Conosciamo noi stessiLa cultura classica ci salverà dagli eccessi del dominio tecnoscientifico

In “I Greci in noi”, edito da Meltemi, Angelo Tonelli sottolinea l’importanza di trovare riferimenti letterari, filosofici e spirituali al di fuori del contemporaneo in tempi dominati dalla tecnologia, dall’economia e dal potere concentrato nelle mani di pochi

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È bene tenerlo a mente, in questi tempi di progressiva dominazione della tecnica sulla vita quotidiana e sulla psiche collettiva: l’efficacia strepitosa delle escogitazioni tecnologiche realizzate in prevalenza attraverso le procedure razionali del pensiero – dico prevalentemente perché innumerevoli invenzioni della tecnica sono scaturite, per esempio in Einstein e in Pauli, da lampeggiamenti intuitivi consolidati poi in sistemi razionali e trasferiti nella dimensione pratico-operativa – spinge a ritenere che soltanto ciò che si pensi con tali procedure possa essere considerato verità.

Giorgio Colli, quando al termine delle sue lezioni pisane si lasciava accompagnare alla stazione dai suoi allievi prediletti, amava ripetere che i Greci avevano sviluppato capacità di calcolo e di realizzazioni tecniche formidabili per quei tempi e in assoluto; ma avevano scelto di non spingere la tecnica oltre certi limiti imposti da credenze sedimentate nella loro cultura e ben radicate nel mito, che metteva in guardia dal commettere hýbris, ovvero macchiarsi di superbia o tracotanza, inclinazioni distruttive e autodistruttive dell’uomo che altera l’equilibrio della Natura.

Deinós, insieme straordinario e tremendo, nel Coro dell’Antigone di Sofocle è l’uomo, che escogita le più svariate tecniche per alleviare le proprie sofferenze e vivere più confortevolmente nella Natura, mitigandone le asprezze e controllandone le insidie:

Molte sono le cose tremende,
ma nulla è più tremendo dell’uomo
che valica il mare candido di schiuma
al soffio tempestoso del vento del Sud,
fendendo il fragore delle onde,
e travaglia al giro degli aratri, di anno in anno
la Terra eterna, infaticabile,
e la rivolta con la stirpe dei cavalli.

E serrandoli nei lacci delle reti
l’uomo, con mente accorta,
cattura la razza spensierata degli uccelli
e i popoli delle fiere selvagge
e le creature marine;
e con le sue astuzie
domina gli animali selvaggi che vagano sui monti
e aggioga per il collo
il cavallo crinito, il toro infaticabile, montáno.

E apprese la parola
e il vento del pensiero
e l’impulso al vivere civile
e come fuggire i dardi a cielo aperto
del gelo inospitale, dei rovesci di pioggia,
moltiplicando le sue risorse.
Mai senza risorse
affronta il futuro, e soltanto dall’Ade
non avrà scampo.
Ma ha inventato rimedia malattie inguaribili.

Oltre ogni speranza
signoreggia l’intelligenza
che escogita risorse,
e inclina ora al male, ora al bene:
e si innalza nella città
quando serba rispetto per le leggi
e per la giustizia giurata nel nome degli dei.
Ma è fuori della città
chi frequenta il male
per compiacere la sua audacia temeraria.
Stia lontano dal mio focolare,
stia lontano dalla mia amicizia,
colui che agisce in questo modo.

(Sofocle, Antigone, vv. 332-375)

Ma quando la tecnica si spinge oltre i limiti dell’equilibrio naturale, quando la scienza sfida la Phýsis, la Sacra Natura, in totale inconsapevolezza, essa genera mostri: così ammoniva Mary Shelley, la sposa di Percy, nel suo romanzo visionario dedicato al dottor Frankenstein, lo scienziato che faustianamente si dedicò a superare i limiti della vita biologica, e finì per generare uno zombi patetico e devastante. E così ammoniva Robert Louis Stevenson, attraverso la figura del Dottor Jeckyll e della pozione che ne sdoppiò la personalità, fino alla possessione da parte della sua Ombra, Mr Hyde, il Nascosto. […]

“Siamo tutti Greci – dicevamo con Shelley – ed è bene tenerlo a mente, di questi tempi”. Ma che tempi sono questi? Sono i tempi del trionfo del pensiero unico tecnoscientifico che si pone come portatore e garante di verità, benessere e sicurezza. Sono anche i tempi in cui l’economia e il calcolo economico sono diventati il non più velato motore e movente della vita consociata: il trionfo del dio-denaro. E i tempi in cui il potere economico si è concentrato, come mai prima nella storia del mondo, nelle mani di un’élite ristretta, che padroneggia non solo le leve di esso, ma anche la tecnologia dell’informazione e l’informazione stessa. E, al momento, i tempi in cui l’attenzione a livello planetario si è concentrata su un virus di una qualche gravità, il Covid 19.

Per contrastarne la pur non micidiale letalità miliardi di persone ovunque nel pianeta sono state costrette a mesi di clausura forzata e sono state loro imposte, come non accade neanche durante gli stati di emergenza militare, severe e discutibili limitazioni delle libertà. E soprattutto è stata scatenata una campagna di terrorismo mediatico con l’ostentazione pornografica di immagini di malati intubati negli ospedali, e l’elicitazione di stati di coscienza collettivi dominati dalla paura di una morte atrocissima tanto imminente quanto statisticamente improbabile per i singoli, benché non impossibile.

Per questo, di questi tempi, è di vitale importanza rintracciare figure di riferimento culturale e spirituale non coinvolte nel progressivo decadimento dell’arte, delle religioni, e in particolare della filosofia, causato dalla progressiva trasformazione della figura del Sapiente-sciamano originario (i sophoì greci e orientali, ovvero Parmenide, Pitagora, Eraclito, Empedocle, e in Oriente Buddha, Lao Tzu e altri) in quella dell’intellettuale razionalistico illuminista, e ancor peggio nell’intellettuale insieme accademico e mediatico contemporaneo, una sorta di influencer privo di qualunque capacità di travasare nei suoi uditori stati di coscienza illuminati.

Siamo, infine e soprattutto, in tempi in cui le moltitudini sono esposte a un sovraccarico di stimoli esterni perturbanti, ansie e inquietudini. Paure.


Tratto da “I Greci in noi. Dalle origini della nostra cultura alla deriva transumanista”, di Angelo Tonelli, edito da Meltemi, 17,10 euro, 202 pagine.

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