AbsurdistanLa tormentata vita nascosta di una giornalista che denuncia i crimini di Putin

Alesya Marokhovskay racconta a Linkiesta tutte le minacce e rappresaglie che subisce per il suo lavoro giornalistico: «Mi sento sola e so che devo farcela da sola. La polizia è armata e può picchiarti, può ucciderti senza alcuna ripercussione. Sembra di stare ai tempi dell’Unione Sovietica»

Istories

Divisi da uno schermo e da diverse centinaia chilometri di distanza, dialoghiamo con Alesya Marokhovskay, giornalista di Istories che porta sulle spalle la croce del dissenso al regime di Vladimir Putin. Vive in una località segreta, sulla sua testa pende una condanna a morte notificata via mail da minacce e pedinamenti. Sanno tutto di lei, dalla patologia respiratoria del suo cane alle stanze d’hotel dove alloggia. Non è difficile capire chi ha diramato una condanna a morte, non è difficile comprendere che la modalità di ingaggio è vecchia come i metodi del KGB ieri e dell’FSB oggi che grazie a una saldatura con la criminalità organizzata dell’Est Europa ha una capacità di infiltrazione altissima. Non è difficile ricordare che storie come quella di Alesya Marokhovskay le abbiamo già ascoltate troppe volte e per troppe volte in questa parte di occidente abbiamo finta di nulla. Non è difficile capire che per Alesya Marokhovskay e per tanti altri il coraggio non è una virtù ma è l’unico alimento utile per sopravvivere. 

Alesya, prima di tutto vorrei che ci parlassi delle minacce e delle rappresaglie che hai ricevuto per il tuo lavoro giornalistico e per la tua militanza contro il regime di Putin.
Io e la mia collega Irina Dolinina siamo state minacciate attraverso il sito del nostro giornale che prevede la possibilità di inviare segnalazioni anonime. È una piattaforma criptata che prevede un modulo da riempire. Abbiamo ricevuto un messaggio da un indirizzo email che conteneva Z (ripetuta tre volte), ovvero la lettera utilizzata dai russi nella guerra d’aggressione all’Ucraina e dunque abbiamo immediatamente capito che chi rivendicava l’attacco era a loro vicino. Nel primo messaggio ricevuto il 3 marzo ci viene detto “possiate non dormire bene, stronze, troie”, indicando i nostri indirizzi che ovviamente non sono pubblici. È stato un episodio inquietante che ci ha portato a trasferirci e cambiare indirizzo. Nel secondo messaggio che è arrivato il 24 agosto c’era scritto: “Sappiamo dove sono le tue giornaliste e non andranno da nessuna parte, promettiamo di trovarle ovunque vadano”. E nel mio caso, hanno detto che avrebbero trovato insieme a me anche il mio cane e scrivono “sappiamo che respira male, che emette rumori strani, sappiamo che sta male”. Una scelta interessante quella di sottolineare la salute del mio cane e poi hanno anche aggiunto “anche se cambierai indirizzo, troveremo comunque il tuo cane”. 

E poi c’è l’episodio di settembre.
Si, a settembre saremmo dovute andare a Göteborg per un evento con altri giornalisti investigativi. Abbiamo ricevuto una mail con la stessa modalità delle minacce, in cui i nostri persecutori aggiungevano alle minacce il numero del nostro volo, gli indirizzi dei luoghi in cui saremmo state in Svezia, gli orari dei transfer e ci hanno intimato di non andare. “Tanto vi troveremo” si chiudeva così la mail. Il giorno successivo abbiamo ricevuto un’altra email con i dettagli dei nostri passaporti, il posto assegnato in aereo, la connessione del volo, il terminal e tutti i dettagli che poi sono risultati esatti senza neanche il minimo errore. A quel punto abbiamo deciso di parlare con gli organizzatori dell’evento e il nostro editor in chief e abbiamo deciso di non andare per non mettere a repentaglio la vita di nessuno dei partecipanti. Questo è stato l’ultimo messaggio e abbiamo deciso di renderlo pubblico perché abbiamo capito che queste persone hanno accesso chiaro a tutto, incluse informazioni che possono avere solo i servizi di intelligence russa e lo abbiamo fatto perché abbiamo capito che anche i nostri altri colleghi in esilio in Europa sono in pericolo se ci sono persone ed entità che possono accedere a tali strumenti illegali di repressione. 

Altra minacce dopo quella data?
Si, per la prima volta possiamo rivelare che abbiamo ricevuto un nuovo messaggio qualche giorno fa con la stessa modalità in cui scrivono: “come va l’inchiesta della polizia? Quando ci servirete vi troveremo quindi è meglio che stiate zitte”. Ovviamente la polizia ceca sta investigando.

