Tra etica ed esteticaLe contraddizioni del Mozambico nell’arte colorata e satirica di Filipe Branquinho

Uno dei più importanti esponenti della creatività africana, ha vinto l’International Prize for Contemporary African Photography nel 2015, è in mostra al MUSEC di Lugano fino al 5 novembre. Le sue opere sono un mix di disegno e fotografia e denunciano il colonialismo ancora oggi imperante nel continente

Afrota the fleet 2020

Filipe Branquinho è forse il più noto artista mozambicano e tra i principali artisti contemporanei africani: con i suoi lavori eleganti, raffinati e coloratissimi da anni denuncia le contraddizioni socioeconomiche del Mozambico, le cui ricchezze sono vittime di una corruzione che sembra insanabile. In bilico tra disegno e fotografia, nel 2012 vince con la serie di scatti Occupations l’Estação Imagem Mora Award, mentre nel 2015 vince il Popcap’15 (International Prize for Contemporary African Photography).

L’artista è nato nel 1977 in Mozambico dove ha studiato fino al trasferimento in Brasile per perfezionare gli studi in architettura, che non ha però mai portato a termine. Nel 2010, tornato in Mozambico, l’artista ha infatti avuto come una “chiamata all’arte”, intesa come fusione di comunicazione, etica ed estetica. Dopo una mostra collettiva curata da Elisa Santos nel 2010, i suoi lavori sono stati sempre più apprezzati dal pubblico e dalla critica: dalla rivista online Leica, alla piattaforma Africultures, alla galleria Magnin-A da sempre centrale per la scena artistica africana. Grazie alla collaborazione con la AKKA Project Gallery il suo lavoro viene presentato alla 58° Biennale di Venezia nel 2019 ed è ora in mostra (fino al 5 novembre) al MUSEC di Lugano.

Beastia XVII, from the series Bestiarium, Pontado-Ouro, 2021

Cresciuto in un fortunato e stimolante contesto familiare, circondato da giornalisti, fotografi, scrittori, artisti e musicisti, la sua arte è profondamente legata al Mozambico e alla sua fragile struttura socio-economico-politica. Il suo è perciò un lavoro di forte denuncia, anche se le sue opere sono più ironiche che drammatiche e sempre caratterizzate da un’innegabile accuratezza compositiva. Abbiamo deciso di intervistarlo e farci raccontare la sua Africa, il suo Mozambico, fatto di fotografia, disegno, colore, satire e denuncia sociale.

Che rapporto hai con la tua terra natia, il Mozambico?
In Mozambico ho un senso di appartenenza, non mi sento un estraneo e sono in grado di lavorare dall’interno. Sono mozambicano perché la terra mi chiama, non perché qualcun altro lo decide. Maputo in particolare è la mia fonte di ispirazione e il luogo con la materia prima di cui ho bisogno per costruire le storie che voglio raccontare sul paese. Tutti i miei progetti artistici raccontano piccole storie del Mozambico e spero che insieme documentino un momento specifico della sua storia.

It’s not a purse it’s a Fendi, from the series In gold we trust, 2022-2022

Intendi la situazione attuale del Mozambico?
Sì. L’indipendenza del Mozambico è stata dichiarata nel 1975, solo due anni prima della mia nascita. Il Mozambico era un paese nuovo che voleva costruirsi come luogo di uguaglianza e giustizia. Almeno questo era il messaggio diffuso ufficialmente e a cui tutti credevamo. Dopo l’indipendenza, c’era l’urgenza di costruire l’immagine e l’identità del paese e, in quel processo, la moralità era una forza trainante. L’agenda di quel periodo era molto chiara: combattere contro l’oppressione e l’ingiustizia. Gli artisti lavoravano direttamente o indirettamente seguendo l’agenda del FRELIMO attraverso il Ministero dell’Informazione. Documentare l’ingiustizia era l’obiettivo di molti artisti e intellettuali. Da allora, il paese è cambiato molto e i liberatori, coloro che hanno portato le armi e combattuto contro il sistema coloniale, sono diventati a loro volta gli oppressori. Ma la volontà di documentare l’ingiustizia è rimasta. Oggi, gli artisti e tutti i creativi, quelli più critici, non hanno legami con il FRELIMO e sono “liberi” di produrre i loro contenuti, senza censura. La censura arriva solo dopo, se il lavoro ha un grande impatto sociale. L’élite corrotta è in qualche modo intoccabile e arrogante nell’agire immediatamente.

