Inside StoccolmaLa crisi abitativa in Svezia mette in discussione uno dei modelli di welfare più avanzati al mondo

Nel Paese scandinavo gli aumenti dei prezzi delle case e dei tassi di interesse sui mutui si uniscono a una nuova difficoltà del mercato degli affitti, storicamente regolato da contrattazione collettiva. La prospettiva di un nuovo crollo finanziario come quello degli anni Novanta spaventa la politica nazionale

Wikimedia Commons

Nella periferia settentrionale di Stoccolma, un’autostrada a quattro corsie separa di netto Rinkeby, una delle zone più povere della capitale, da Ursvik, uno dei sobborghi più antichi e benestanti. A pochi metri da terra, il ponte costruito per unire i due quartieri è diventato il simbolo delle diseguaglianze sociali e abitative che attraversano la Svezia oggi.

Per la popolazione di Rinkeby, l’inaugurazione del ponte (prevista per fine anno) faciliterà gli spostamenti dal quartiere al resto della città, e viceversa. Per gli abitanti di Ursvik e alcuni politici dell’estrema destra svedese, lo stesso evento farà perdere valore alle loro abitazioni e favorirà la diffusione della delinquenza nel resto della città. Il rischio che la bolla immobiliare svedese scoppi davanti ai loro occhi, proprio come era successo a inizio degli anni Novanta, non rende il dialogo più semplice.

«Esistono molti punti in comune tra la situazione che osserviamo oggi e quella di trent’anni fa: per le famiglie, alcuni indicatori economici – come l’aumento dei prezzi delle case e l’aumento dei tassi di interesse sui mutui – sono tornati agli stessi livelli degli anni Novanta, e non sono destinati a scendere nel breve termine», ha spiegato a Linkiesta Martin Grander, professore di urbanistica all’Università di Malmö, riferendosi alla crisi finanziaria che tra il 1991 e il 1992 aveva portato alla nazionalizzazione di due banche, il salvataggio di una terza e una svalutazione della corona svedese, facendo sprofondare la Svezia in una grave recessione.

Oggi il Paese vive una situazione simile a quella di altri Stati europei, come ad esempio la Germania, ma con una sostanziale differenza: in Svezia il numero di mutui a tasso di interesse variabile (che dipendono quindi dall’andamento del mercato finanziario) è significativamente più alto. Secondo la Riksbank, la banca centrale svedese, tra il 1996 e il 2015, infatti, la percentuale di mutui a tasso variabile è passata dal dieci al sessanta per cento.

Costretti a pagare rate più alte e a spendere di più a causa dell’inflazione, gli svedesi quindi comprano meno e costruiscono ancora di meno, alimentando un circolo vizioso che è destinato a peggiorare la crisi abitativa già in atto. Secondo le previsioni della Commissione europea, la Svezia sarà l’unico dei ventisette Paesi membri a subire un calo del Pil (-0,5 per cento), mentre stando alla Swedbank la contrazione potrebbe raggiungere anche lo 0,9 per cento e far entrare il Paese in recessione.

Mentre i prezzi delle case, che negli ultimi vent’anni sono aumentati circa del duecentocinquanta per cento, restano troppo alti per gran parte della popolazione, anche il mercato degli affitti è in grave difficoltà. In Svezia, infatti, il sistema degli affitti privati si basa sulla contrattazione collettiva: chi possiede una casa e vuole affittarla deve concordare con l’associazione nazionale degli inquilini un affitto che sia pari a quello di case che abbiano le stesse dimensioni, la stessa planimetria e la stessa posizione. A livello pubblico, invece, il patrimonio immobiliare di ogni comune svedese viene gestito da una società di alloggi municipali, attraverso le quali qualsiasi cittadino può ottenere una casa ad affitto controllato. A causa dell’aumento della popolazione e diminuzione delle abitazioni municipali disponibili, tuttavia, per ottenere un appartamento di questo tipo a Stoccolma bisogna aspettare in media nove anni, e in alcune zone della capitale fino a venti.

Questo sistema, nato per garantire il diritto universale alla casa previsto dalla Costituzione svedese, ha di fatto dato vita a un mercato nero dei subaffitti, che secondo un report del governo svedese del 2017 riguarda tra il dieci e il cinquanta per cento del patrimonio immobiliare pubblico, e penalizzato due dei settori della popolazione che crescono di più e che, allo stesso tempo, hanno meno risorse economiche a disposizione: i giovani e le persone migranti. Eppure, «abolire la regolamentazione degli affitti non risolverebbe il problema, anzi: aumenterebbe la segregazione delle persone a basso reddito e non farebbe diminuire il prezzo degli affitti. Penso che la soluzione sarebbe rendere queste persone una priorità per il sistema e aumentare le loro possibilità di affittare o comprare casa», ha spiegato Grander.

Dopo aver rischiato di far cadere il governo nel 2021, il sistema degli affitti resta una delle questioni che divide più profondamente la politica svedese, che tuttavia si è mostrata abbastanza fiduciosa nelle sue capacità di affrontare l’attuale crisi abitativa e finanziaria. Di fronte al parlamento, lo scorso giugno il ministro dei mercati finanziari Niklas Wykman ha infatti dichiarato di essere pronto ad agire per preservare la stabilità finanziaria del Paese, evitando però di tornare a «nazionalizzare per il gusto di nazionalizzare», come era successo all’inizio degli anni Novanta.

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