. In questa finestra di mercato sono arrivati in Arabia molti giocatori di medio-alto livello (con qualche eccellenza, come il Pallone d’oro in carica Karim Benzema) che hanno alzato la competitività del campionato. Una campagna acquisti aggressiva che appena qualche mese fa poteva sembrare fantascienza.

La particolarità del sistema calcistico saudita sta nel fatto che i quattro club più importanti del Paese sono di proprietà del Public Investment Fund (che controlla anche il Newcastle). A capo del PIF c’è il principe ereditario Mohammad bin Salman. Gli investimenti nello sport da parte dei Paesi del Golfo non sono una novità. Basti pensare alla Formula 1 e al golf, che insieme al calcio fanno parte di un più grande programma di investimenti che dovrebbe guidare la transizione verso nuovi asset per diversificare il business saudita e renderlo meno dipendente dalla principale fonte di guadagno: il petrolio. Nasce così il progetto Visions 2030 il piano in cui rientrano gli investimenti nello sport, nell’energia e in altri numerosi progetti. L’obiettivo di Visions 2030 è anche quello di dare una nuova veste all’Arabia Saudita, provando a migliorare l’immagine di un Paese che tende a reprimere ogni forma di dissenso (il Democracy Index sviluppato da l’Economist lo individua come uno dei paesi più autoritari al mondo) e che si trova costantemente ai primi posti nelle classifiche per condanne a morte. 

Un’operazione di brand washing ricca di contraddizioni che sta già attirando sui calciatori inevitabili critiche. Il caso simbolo è quello di Jordan Henderson, ex-capitano del Liverpool e della nazionale inglese da sempre al fianco della comunità LGBTQ+, che nonostante le pressioni ricevute in patria non ha saputo resistere ai circa trentasei milioni di euro all’anno messi sul piatto dell’Al-Ettifaq. La squadra araba ha peraltro oscurato, durante il video di presentazione del centrocampista, la fascia da capitano arcobaleno indossata in Inghilterra dall’ex Liverpool.

La vicenda non sembra preoccupare troppo la FIFA che, anzi, è ben felice di vedere crescere un movimento dal portafoglio praticamente illimitato e che ospiterà anche il prossimo mondiale per club a dicembre, concludendo così un anno calcistico da incorniciare per i Paesi del Golfo dopo i Mondiali in Qatar nel 2022. Nel frattempo l’UEFA fatica a sviluppare gli anticorpi necessari a contrastare un sistema che impoverisce di talenti le leghe europee, ricoprendo di dollari i nostri club costretti a fare i conti con i vincoli del Fair Play Finanziario. In Europa sono rimaste due o tre squadre al di fuori della Premier League in grado di poter garantire ai giocatori un trattamento economico di altissimo livello (e comunque non paragonabile a quello arabo). Tra queste non ci sono italiane, anche se la creatività di alcuni nostri club ha portato ai buoni risultati nelle coppe di questo ultimo anno. Ma è sembrato più che altro un exploit.

Ripensare a un nuovo modello calcistico europeo è ormai imprescindibile e il percorso individuato dalla Superlega, tanto osteggiata da Čeferin, forse non era del tutto sbagliato. Proprio il presidente dell’UEFA ha dichiarato a giugno che la Saudi Pro League, comprando giocatori a fine carriera, stava facendo gli stessi errori della Cina dieci anni fa. Come vedremo, però, ci sono molte differenze.

La bolla cinese
Anche il campionato cinese, pur non avendo una grande tradizione, ha vissuto una rapida espansione arrivando al suo apice tra il 2015 e il 2017 quando in un biennio sono stati spesi quasi quattrocento milioni per il mercato. La crescita del movimento voluta da Xi Jinping – che aveva come obiettivo quello di portare la nazionale cinese sul tetto del mondo entro il 2050 partendo praticamente da zero – si è arrestata per una serie di fattori. Quello principale è sicuramente legato alla forte tassazione imposta dal Partito Comunista cinese sugli stipendi dei giocatori stranieri, arrivata dopo vari “casi Lavezzi” (che in Cina guadagnava quasi ottocentomila sterline a settimana). La lega è così diventata meno attrattiva per europei e sudamericani e la bolla ha iniziato a sgonfiarsi velocemente. 

Va poi considerato che più della metà delle squadre di alto livello erano di proprietà di grandi imprese immobiliari che investivano denaro nei club, sperando di ottenere relazioni più strette con le autorità regionali o nazionali. Quando alla fine degli anni Dieci il mercato del mattone ha rallentato, gli investimenti sono diminuiti e diverse squadre sono fallite o hanno subito un ridimensionamento come lo Jiangsu Suning e il Guangzhou Evergrande, fino a poco tempo fa tra le più ricche e vincenti. Il Covid e la corruzione hanno fatto il resto.

Xi è sempre stato convinto che il calcio potesse essere uno strumento in più per affermare la grandezza della Cina a livello mondiale, attraverso investimenti che garantissero un maggiore peso politico. Le iniezioni di liquidità nei campionati europei sono state utili nei rapporti diplomatici con alcuni Governi e hanno anche permesso al dragone di avere maggiore influenza nel tessuto economico. Per rendere l’idea del soft power cinese nello sport europeo basta pensare al caso Özil, uno dei migliori giocatori dell’Arsenal che nel 2020 è stato messo fuori squadra a causa di un tweet in cui denunciava i maltrattamenti della Cina nei confronti dei uiguri dello Xinjiang. 

Ma troppi fattori erano fuori dal controllo del regime cinese e questa operazione ha messo in mostra alcuni limiti del suo modello. Non tutto è da buttare. I tanti investimenti non hanno coinvolto solo i grandi campioni ma anche la realizzazione di numerose strutture e scuole calcio che potranno contribuire alla crescita del movimento in futuro.

L’UEFA non li ha visti arrivare
Oltre a essere stato smentito dai recenti sviluppi del calciomercato arabo, che continua a trattare giocatori europei forti e con un’età media sempre più bassa, Čeferin sembra quindi non aver considerato alcune differenze fondamentali tra i due sistemi. La prima è di carattere culturale: in Cina la passione per il calcio era tutta da costruire mentre in Arabia Saudita è sempre stato di gran lunga lo sport più seguito. La nazionale del Paese ha partecipato a sei delle ultime otto edizioni dei mondiali e nella manifestazione dello scorso anno la squadra saudita è stata l’unica a battere i campioni del mondo dell’Argentina. 

La seconda, quella che segna la differenza più netta, riguarda la governance del campionato. Il progetto di bin Salman prevede di gestire i quattro club più importanti distribuendo gli acquisti tra i vari top team in maniera da livellare le squadre. Una volta che saranno diventate attrattive potranno essere vendute a investitori privati e il fondo PIF passerà a rilevare le quattro successive. Una sorta di draft NBA gestito dal regime saudita che dovrebbe redistribuire i giocatori in maniera equa garantendo la stabilità della lega. Finché ci saranno i soldi dello Stato difficilmente i calciatori, anche di buon livello, potranno rifiutare offerte di tale portata. Quando e se finirà il percorso di crescita del campionato arabo, sarà bin Salman a deciderlo. 

L’UEFA potrebbe aver sottovalutato un movimento la cui crescita non sembra destinata a fermarsi così presto. Verrebbe da citare il titolo del libro dell’autrice femminista Lisa Levenstein «Non ci hanno visto arrivare» se non stessimo parlando di un Paese che è costantemente in fondo alle classifiche del Global gender gap report del World Economic Forum per la condizione delle donne. Ma in fondo sarebbe solo l’ultima di una lunga serie di contraddizioni.

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