A piedi nudiMeloni, Vannacci, Paltrow e l’urgenza interclassista di mostrarsi scalzi

La presidente del Consiglio è ritratta senza scarpe nel suo libro, il generale si è fatto fotografare mentre calcia l’acqua sulla battigia in esclusiva per Chi. Siamo di fronte a una scemenza collettiva che coinvolge anche chi non si cura di somigliare a noi, come sua maestà Gwyneth

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Ho una cartellina, condivisa con un amico, alla quale da un po’ abbiamo smesso di aggiungere documentazione fotografica. La cartellina si chiama «scalzismi», e ci conservavamo le foto di coloro che facevano una cosa che ci pareva esemplare d’un particolare tipo di spirito del tempo e della scemenza: farsi fotografare scalzi.

Abbiamo raccolto le foto finché non ci siamo accorti che ormai era come catalogare coloro che pubblicano una loro foto col morto del giorno, o che esprimono un’opinione non richiesta sulla polemicuzza della settimana, o che dicono «sono sempre me stesso»: lo fanno tutti, ha più senso catalogare le eccezioni.

Giorgia Meloni, che incarna lo spirito del tempo e del sono-proprio-come-voi forse persino più di Chiara Ferragni, resta scalza a pagina 8 del suo libro-intervista con Alessandro Sallusti (a pagina 10 garantisce che sarà «sempre e solo me stessa»).

Roberto Vannacci, che incarna il vale-tutto di questo tempo sbandato, è non solo scalzo ma con pianta del piede in primo piano alla seconda pagina del servizio che gli dedica Chi. Nella foto, uno scarto d’una campagna Guess degli anni Novanta, Vannacci con jeans arrotolati scalcia alzando schizzi d’acqua sul bagnasciuga di Viareggio. Ci sta dicendo che è un uomo spontaneo? Che è in contatto con gli elementi naturali? Che sarà sempre sé stesso?

Poi torniamo allo scalzismo, ma prima vorrei aprire una breve divagazione sull’intervistatrice, che è anche lei abbastanza esemplare. Nel prologo all’intervista all’autore di bestseller con l’hobby dell’esercito, la giornalista di Chi annota col tono di chi consideri esagerate le critiche alla prosa del libro più venduto dell’anno «nonostante il coro unanime di accuse di razzismo, misoginia[,] e persino di semi-analfabetismo per lo stile della scrittura».

È giusto stare smaccatamente dalla parte dell’intervistato, quand’egli concede alla tua testata l’esclusiva sulle foto in cui calcia l’acqua. Tuttavia mi permetto d’ipotizzare che l’intervistatrice non simuli compiacenza per tener buono il generale, ma che trovi davvero soddisfacente la di lui prosa.

È un sospetto che viene quando si vede che la risposta su come abbia conosciuto la moglie – «Dovevo consegnarle a fine lavoro dei documenti segreti, lei era impiegata al ministero della Difesa» – viene in una didascalia sintetizzata in «Le passavo documenti segreti», che lo trasforma da fattorino in spia doppiogiochista.

È un sospetto che si consolida verso la fine dell’intervista, quand’ella chiede al generale se sappia d’essere «del tutto politically scorrect» (I don’t know if I mi spieg). Nella risposta di lui, la cronista mette persino l’apostrofo a «un incursore». Una repubblica delle lettere fondata sulla revoca della licenza elementare.

Ma torniamo all’intervistato, che mai sazio di vendere libri punta anche lui sul sestessismo. I genitori tentano di farlo desistere dalla carriera nell’esercito, ma lui «niente, volevo farlo a tutti i costi»; intanto Giorgia Meloni a Sallusti, a pagina 19, pretende «da me stessa sempre qualcosa in più»: mai uno che dica «avrei tanto voluto battere la fiacca, ma purtroppo non ho ereditato magioni».

Domenica sul New York Times c’era un’intervista a Gwyneth Paltrow per i quindici anni di Goop, la sua azienda di gingilli per benestanti smaniose. Cominciava con una frase interessante: «Non credo che nessuno pensi che io gestisca davvero la mia azienda. Penso che la gente creda che io sia la donna-immagine. Certo che la gestisco io, l’azienda, ma non sono mai stata il tipo che si mette a correggere l’opinione pubblica, o a rettificare un’interpretazione: mi sembra un esercizio sterile».

Gwyneth Paltrow è una ragazza ricca che è famosa da più di trent’anni per essere una che non ci somiglia per niente: bionda, alta, magra, ben nata, con un Oscar a ventisei anni e una sleppa di invidiabili ex e un guardaroba che ti verrebbe voglia di fare una rapina e portar via a mano armata quei Gucci del periodo Tom Ford.

Giorgia Meloni e Roberto Vannacci hanno, come detto, l’approccio opposto alla celebrità, quello che è garantito funzioni in questo secolo: quello di farci da specchio. E quindi non si pongono il problema di quanto sia sterile l’esercizio di puntualizzare, di dire ma guardate che mi avete equivocato, ma guardate che sono meglio di come credete, ma guardate che ho dei meriti non riconosciuti.

Gwyneth, la regina Elisabetta della mia generazione, non si giustifica e non si lamenta. Giorgia e Roberto non fanno praticamente altro. Lei fa un intero libro-intervista per precisare a Sallusti com’è andata quella volta con Zelensky, e del primo ministro giapponese che porta il pupazzo di Hello Kitty alla bambina, e di quello uzbeko che si è fatto tradurre “Io sono Giorgia”.

Sono-una-come-voi, ma più di successo. Sono Chiara Ferragni, che quando le prestano un Gucci vintage di Tom Ford spiega quanti anni erano che voleva indossarlo e quanto si sente fortunata, mica ce l’ha nell’armadio come fosse normale, come quella privilegiata di Gwyneth.

Vannacci dà un’intera intervista per dire che sì, i gay sono anormali, ma è anormale pure lui: sembra noialtre quando al liceo trascrivevamo sul diario Jim Morrison, «People are strange, when you’re a stranger».

«Sono riflessioni personali, tanto che tra me lo chiamo “Il libro delle banalità”», dice il generale a proposito del bestseller scritto da un autore che contiene moltitudini, che rimpiange l’ordine e la legge e la disciplina ma l’altro giorno era sulla homepage del Corriere in un video in cui cantava “La locomotiva”, inno gucciniano alla ribellione d’un ferroviere anarchico che dirotta un treno. Possono coesistere in un unico tizio la locomotiva «come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia» e l’ideologo del com’era verde la mia valle? Direi di sì, considerato che nella comunicazione di questo secolo vale tutto. Pretendere coerenza di posizionamento da Vannacci è fesso quanto pensare che un giornalista televisivo adoperi le parole, siano esse «transumanza» o «sfidante», con cognizione delle di esse sfumature.

Vale tutto, ma anche si somiglia tutto. La Meloni che dice che la figlia piange perché le sue amichette stanno sempre con la mamma e lei mai; Vannacci che dice che da quando ha le figlie non mette più «il rischio di morire in missione in conto con leggerezza»; e Gwyneth Paltrow, che non s’incomoda a correggere la pubblica percezione di lei e del suo lavoro ma, annota l’intervistatrice del NYT, è scalza.

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