NeoproibizionismiSulla cannabis light il governo rifiuta di riconoscere evidenze scientifiche consolidate

Un decreto del ministro della Salute, Orazio Schillaci, inserisce il principio attivo del cannabidiolo nella lista degli stupefacenti, ma per l’Oms la sostanza non genera abusi o dipendenze. Non si capisce, quindi, su quali basi la libertà dei singoli debba essere limitata. L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni su Linkiesta

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La cannabis light potrà essere acquistata solo in farmacia e dietro presentazione di ricetta medica. Lo stabilisce un decreto del ministro della Salute, Orazio Schillaci, che inserisce il principio attivo del cannabidiolo (cbd) nella lista degli stupefacenti. Con un tratto di penna, il ministro distrugge le legittime aspettative di migliaia di imprenditori che hanno investito per produrre e commercializzare prodotti che, fino a pochi giorni fa, erano perfettamente legali. Per tacere, ovviamente, dei loro consumatori, che quei prodotti li acquistavano nella convinzione di non fare nulla di male.

Il governo italiano, in nome di un “giro di vite” sulla droga (che sarebbe una specie di scala, dove al primo ipotetico scalino, la cannabis, seguirebbero invariabilmente tutti gli altri) rifiuta di riconoscere evidenze scientifiche consolidate. Dopo una lunga discussione, infatti, l’Organizzazione mondiale della sanità ha stabilito che il cbd, da un lato, ha possibili applicazioni terapeutiche (riconosciute anche dal decreto Schillaci) e, dall’altro, non è suscettibile di generare abusi o dipendenze.

Il consumo ricreativo di cbd può piacere oppure no, ma non sembra essere più dannoso rispetto ad altre attività o sostanze pacificamente accettate nella nostra società. Speriamo che neppure oggi, in questi tempi di neoproibizionismi di ogni colore, nessuno si sognerebbe di proporre la limitazione del diritto di acquistare sostanze potenzialmente pericolose come i detersivi, gli alcolici e le batterie delle automobili col loro contenuto di acidi. Non si capisce, quindi, su quali basi la libertà dei singoli debba essere limitata, a fronte di nessun beneficio dimostrabile a livello sociale e persino individuale, quando si parla di cbd.

Sulla base di questi presupposti – l’evidenza scientifica, il diritto e i diritti degli individui – letteralmente migliaia di imprenditori hanno scelto di operare in questo settore. Le stime suggeriscono che la filiera della cannabis in Italia dia lavoro a circa dodicimila persone occupate prevalentemente in tremila negozi. Non è la popolazione di una grande città, ma è un valore nettamente superiore alla popolazione media di un comune italiano. È come se il governo avesse sbarrato l’ingresso a un comune.

Il divieto imposto con un tratto di penna è socialmente dannoso non solo perché improvvisamente solleva una questione sul futuro di queste attività, ma implica anche che la domanda di cbd vada insoddisfatta o, peggio ancora, finisca per cercare sfogo nel commercio irregolare (dove le sostanze vendute sono meno controllate e potenzialmente più pericolose). Per questo hanno fatto bene gli operatori del settore a reagire immediatamente impugnando il provvedimento, che potrebbe configurare una violazione delle norme europee. La Corte di giustizia Ue, d’altronde, ha già condannato la Francia per un divieto simile.

Abbiamo più volte sottolineato quanto fosse importante mantenere la promessa della premier, Giorgia Meloni, di «non disturbare chi vuole fare». L’Italia è un paese pieno di vincoli che il governo si è giustamente impegnato a rimuovere. Il mondo è complicato, la politica difficile, eliminare sul serio quei vincoli spesso è talmente faticoso da scoraggiare anche i meglio intenzionati. Un buon inizio sarebbe quello di non aggiungerne di nuovi.

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