Anche la Lega scende in piazza per chiedere più sicurezza sulle strade milanesi. Non è la trama di un film distopico, ma un evento che si concretizzerà nella giornata di oggi, giovedì 21 settembre, alle 15.45 davanti a Palazzo Marino.
Il presidio leghista si terrà qualche ora prima di una delle più grandi proteste – di fatto indipendente ma sostenuta dalle principali associazioni bike friendly milanesi, e non solo – mai organizzate in città contro la violenza stradale. Dalle 19 i manifestanti bloccheranno il traffico in quattro attraversamenti sulla cerchia dei bastioni, con l’obiettivo di paralizzare la circolazione e sensibilizzare in merito all’importanza di una Milano a misura di pedoni e ciclisti.
Al di là del tempismo sospetto, l’improvvisa attenzione della Lega milanese verso gli incidenti in bici appare un goffo tentativo di accodarsi al malcontento nei confronti della giunta Sala – accusata di immobilismo dinanzi a un problema che non fa altro che aggravarsi – e racimolare qualche consenso in più. A convocare e organizzare il presidio è stato Samuele Piscina, consigliere comunale e segretario provinciale della Lega a Milano, da sempre contrario a ogni misura volta a riequilibrare i rapporti di forza all’interno dello spazio pubblico. Pochi giorni fa, riferendosi al percorso meneghino verso la Città 30, ha detto: «Imporre il limite di velocità a trenta chilometri orari in tutta la città è una follia (in realtà alcune arterie a grande scorrimento rimarranno a cinquanta chilometri orari, ndr), una proposta senza logica né benefici che non potrà mai avere riscontro positivo in una città produttiva quale la nostra».

Ieri il presidio è stato ufficializzato sui social della Lega Milano, nella totale indifferenza dei follower delle varie pagine (su Instagram, il post ha totalizzato meno di dieci Mi piace). Questa insolita protesta, considerando le storiche posizioni della Lega, non è stata accolta favorevolmente da tutti i membri della costola milanese del partito. Anche perché Piscina avrebbe agito autonomamente, senza un confronto aperto con gli altri membri della sua forza politica. Comprensibilmente, i malumori interni per le iniziative del segretario provinciale non hanno fatto altro che lievitare.
Il 13 settembre, lo stesso Piscina aveva rilasciato delle dichiarazioni contro i sensori per eliminare l’angolo cieco sui mezzi pesanti, obbligatori in Area B dal 1° ottobre: «La seduta consiliare ha sancito ancora una volta il netto divario tra il mondo produttivo milanese e le sconsiderate scelte del sindaco Sala. I temi sicuramente più criticati sono stati l’aumento del ticket di accesso di Area C, l’introduzione del pagamento anche al sabato domenica e l’adozione di sensori dell’angolo cieco in tempi ristretti sui mezzi pesanti».
Neanche una settimana dopo, l’ex presidente del Municipio 2 di Milano ha convocato un presidio per chiedere maggior sicurezza sulle strade. Dati ed esempi alla mano, l’obiettivo auspicato da Piscina si raggiunge anche grazie ai sensori sui mezzi pesanti, viste le dinamiche degli incidenti degli ultimi mesi: nel 2023, cinque ciclisti milanesi sono stati investiti e uccisi da persone alla guida di camion o betoniere. A Londra, dove l’obbligo di kit per l’angolo cieco è stato introdotto circa due anni fa, gli incidenti gravi che hanno coinvolto gli Heavy goods vehicle (Hgv) sono passati dai quarantotto del 2017 ai diciassette del 2021.
Le contraddizioni tra il presidio di oggi e le posizioni leghiste sulla mobilità sono infinite, e hanno radici a livello nazionale. Piscina chiede al Comune di intervenire per ridurre gli incidenti, ma forse dimentica che questi interventi riguardano misure contro cui la Lega si è sempre (apertamente e aspramente) schierata. Città 30 e interventi per ridurre la velocità; limitazioni di accesso alle auto; pedonalizzazioni, piste e corsie ciclabili; più controlli.
Ricordiamo che, dopo il primo lockdown, la stessa Lega Milano ha organizzato presidi per chiedere lo stop ai lavori della corsia ciclabile di viale Monza, che è poi stata realizzata: «Gli ecologisti alla gretina vanno di moda e Sala prende il pennello e fa le piste ciclabili», ha detto nell’agosto 2020 Silvia Sardone, europarlamentare della Lega e consigliera comunale a Milano.
Matteo Salvini, quando non era al governo, definiva le nuove ciclabili di Milano roba da «radical chic da salotto». Una volta nominato ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti dell’esecutivo di Meloni, ha provato in tutti i modi a tagliare fondi per le infrastrutture bike friendly – da non dimenticare la polemica sui novantaquattro milioni in legge di Bilancio – e ha riformato in modo miope il codice della strada.

La norma, approvata questa settimana in consiglio dei ministri e che approderà in parlamento a ottobre, omette l’importanza di una seria politica di prevenzione e non prevede misure per la riduzione della velocità (non basta l’inasprimento delle sanzioni amministrative pecuniarie). Al contrario, rende più difficile l’installazione di nuovi autovelox, che sono l’unico strumento in grado di sopperire alla mancanza di buon senso dimostrata da alcuni automobilisti. L’obbligo di casco, targa e assicurazione per i monopattini elettrici è la punta dell’iceberg di un nuovo codice della strada incapace di intervenire seriamente per proteggere pedoni, ciclisti e anche automobilisti.
Quest’anno, Salvini ha anche proposto di aumentare il limite di velocità in autostrada e di imporre l’obbligo di casco, targa e assicurazione anche in bicicletta. Due idee, fortunatamente rimaste tali, che confermano il vero approccio della Lega alla sicurezza stradale. Per camuffare le sue posizioni estreme, spesso il numero uno del Carroccio sbandiera il suo (presunto) amore per la bicicletta, ma c’è sempre un “ma”, ossia una scusa per non scontentare gli automobilisti.
«Adoro andare in bicicletta laddove ci sono spazio e sicurezza. Fare le ciclabili anche laddove le situazioni sono complicate può essere un rischio per tutti. Io nel codice della strada nuovo metto una distanza minima oltre la quale l’automobilista non può superare. Milano città è una città straordinaria, la più bella del mondo, ma è una città piccola, è stretta e non ha i vialoni di Parigi o le ciclovie del Trentino. Ne parlerò con il sindaco perché le vite vanno al di là del colore politico», ha spiegato alla stampa a inizio settembre, trascurando un aspetto semplice ma rilevante: la ciclabilità di una città è il risultato di una serie di scelte politiche, non è frutto del caso.
Un incidente grave fa più rumore oggi rispetto a dieci anni fa, perché sempre più persone – politici compresi – stanno cogliendo l’urgenza di creare una città per le persone (e non solo per le auto). Il presidio della Lega Milano, però, non è indice di una maggior sensibilità del partito fondato da Umberto Bossi. Al contrario, è una notizia locale che permette di capire meglio il ruolo della mobilità nel dibattito politico (anche nazionale): da argomento marginale, si sta trasformando in un tema da cavalcare per cercare consensi, indipendentemente dalla storia del partito di appartenenza e dai rapporti con la lobby dell’automobile.