Sbilanciamento diplomaticoGli spari a Banjska sono il punto di non ritorno nella distensione tra Kosovo e Serbia

«È improbabile che Belgrado sia del tutto estranea ai fatti», secondo Giorgio Fruscione dell’Ispi. L’imboscata è avvenuta a una settimana dall’ultimo round di colloqui, e l’ennesimo nulla di fatto, mediati a Bruxelles dall’Ue

Polizia nei pressi del monastero di Banjska, in Kosovo
Polizia nei pressi del monastero di Banjska, in Kosovo (AP Photo/Visar Kryeziu)

Sarebbero quattro le vittime accertate (tra cui anche un poliziotto) dopo lo scontro a fuoco avvenuto domenica a Banjska, un villaggio nel Nord del Kosovo a maggioranza serba, in quello che l’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell ha definito un attacco terroristico contro la polizia di Pristina. Un commando pesantemente armato composto da trenta persone all’interno di mezzi blindati avrebbe teso un’imboscata contro una pattuglia della polizia per poi barricarsi all’interno di un monastero scatenando una lunga sparatoria.

Non è ancora chiaro se gli assalitori fossero persone di etnia serba che abitano in Kosovo o provenissero dalla Serbia. Questa seconda ipotesi, sostenuta dalle autorità di Pristina, avrebbe probabilmente conseguenze più pesanti dal punto di vista diplomatico: significherebbe che dei cittadini serbi hanno compiuto un atto terroristico in uno stato straniero.

Le violenze sono terminate nella serata di domenica, ma la tensione resta molto alta. Il primo ministro Albin Kurti ha accusato Belgrado di aver dato sostegno ai terroristi mentre il Presidente serbo Aleksandar Vučić ha negato ogni coinvolgimento imputando all’omologo kosovaro la responsabilità dell’escalation e ha anche aggiunto in diretta tv che «La Serbia non riconoscerà mai un Kosovo indipendente».

L’incontro di Bruxelles e il punto di non ritorno
L’attacco alla polizia kosovara rischia quindi di avere conseguenze pesanti nel già difficile rapporto diplomatico tra i due Paesi in una fase di stallo che durava da qualche mese. Abbiamo chiesto a Giorgio Fruscione, research fellow di Ispi che da anni si occupa di Balcani, di farci una panoramica della situazione: «Quello che è accaduto rappresenta un punto di non ritorno non solo per le relazioni tra Kosovo e Serbia, ma per tutto il dossier diplomatico e credo che possiamo decretare la fine del dialogo e del processo di normalizzazione mediato dall’Ue».

«Questo mette in una posizione molto scomoda la Serbia che fino ad oggi era stata più o meno favorita a livello internazionale. Ora verrà considerata responsabile per quanto accaduto, non tanto per aver finanziato direttamente i sostenitori, quanto piuttosto per il suo ruolo nel plasmare e pilotare i rappresentanti politici serbo-kosovari. È improbabile che la Serbia sia del tutto estranea ai fatti».

L’attacco terroristico arriva dopo che poco più di una settimana fa a Bruxelles l’ennesimo round di colloqui di alto livello tra i due presidenti e Borrell, aveva prodotto l’ennesimo nulla di fatto. L’incontro, il primo faccia a faccia dopo l’escalation di maggio che ha causato ferimento di trenta militari del contingente KFfor della Nato, non ha portato a sviluppi concreti protraendo l’impasse diplomatica tra i due Paesi. Quanto avvenuto in questi giorni è l’ennesima dimostrazione di quanto l’equilibrio sia delicato.

La questione è ormai nota. L’accordo di Ohrid del marzo 2023 raggiunto tra Vučić e Kurti (con la regia di Borrell) non è mai stato implementato. Le divergenze vertono principalmente su due punti: l’istituzione dell’Associazione/Comunità dei Comuni serbi (Asm) del Kosovo, su cui Pristina non ha ancora garantito un impegno concreto, e il mutuo riconoscimento de facto tra i due Paesi, con Belgrado che continua a votare contro l’adesione del Kosovo nelle organizzazioni internazionali.

Kurti chiede che venga firmato l’accordo per poi procedere all’implementazione dello stesso, Vučić al contrario aspetta un segnale concreto da Pristina prima di firmare.