GOLDFINGER 2022

Il tuo lavoro ha sempre forti implicazioni sociali eppure alla fine c’è sempre un elemento estetico di forte impatto: come fai coesistere questi elementi apparentemente antitetici?
Il messaggio sociale proviene dalla mia esperienza di crescita in un Paese “nuovo”, in una fase di forte cambiamento. Per quanto riguarda l’approccio estetico, innanzitutto, mi piacciono le cose belle, pulite e armoniose. Credo che l’assenza di attriti apparenti, insieme a un messaggio diretto, possa interessare gli spettatori e invitarli ad avvicinarsi. E voglio credere che, avvicinandosi, gli spettatori possano percepire la sfida, essenziale per far funzionare l’arte. Cerco infatti di associare un’immagine a un messaggio sociopolitico in modo satirico e divertente. Un messaggio, anche tragico, trasmesso attraverso l’umorismo, può rimanere facilmente impresso nella mente degli spettatori. Se si utilizza un’estetica molto forte, drammatica e persino depressiva, l’opera può comunque avere un forte impatto, ma è un’immagine che lo spettatore vorrebbe probabilmente dimenticare, come un trauma.

Cine Gurué, Filipe-Nyussi on poster, from the series Gurué, Gurué, 2014

Dall’architettura all’arte: com’è avvenuto il passaggio?
L’architettura è stato il punto di partenza, ma ho capito che la mia vocazione artistica era prevalente. Nella mia arte però senz’altro questi anni di formazione e lavoro mi sono rimasti: ho imparato la consapevolezza della città in cui vivo, capirne le dinamiche, la relazione tra lo spazio attraverso la sua architettura e i suoi utenti. In effetti sono un artista autodidatta, ma posso dire con convinzione che la mia “scuola artistica” è stata la facoltà di Architettura e lo studio degli architetti José Forjaz.

Ti sei fatto conoscere come fotografo, anche se il grande successo alla Biennale è arrivato con un lavoro più ampio in cui hai fuso diversi stili: come è avvenuto questo passaggio?
Di nuovo José Forjaz. Ero a pranzo a casa sua quando ho notato la sua affascinante collezione di maschere Mapiko Makonde, tipiche della Tanzania sudorientale, del Mozambico settentrionale e del Kenya. Si tratta di maschere rituali ma usate in spettacoli festivi; non sono spaventose e di solito non rappresentano esseri del mondo spirituale, il mondo dei morti, come quelli usati durante invece rituali di iniziazione. Una delle maschere, un uomo con un sorriso orgoglioso e discreto sul volto, assomigliava a un politico. In quel momento ho avuto l’idea di usare le maschere per rappresentare persone di potere, politici influenti e corrotti e tutti quei leccapiedi intorno a loro. La mia prima idea era quella di usare la pura fotografia per costruire questo corpo di lavoro, ma ho presto capito che con la fotografia sarebbe sembrato sempre che qualcuno stesse indossando un elmo-maschera e io volevo che le maschere diventassero un personaggio. Ho quindi sviluppato una tecnica mista che parte dalla fotografia e la integra con altri materiali e tecniche. Per farlo ho cominciato a usare una carta di cotone spessa (con un grammaggio minimo di trecento gsm) che mi consente di utilizzare materiali diversi, inclusi quelli bagnati come l’acquerello e la vernice acrilica. Per questo corpo di lavoro, utilizzo fotografie di maschere Mapiko Makonde e origami di banconote, collage, acquerello, vernice acrilica, penna acrilica Posca, penna a inchiostro, penna a sfera, matita, vernice spray, dentifricio e così via… Ho utilizzato anche immagini trovate su Internet, come loghi di marchi di lusso, per comporre motivi utilizzati in alcuni sfondi.

Tangy thief, from the series Lipiko and the school of thieves, 2021

Le maschere sono un elemento che ritorna nella tua arte: puoi spiegarci meglio il motivo? Alcune le realizzi tu, altre sono realizzate da artisti locali: perché?
Da sempre sono affascinato dalle maschere, ma solo dal 2017 le maschere sono entrate nel mio lavoro. È importante sottolineare che il mio lavoro non riguarda il popolo Makonde e le loro usanze. Inoltre, sono dei manufatti di estrema bellezza frutto di un’antichissima artigianalità. Ho una grande ammirazione e rispetto per la cultura Makonde e conosco ancora poco la loro forte e antica tradizione. Uso le maschere in modo “artistico”, come riferimento tradizionale del passato. In modo satirico, le “incollo” a un corpo contemporaneo eliminando tutti i ponti storici intermedi. Questo ci permette di vedere da dove veniamo e dove siamo e di chiederci cosa è successo lungo il cammino, come siamo diventati così anti-etici.

