Voluntary contributionLa beneficenza di Ferragni, la raccolta fondi di Hollywood e la sciccheria di donare senza ostentare

L’americanizzazione dell’occidente ha convinto anche i famosi nostrani a mettere i soldi dove dovrebbe metterceli lo Stato. C’è chi si autoscatta in posa caritatevole e chi usa l’anonimato ma per farlo sapere a tutti

Lapresse

Tempi durissimi per noialtre aspiranti Jack Nicholson. Non ricordo neanche su che giornale fosse che da piccola lessi una frase sulla beneficenza attribuita a Jack Nicholson. Ero troppo giovane per saper vagliare l’attendibilità delle fonti, quindi esiste la possibilità che non l’avesse mai detta, ma io comunque mi rifaccio a quella che ho deciso essere la sua scuola filosofica.

La frase diceva più o meno: non credo nella beneficenza, pago le tasse e mi aspetto che di chi ha bisogno si occupi il governo (gli americani dicono «il governo» nelle occasioni in cui noi diciamo «lo Stato», essendo la loro incasinata organizzazione divisa in cinquanta stati).

Poi è andata come sappiamo: che non solo Jack ha perso, ma si è realizzato quel contagio imbarazzante che è l’americanizzazione dell’occidente. Tutto – lo so, scrivo sempre le stesse cose – affidato alla buona volontà dei singoli: mance, beneficenza, e altre forme di carità (e noialtri neanche abbiamo la scusa che i soldi – perché a quel che serve ci pensi lo Stato – non ci siano perché le tasse se ne vanno in un esercito che difenda il mondo).

Di recente ero al bar del Principe di Savoia, albergo non esattamente dai prezzi da topaia di Milano, e sul conto, a una Coca Cola da undici euro, veniva aggiunto lo stesso cinque per cento che, da gennaio, l’albergo aggiunge se prenoti una camera, con la dicitura «voluntary staff contribution» (nella prenotazioni delle stanze: «discretionary employee contribution»).

Ma, a parte che se questo contributo è discretionary o voluntary dovrei potermi rifiutare di pagarlo, l’intero punto di farmi pagare una Coca Cola undici euro non è che a quel punto tu abbia abbastanza soldi per pagare il personale di servizio senza chiedermi la carità?

Quindi, quando Chiara Ferragni spiega ai suoi follower che Beppe Sala le ha detto che rimettere a posto Milano dopo il tifone è molto costoso, «50 milioni di euro, una cifra assurda», la conclusione del suo messaggio non è «il primo milione ce lo metto io», come peraltro già ha fatto in altre occasioni procurandosi un notevole credito reputazionale (la principale ragione per cui fare beneficenza, assieme alla detraibilità fiscale).

La conclusione è una voluntary urban contribution: «Vi saprò dire meglio e più nel dettaglio nei prossimi giorni come potremmo dare una mano. Insieme possiamo fare la differenza». È perché Chiara Ferragni, come i grandi alberghi, ha capito che non c’è ragione di pagare lei se può far pagare noi?

Non credo sia solo quello: credo che Chiara Ferragni, avendo un istinto per le peggiori degenerazioni della società, abbia capito che i suoi contemporanei – imbecilli con velleità che ripetono senza averne capito il senso «libertà è partecipazione» – ci tengono a fare la loro parte e ad autoscattarsi mentre sono caritatevoli, si vogliono sentire coinvolti e prendere anche loro cuoricini per la loro generosità, sono lieti di dare i loro cinquantacinque centesimi di voluntary contribution per una Coca da undici euro.

Su Twitter gira un ricordo di Bologna il 2 agosto 1980, la gente – non uccisa o ferita dalla bomba, ma che non può proseguire il viaggio – che dalla stazione va in Comune e le viene data l’acqua, e da mangiare, e dei soldi se, come nel caso di chi racconta, le sue cose sono rimaste sul treno travolto dalle macerie sul primo binario. 

Non ho idea se sia un racconto realistico o di fantasia, ma oggi sembra impossibile uno stato che si organizza così velocemente per ristorare i cittadini: è perché non siamo più abituati agli attentati, o è perché ci sembra normale che se ci servono degli spicci ce li diano i passanti e non le istituzioni?  

Il New York Times racconta che la risposta a chi accusa i più famosi attori del cinema americano di non farsi vedere ai picchetti dello sciopero in corso è una raccolta fondi avviata da George Clooney e Meryl Streep per dare una mano agli attori più squattrinati, meno famosi, meno in grado di stare un anno senza lavorare di loro. Clooney e Streep sono stati i primi a metterci un milione a testa, assieme ad altri nomi elencati dal NYT: DiCaprio, Kidman, Roberts, Schwarzenegger eccetera.

Il dettaglio interessante è che quelli di «un milione o più» sono dal NYT tutti elencati come contributi di singole star, con l’eccezione dei due matrimoni più tra star di questo decennio: tra i donatori ci sono le coppie Ryan Reynolds e Blake Lively, e Jennifer Lopez e Ben Affleck. La comunione dei beni e delle buone cause, e il ferragnismo della beneficenza di coppia (JLo è pure testimonial di Intimissimi: praticamente la Ferragni delle portoricane).

Dall’articolo del NYT manca la parte più interessante, cioè la ricostruzione del momento in cui questi che donano un milione di dollari con la disinvoltura con cui io do le monetine al fattorino di Glovo si sono stufati di sentirsi dire che non facevano niente per lo sciopero, che non erano solidali, che non erano del club dei giusti, e hanno detto: adesso basta, fate uscire la notizia di ’sta raccolta fondi, precisando che non ci siamo limitati a chiedere soldi agli altri ma ci abbiamo messo i nostri.

C’è una puntata stupenda di “Curb your enthusiasm” in cui Larry David scopre che, se doni un padiglione al museo, non devi necessariamente farci mettere il tuo nome. Quello che ha fatto scrivere «Donatore anonimo» sembrerà inevitabilmente più chic di lui che ci ha fatto scrivere «Donato da Larry David».

Nessuno crederà mai che l’abbia fatto scrivere perché non sapeva ci fosse una possibilità alternativa: tutti penseranno che voglia farsi bello ed essere ringraziato per la sua generosità. L’altro, più furbo, fa in modo che tutti sappiano che dietro la sciccheria dell’anonimato c’è lui: sciccheria è non ostentazione. E se Chiara Ferragni, dicendoci «insieme», facesse conto sul nostro credere che il primo milione l’abbia messo lei ma avendo la discrezione di non dirlo? 

Se paghi per un nuovo padiglione del museo, e nessuno sa che hai pagato tu, hai pagato davvero? Se contribuisci a ripristinare il verde milanese, e non tagghi Beppe Sala, hai contribuito davvero? Se sei George Clooney, e pratichi discrezione nel dare la mancia alle comparse, gliel’hai data davvero? 

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