Il vertice a Bruxelles tra Vucic, Borrell e Kurti il 14 settembre
Il vertice a Bruxelles tra Vucic, Borrell e Kurti il 14 settembre (AP Photo/Virginia Mayo)

Il ruolo dell’Europa
Nessuna delle due parti è sembrata disposta a fare passi indietro ma la sensazione è che l’Ue si stesse sbilanciando leggermente verso la Serbia attribuendo al Kosovo le responsabilità dei mancati progressi. L’attacco di questi giorni probabilmente cambierà la situazione. «Sugli aspetti principali che dividono i due Paesi – continua Fruscione – ognuno mantiene la propria posizione. Anche se mi sembra che ultimamente ci sia stato un giudizio negativo un po’ sbilanciato sull’operato Kurti nonostante nemmeno Vučić stesse facendo la sua parte. Il rischio di uno sbilanciamento diplomatico dell’Occidente sul dossier kosovaro avrebbe dato ulteriore legittimazione a una politica serba tanto autoritaria a livello interno quanto destabilizzante nei paesi vicini. Ma l’attacco di Banjska cambia la situazione della Serbia».

In mezzo ai due Paesi, a fare da mediatore, c’è sempre l’Ue che ha ottenuto scarsi risultati in una regione dove prova da anni ad essere incisiva: «L’Europa è il terzo attore coinvolto in questo stallo – continua Fruscione – ma ha fatto troppo poco per sbloccare i negoziati e a questo punto avrà ancora più difficoltà. Garantire l’implementazione dell’accordo di Ohrid sarebbe importante anche per accelerare il percorso di adesione all’Ue. Siamo in una fase in cui non servono medaglie di cartone ma va dato un orizzonte temporale preciso ai Paesi dei Balcani ed è per questo che da Bruxelles ci si aspetta di più».

«Il problema principale è che l’Unione europea deve ancora risolvere alcune contraddizioni interne. Mentre Borrell chiede a Vučić di legittimare a livello internazionale il Kosovo, ci sono cinque membri dell’Ue che continuano a non riconoscere l’indipendenza di Pristina. Una su tutte la Spagna, guidata dallo stesso governo socialista da cui proviene proprio l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri, che in aprile ha anche votato contro l’adesione del Kosovo al Consiglio d’Europa».

Quest’ultimo passaggio è la cartina tornasole delle difficoltà dell’Unione europea nell’essere incisiva in politica estera. In effetti tra i ventisette Paesi dell’Unione cinque non hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo: oltre a Madrid mancano all’appello anche Cipro, Grecia, Romania e Slovacchia. Mentre ad aprile hanno votato contro l’ingresso di Pristina nel Consiglio d’Europa Romania, Cipro, Spagna e la solita Ungheria di Orbán che, pur riconoscendo l’indipendenza di Pristina, segue la linea di Vučić in una sorta di patto tra democrazie illiberali. Ubi maior.

Allontanare Belgrado da Mosca
Ma per Bruxelles l’implementazione dell’accordo sarebbe strategica perché produrrebbe anche un altro importante risultato: «Qualora la Serbia dovesse rispettare la sua parte di accordo e smettere di ostacolare l’adesione di Pristina alle organizzazioni internazionali – sottolinea Fruscione – ci sarebbe anche un allontanamento di Vučić da Putin. Non è tanto una questione di sanzioni, che avrebbero un effetto piuttosto debole, ma il fatto che senza ostacoli a Pristina verrebbe svuotata l’alleanza con la Russia».

«Mosca gode di una certa popolarità e solidarietà da parte del popolo serbo, che sa bene cosa vuol dire subire le sanzioni internazionali che adesso stanno colpendo Putin (per le quali, peraltro, la Russia all’epoca votò a favore). Ma l’Europa viene percepita ancora come una grande opportunità». Per far sì che questo avvenga, però, è necessario che da Pristina arrivino delle aperture sui comuni a maggioranza serba.

Difficile, soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi. Le preoccupazioni di Kurti legate alle municipalità controllate da Belgrado riguardano la sovranità del Kosovo: «Il timore è che con l’Associazione dei Comuni serbi Vučić voglia ripetere l’esperienza della Republika Srpska in Bosnia-Herzegovina la cui leadership politica è strettamente legata a Belgrado. Riproporre quello scenario sarebbe un grosso rischio per Pristina», conclude Fruscione.

Dopo l’attacco terroristico di domenica i margini di manovra sono sempre più sottili ed è difficile immaginare svolte significative a meno che l’Ue non decida di fare sul serio e sbloccare questo stallo alla messicana. Nel farlo, però, dovrà essere molto accorta visto il clima di tensione che sempre più di frequente sfocia in episodi di violenza come quello di Banjska. Non arrivare ad una soluzione pacifica sarebbe una grande sconfitta in politica estera per quella che all’inizio del proprio mandato si è definita una «Commissione geopolitica» in una delle regioni in cui Bruxelles sperava di avere un’influenza concreta.

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