Conte bis, Conte semperLa sinistra, il Mefistofele trasformista e l’alternativa che manca

L’ex premier e leader del M5s ha dettato i termini della normalizzazione bipopulista del nostro sistema politico, portando con sé la fine del Pd come “adulto nella stanza”. Solo che per battere questa destra sovranista non basta il populismo nazional-progressista che abbiamo in Italia

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Nell’estate del 2019 la formazione del Conte II trovò a sinistra motivazioni o alibi fortemente patriottici. Bisognava fermare la destra del Papeete e la marcia su Roma del Capitano, che dalle spiagge adriatiche sarebbe sceso sulla Capitale per fare del Parlamento un bivacco di manipoli.

Se si guarda agli esiti della storia che si è dipanata da quella mossa, su cui un Matteo Renzi già con un piede e mezzo fuori dal Nazareno riuscì a compromettere il Partito democratico, ingolosendolo con la prospettiva del ritorno a un eccitante tran tran ministeriale, possiamo agevolmente concludere che a trarne il massimo beneficio non sia stata la sinistra, ma la destra di Giorgia Meloni, oltre allo Zelig di Volturara Appula, che si è tenuto tutti i voti che Beppe Grillo aveva rubato alla sinistra (gli altri sono tornati a destra) e ha pure soppiantato l’Elevato nelle grazie dell’elettorato grillino, relegandolo al ruolo di comparsa negli spot del regime di Pechino.

Non si può neppure dire che – ex malo bonum – grazie al Conte II si sia arrivati poi al Governo Draghi, che ha avuto moltissimi meriti, ma nessunissimo effetto politico, se non quello di congelare, nelle more dell’emergenza pandemica, un’Italia che le elezioni anticipate avrebbero poi scongelato sempre, purtroppo, uguale a se stessa con un partito populista in più, il Partito democratico, e un partito riformista in meno, sempre il Partito democratico, cui non era parso vero di vendere l’anima al Mefistofele trasformista, in cambio della promessa dell’agognato ritorno a casa di una sinistra per troppo tempo esiliata nel campo “neoliberale”.

Così il Partito democratico è divenuto un partito che per ritrovarsi ha scelto di rinnegarsi, imbalsamandosi in una retorica poverista vuota e cretina, autolesionisticamente rappresentata proprio dal provvedimento simbolo della stagione giallo-rossa, cioè il Superbonus centodieci per cento, che ha affogato nei debiti il bilancio pubblico italiano, non per costruire case popolari per milioni di poveri, ma per ristrutturare ragguardevoli dimore di milioni di ricchi.

Proprio questo extra-debito monstre è diventato il più gradito regalo al governo di destra, che, in vista della prossima legge di bilancio e magari pure delle successive, potrà giustificare il mancato adempimento dei propri impegni addebitandolo a un provvedimento, che pure aveva difeso strenuamente, dalla maggioranza (Lega e Forza Italia) e dall’opposizione (Fratelli d’Italia), quando Draghi provò a metterlo in discussione.

Il Conte II non è stata una svolta, né uno spariglio, ma una tappa, anzi il passaggio determinante della normalizzazione bipopulista del sistema politico e della fine del Partito democratico come “adulto nella stanza” della politica italiana. Dal punto di vista pratico, inoltre, non ha rafforzato, ma disarmato completamente l’idea della costruzione di un fronte anti-sovranista di radicamento occidentale, magari minoritario ma perlomeno dotato di una forza e di una ambizione alternativa a quella della politica come mercato di patacche e di risarcimenti simbolici, su cui la destra, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, ha un indubbio vantaggio competitivo, potendo contare sulla forza propulsiva della discriminante etnico-razziale e della frustrazione interclassistica delle vittime (o presunte tali) della globalizzazione.

Il Conte II ha riesumato a sinistra una retorica e un’invidia sociale novecentesca, quindi inefficiente e disarmata in una temperie in cui l’invidia sociale non va solo dal basso in alto, ma anche dall’alto in basso e chi ha molto arriva a invidiare chi non ha nulla anche del poco che gli viene riconosciuto o concesso: il naufrago del soccorso, il rifugiato di una opportunità, il carcerato di un permesso premio o del lavoro esterno. L’Italia sovranista di milioni di baby pensionati retributivi che votano per vendicarsi dei telefonini (pagati da chi???) di chi arriva in bagnarola a Lampedusa.

Pensare che nella stagione delle passioni tristi a un nazionalismo cattivo e orgoglioso di sé potesse essere contrapposto con successo una sorta di peronismo accattone e blasè, con un po’ di novecentismo cigiellino e un po’ di dirittismo salottiero è stato un errore da matita blu, inammissibile proprio in chi, sia detto senza ironia, dalla storia comunista avrebbe almeno dovuto imparare un po’ di sano realismo.

La destra nazionalista vince molto e ovunque, in Europa e non solo, ma perde, quando perde, solo contro una alternativa netta, non contro una delle varianti impalpabili del populismo nazional-progressista. Alternativa che in Italia il legame fatale del Partito democratico con il Movimento 5 stelle non solo non rappresenta, ma rende anche impossibile.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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