In questi lavori ha fatto la comparsa il disegno: come mai?
Uso il disegno e una parte dell’estetica grafica perché ho imparato a rappresentare oggetti e materiali studiando e lavorando in architettura. Fotografo e disegno nello stesso modo in cui rappresento una pianta, una facciata o una vista laterale di un edificio in un progetto di architettura. Mi piace anche applicare un linguaggio visivo utilizzato nei manifesti propagandistici e nei volantini. Utilizzo motivi geometrici che assomigliano a quelli presenti localmente nei vestiti e nelle decorazioni. Alla fine, come diceva sempre mia zia, il gusto è come il sedere, ognuno ha il proprio… unico.

António Muianga, Barber, from the series Occupations, Maputo, 2011

Nelle tue opere il colore sembra sempre molto studiato. Quale ruolo gioca il colore nella tua arte?
Nella mia arte tutto ruota intorno al colore. Ho iniziato a fotografare usando pellicole in bianco e nero a causa dell’influenza forte e ancora molto presente della “scuola fotografica mozambicana”, dove la maggior parte degli autori erano fotogiornalisti. Ciascuno di questi fotografi aveva un modo molto personale di affrontare una storia, ma utilizzava uno stile in bianco e nero ad alto contrasto molto drammatico. Il colore è invece importante quando si fa un rilievo fotografico di architettura, che ripeto ha avuto un ruolo fondamentale nella mia vita. Il colore aggiunge una dimensione importante all’immagine e può produrre un effetto emotivo. Può completamente cambiare il significato di un’immagine o deviare l’attenzione su dettagli che non noteresti in un’immagine in bianco e nero. Il gusto per i colori cambia in diversi periodi storici. Io credo di aver sintetizzato queste esperienze culturali e professionali.

Il colore, quindi, è un veicolo di significato? Ce lo racconti, parlando delle tue opere più importanti?
Senz’altro! Nella serie Lipiko e The School of Thieves, così come in In Gold We Trust, la tavolozza dei colori è scelta per una ragione specifica: il rosso è il colore dominante. È presente in quasi tutti gli sfondi delle opere e rappresenta il partito al potere del Mozambico, il FRELIMO. Il FRELIMO utilizza il rosso come colore propagandistico. Attraverso i suoi membri e collaboratori, direttamente o indirettamente, il partito è coinvolto nella maggior parte degli scandali di corruzione. Usando il rosso sullo sfondo, cerco di mostrare che in qualche modo il FRELIMO è dietro la maggior parte delle ingiustizie più grandi che avvengono in Mozambico. Detto ciò, non significa che ogni membro o collaboratore sia disonesto. Molti stanno cercando di cambiare lo scenario attuale, ma in generale il partito è disfunzionale e soffre di una malattia patologica. Se non approfitti della tua posizione e delle tue connessioni, sei considerato debole. La corruzione è così profondamente radicata e diffusa che assorbe ogni buona anima. Se uno cade, tutti cadranno come un effetto domino, quindi si tengono tutti a vicenda, evitando l’inevitabile.

Filipe Branquinho, In the Land of Myopic Whoever Has Glasses Is King, 2022

Però in altri lavori il colore prevalente è il nero: che significato ha?
Nella serie The School of Thieves ho scelto il nero per lo sfondo come rappresentazione delle risorse naturali come il gas e il petrolio. Le enormi riserve recentemente scoperte in Mozambico sono state viste come segno di un futuro El Dorado mozambicano che avrebbe spinto il paese verso la ricchezza. Il colore nero, perciò, rappresenta anche un vuoto, un luogo molto oscuro e privo di moralità dove il Mozambico è o potrebbe essere diretto. Allo stesso modo in queste opere il colore oro e argento sono ampiamente utilizzati per rappresentare la ricchezza accumulata attraverso il potere e la corruzione. L’oro infatti è un colore che per me richiama tanto il lusso quanto il potere, anche se è difficile percepire all’inizio una valenza negativa. Nel 2021 ho così iniziato una nuova serie chiamata La Gabbia d’oro e il colore è essenziale in questa serie. I personaggi che sto rappresentando sono le vittime delle risorse naturali. Le loro storie sono state nascoste o modificate dai media o addirittura utilizzate dal governo in modo distorto per creare confusione. Sono individui che non hanno potere e non hanno mezzi per sfuggire a questa gabbia dorata, una dimensione in cui le risorse naturali sono una maledizione e non una benedizione. La prospettiva cambia quando lo spettatore si avvicina all’opera e inizia a leggere la biografia dei personaggi. Spero che l’uso dei colori nelle mie opere aiuti lo spettatore a comprendere meglio il messaggio che cerco di trasmettere.

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