C’è una figura un po’ ingannevole che ostinatamente ci si ripresenta, dagli articoli e dai titoli di giornali, ma non solo: il caro, vecchio, bonario, a volte burbero, spesso bizzoso “patron”. “Patròn”, da pronunciarsi con l’accento sulla o: una parola dal sapore di tempi andati, un po’ vizza, con un certo persistente retrogusto paternalistico-patriarcale. Ma che cos’è di preciso un patron?
Nel lessico che gravita intorno al mondo dello sport, e in particolare del calcio, dove tipicamente càpita di incrociarlo, “patron” sta per presidente, padre-padrone di una società. Ma non a tutti i presidenti e non a tutti i proprietari di una società sportiva si adatta la parola “patron”. Non si adatta ai presidenti che non sono proprietari ma delegati della proprietà, come è il caso del presidente della Juventus F.C. Gianluca Ferrero; né a quei proprietari non presidenti che controllano vaste holding di cui il calcio non è che una piccola parte e che quindi si mantengono relativamente distanti dalla quotidianità del club, come, per restare alla Juventus, il presidente di Exor, John Elkann. Viene invece utilizzata con fatale automatismo in relazione a quei proprietari che intervengono con una forte accentuazione personalistica – e non di rado bizzosa – nella vita della squadra, come Claudio Lotito (Lazio) o Aurelio De Laurentiis (Napoli), per non dire dei mitici padri di tutti i padri-padroni calcistici come Costantino Rozzi (Ascoli), Angelo Massimino (Catania) o Maurizio Zamparini (Venezia, poi Palermo).
Ma nel linguaggio frettoloso dei giornali, il patron è anche un qualsiasi imprenditore che si identifica con l’impresa il più delle volte da lui medesimo creata oltreché posseduta: Elon Musk patron di Tesla e il suo rivale Mark Zuckerberg patron di Facebook, o in Italia Diego Della Valle patron di Tod’s, Oscar Farinetti (ex) patron di Eataly e così via. Patron è una parola a cui si fa ricorso quando si vuole sfuggire alle ripetizioni e usare “proprietario” sembra troppo freddo e “padrone” troppo politicamente connotato, dopo che le lotte degli anni Sessanta-Settanta hanno depositato sul vocabolo uno stigma ideologicamente sospetto.
Senonché questo uso del vocabolo è abbastanza fuori luogo. Perché patron (al femminile patronne) è una parola francese, che in francese non significa affatto padrone nel senso di chi detiene un diritto di proprietà su qualcosa, come in italiano. Dalla consultazione dei principali lessici transalpini (Dictionnaire Larousse, Le Robert) si ricava che il vocabolo designa fondamentalmente – oltre al “(santo) patrono”, l’accezione alle nostre orecchie più familiare – una varietà di figure che possono essere la persona che gestisce un’azienda o un reparto d’azienda o un esercizio commerciale (in quanto distinti dai dipendenti o dai clienti), colui che in specifici contesti esercita il comando, il/la docente che dirige un dipartimento, un laboratorio o che supervisiona il lavoro di assistenti e studenti, il padrone o la padrona di casa (in contrapposizione alla servitù), o anche, nel registro colloquiale, il marito o la moglie.
Il senso prevalente che unifica tutte queste accezioni è quello di responsabile, dirigente, gestore, manager, organizzatore. In inglese si direbbe genericamente boss, in italiano capo. Patron per eccellenza, nell’Esagono, è l’organizzatore del Tour de France, e così nello Stivale l’appellativo è passato all’organizzatore del Giro d’Italia e per estensione agli organizzatori di rassegne canore, agoni di bellezza, spettacoli, sagre, festival di ogni tipo: Enzo Mirigliani è stato il demiurgico patron del concorso Miss Italia, Vittorio Salvetti il tenace patron del fu Festivalbar. Ma organizzatore e proprietario sono due figure funzionalmente distinte, anche se possono coincidere nella medesima persona: nei libri di Simenon si parla spesso di patron, ma quando costui è altresì proprietario la cosa è degna di essere segnalata, come accade per esempio nel romanzo “Le charretier de la Providence”, il cui intreccio si dipana intorno a una chiatta “dont le patron était proprietaire”.
In altri termini questo patron è un “falso amico”, uno dei non pochi che insidiano le traduzioni da una lingua all’altra, quando parole dal suono simile vengono ad assumere significati diversi. Nel nostro caso la confusione potenzialmente polisemica è radicata nell’origine stessa del vocabolo, il latino patronus (da pater), ossia patrono nel senso largo di chi come un padre protegge, si prende cura, svolge una funzione di responsabilità verso quelli che si trovano in una posizione a lui subordinata e ai quali è legato da diritti e doveri, come il dominus verso gli schiavi affrancati e i clientes; o anche, in un senso più ristretto, chi in una causa ricopre il ruolo di difensore, patrocinatore, avvocato.
Dalla parola latina è derivato in italiano il pressoché inalterato “patrono”, ossia non solo il santo che protegge una città o un mestiere o le persone che portano il suo nome, ma anche “chi dirige un patronato di beneficenza o ne fa parte, o il personaggio sotto i cui auspici si organizza una manifestazione o istituzione a scopo benefico” (vocabolario Treccani); ma soprattutto, con una progressiva accentuazione del carattere economico-proprietario della responsabilità, e con una più marcata alterazione morfologica che denuncia l’intensità dell’uso, dall’originario patronus si è differenziato il nostro “padrone”.
L’accentuazione dell’altro aspetto, quello riconducibile al santo protettore, attraverso una serie implicita di passaggi ha invece sviluppato nel francese patron un significato secondario a prima vista sorprendente, ossia quello di “modello” – che può essere il modello utilizzato per realizzare uno o più oggetti artigianali, artistici o industriali, e in sartoria è un cartamodello. Questa accezione, spiegabile con il fatto che i santi erano additati quali esempi di comportamento, è anzi quella prevalente nel castigliano parón che ricopre un’area semantica anche più vasta (stampo, schema, configurazione), similmente all’inglese pattern derivato dal medesimo etimo latino.
Dalla Francia alla Spagna (e all’Inghilterra), siamo dunque sempre più distanti dal valore “padronale”. Ma lo stesso accade in certe zone dell’Italia: “el Paron” per antonomasia è stato, nel nostro calcio d’antan, il triestino Nereo Rocco, allenatore ma non certo proprietario del Milan che portò ai primi trionfi europei. Nel dialetto del Triveneto “paron” è un appellativo di riguardo equivalente a “sior”, signore: un po’ come il patron inglese, usato prevalentemente al plurale, per esempio nella locuzione “for patrons only”, che si può trovare in certi esercizi commerciali a indicare i “(signori) clienti” (con un ribaltamento enantiosemico del patron francese nella sua accezione primaria).
Ma col Paron Rocco siamo ricondotti al calcio, e quindi ai presidenti di club da cui siamo partiti: che sono “patron” a buon diritto quando, oltre a esserne proprietari, non esitano a farsi sentire in ogni aspetto organizzativo e tecnico della squadra; e però, con le loro frequenti bizze, non sempre sono anche “modelli” da seguire.