Come state vivendo tutto questo? Come fate a continuare a lavorare?
Sai, quando abbiamo avuto il primo messaggio abbiamo avuto la sensazione di essere tornati a vivere quel che vivevamo in Russia. Quando lavoravo in Russia con i colleghi non ricevevamo queste minacce così dirette, ma era chiaro che vi erano le auto della polizia sotto casa. Non sapevamo se fossero lì per noi, se stessero per irrompere, se fossero già entrati. Abbiamo sempre percepito questa tensione. Quando siamo scappate dalla Russia verso l’Europa abbiamo subito percepito di essere più al sicuro qui, mi sono detta che non c’era più il rischio di trovare uomini strani appostati sotto casa, di auto dei servizi russi che ci pedinano o di altri uomini legati al crimine organizzato che hanno gli strumenti per creare pressione e per renderci la vita molto più difficile. Tuttavia è molto difficile non essere paranoica con tutti, anche quando cammino con il mio cane due volte al giorno. Mi guardo le spalle, cerco di ricordarmi se è una faccia ricorrente, se l’ho già visto prima, se può essere pericoloso. Ho ridotto i contatti sociali, non vado alle feste, ai compleanni, non mi sento al sicuro, sono preoccupata che sia sotto sorveglianza, che qualcuno mi segua, che potrei mettere in pericolo anche gli altri e sarebbe imperdonabile per me. Mi sento sola e so che devo farcela da sola. Quando riduci i contatti sociali non è sano per la salute mentale e quindi mi butto sul lavoro in modo totale, perché so che loro vorrebbero proprio che mi fermassi. È una vita orribile ma necessaria per evitare il peggio per me e per i miei amici. È veramente non confortevole come vita, ma ci ero abituata in Russia e qui ci sono protocolli di sicurezza che devo seguire e anche se non mi terranno necessariamente al sicuro è più difficile per questa gente trovarmi. Devo seguire queste linee guida per tenere al sicuro anche i miei amici.

In che stato di salute versa l’opposizione in Russia? Credi sia possibile che a una crisi interna possa aumentare una pressione del dissenso?
É una domanda molto difficile ma proverò a rispondere. Putin e il suo regime in Russia sono difficili da spiegare alle persone che non hanno mai vissuto davvero la Russia perché la libertà di espressione è un diritto interiorizzato in Europa, ma non lo è in Russia. Gli europei si chiedono come mai i russi non riescano a liberarsi, ma in Russia facevo il mio lavoro e la polizia russa mi picchiava solo perché lavoravo; ti portano sulla loro macchina di per essere arrestato e si resta in detenzione preventiva per una o due settimane. Nel caso in cui sei recidivo puoi finire in prigione molto più a lungo. Un russo, o una persona in Russia non può parlare liberamente della guerra e se lo fa non può esplicitarla se non con le frasi tipiche della narrazione russa. Un ragazzo è stato condannato a sette anni di carcere per aver detto “guerra” e non “operazione speciale” e per aver messo in discussione la legittimità del conflitto. Tutti sanno che se critichi una volta la Russia, il suo governo o una minima parte del suo apparato, critichi l’intero sistema, incluse le corti che di conseguenza non saranno mai obiettive nei tuoi confronti e avrai enormi problemi con ogni parte del sistema.

Una domanda che viene posta spesso è perché i russi non protestano nelle strade?
La polizia è armata e può picchiarti, può ucciderti senza alcuna ripercussione, i poliziotti vino nell’impunità. Sembra di stare ai tempi dell’Unione Sovietica, è troppo pericoloso. Putin si è preparato molto per questa guerra, lui e il suo governo hanno creato normative “illegali” che reprimono ogni aspetto della libertà individuale. Ogni protesta è bandita. I giornalisti indipendenti che lavorano in Russia hanno ricevuto tante pressioni e sono stati picchiati in prigione, ed è solo un avvertimento, affinché tu sappia sai cosa ti può accadere se continui a lavorare. Noi giornalisti che lavoriamo all’estero siamo ritenuti “agenti stranieri” rischiamo il carcere a vita, il nostro giornale (Istories, ndr) in Russia non è consultabile ma continueremo a scrivere, continuiamo a riportare testimonianze e ad accusare tutti coloro che finanziano in modo occulto la guerra in Ucraina, le aziende che producono i droni finalizzati ad attaccare Kyjiv. Sappiamo che torneranno a intimidirci, che proveranno ad avvelenarci, non sappiamo quando ma lo faranno. Vivere così è difficile ma è l’unico modo che conosciamo per vivere è questo: fare il nostro lavoro e lottare per la libertà. 

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