Parchi lunariLa fisica dell’attrazione e il tempo che è come l’acquaragia

La quinta puntata del romanzo in corso di Pasquale Panella, opera di cui non sa nulla, neanche il titolo: «Quand’è che sentimmo, inebriante, l’odore da vernissage della nostra vita? Trementina e vernice protettiva, già. Poi basta una passata di smalto su una qualsiasi ringhiera e in quell’odore colto al volo per strada aspiriamo la nostra fugace rinascita»

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Sì, nei parchi lunari (ultimamente va molto la luna in funzione aggettivale) è in agguato la vita futura, che è una giostra prevista e appostata. Ascensioni, discese, precipizi, scontri, tirassegni, prove di forza e di abilità, lotterie, decolli e atterraggi, cuori in gola e morsi a mele crepitanti, scommesse, sconfitte, vittorie ingannevoli, delusioni (soprattutto in quei risibili tunnel dell’orrore irreale), dolci nuvole appiccicose, sentori grassi, aromi oleosi, tracce aeree e serpeggianti per l’olfatto, arsure, tostature, sfrigolature, campanelli, sirene, il botto di quel pallone da pugni, cuoio imbottito e ferraglia, luci e buio intermittenti, la grande ruota visibile da ovunque, il croccante, l’unto, il salato, l’abbrustolito, il fritto, cigolii di seggiolini alla catena, i baracconi, attrazioni per l’umana natura che ama affrontare gli schieramenti negativi delle probabilità per ricavarne scintillanti attriti, impreviste eccitazioni da sconfitta, avendo però fatto un patto all’entrata: che sia tutto un gioco. 

Intrisa di questi eroismi, la ragazzaglia non può che dedicarsi all’avventura amorosa, quest’altra giostra fluttuante nei romanzi e nei parchi di divertimento. (Cos’è? Sento una voce). Non si può parlare dell’amore come avventura e come divertimento? Ma questo già lo sapevo, lo so. È un viaggetto organizzato e assai noioso, l’amore, lo so, si sa, ma io sono Romanzo, non sono mica la vita. L’avventura amorosa, la grande attrazione. Avveniva che fuori del luna park eravamo anche intimiditi, inceppati nei movimenti, cercavamo perfino le parole (le eliminavamo tutte, forse imparavamo già a scrivere) e lei ci camminava davanti. Entrati nel paradiso divertente, entravamo nel nostro elemento, in una certa fluidità scorrevole nella quale eravamo scorrevoli anche noi. I pesci hanno questa forma di onde, no? Carovane di giostrai s’accampavano in cerchio sullo sterrato dei nostri quartieri, entravamo in quel golfo come pesciolini allevati, versati da un secchio, andavamo a farci le ossa, le lische, le nostre spine, le scaglie come piastre per le corazze o come lustrini o specchietti. I nostri pomeriggi fornivano decine e decine di pagine a romanzi ambientati altrove con personaggi che avevano altri nomi (l’ho già detto, lo ripeto: i personaggi entrano nei romanzi come la ragazzaglia nei luna park), personaggi che vivevano a parole, grandi schieramenti di parole operose come formiche sul rigo eccitate dall’aroma dello zucchero nell’aria.

Dopo il tramonto ci si avviava alla fine dell’opera, opere aperte, le nostre, perché domani è sempre domani, la rivedrò e forse lei mi sorriderà come Salomè nell’edizione della Bur. Non sia mai chiuderla, l’opera, ovvero accoppiarsi, essersi utili, diventare utensili, incrociarsi, collegarsi tramite un perno, dotarsi di anelli per facilitarsi nell’uso mediante le dita, diventare, insomma, una forbice in due. Addio golfo, addio pinne, addio code sguazzanti. Che sistema complesso quello costituito dalle giovani vite che si incrociano perlopiù inutilmente (bella l’inutilità, vi sento concordare a parole; i fatti poi sono tutt’altra cosa, ovviamente il contrario dell’inutilità). L’attrazione tra i corpi. Non c’entra nulla la chimica, anzi mi è stato sempre insopportabile sentir parlare di chimica dell’attrazione. La fisica, ecco, può essere (mi pare di stare a scuola in quelle aule che sanno di scheletri esposti e di fiale dall’alito sulfureo). La fisica c’entra, le leggi fisiche o le leggi della fisica, e il cervello non ha alcuna parte nella cosa, meglio così, ne avrà, come sempre, al momento dello sfacelo (il cervello è un grande collezionista di rovine).

Le severe leggi della fisica che è intransigente, non discutibile, anche autoritaria, che impone il proprio imperio, che emana ordini vincolanti, pressanti intimazioni. La fisica e le sue leggi, che renderebbero tutto facile se noi non ci intromettessimo (pare che tutti sappiano quale sia il nostro stato al momento, sento parlare di stato quantico, tutti propendono, non sapendo, quasi nessuno al mondo, cosa mai significhi con precisione – e la fisica è precisione – mentre una qualsiasi particella, mi pare d’aver capito, lo sa da sempre e da sempre si adegua; per dire come siamo messi noi esseri umani). La fisica sa con esattezza quali corpi si attraggono all’impronta, siamo noi che non sappiamo nulla. Noi siamo più orme che oggetti da pressione, siamo già impressi, stampati (vuoi vedere che come Romanzo sono già edito e non ne so niente, cioè non so dove né quando?). Però fu bello, inutile e bello a quel tempo (devo creare questa cerniera tra bellezza, tempo e inutilità; mi sembro un aggiustatore di serrande languide). Quale tempo? Erano altri anni, come sempre (ma quando mai gli anni sono gli stessi? Sono sempre altri, no?).

Quali anni, quali? Diluiti nel tempo. È un diluente, il tempo? Come la trementina, l’acquaragia? In parte volatile, in parte solvente, il tempo? Quand’è che sentimmo, inebriante, l’odore da vernissage della nostra vita? Trementina e vernice protettiva, già. Poi basta una passata di smalto su una qualsiasi ringhiera e in quell’odore colto al volo per strada aspiriamo la nostra fugace rinascita, la folata di noi come vento aromatico, forse pungente. Volatili anche noi, anche noi solventi, siamo anche noi una mano, due mani di tinta? Una spennellata, forse? Con la pennellessa da pareti? Casomai col rullo? Non sto scherzando, sai com’è (lo sai?). La pennellata è un po’ più artistica, pittorica, svenevole anche alle volte, o anche decisa, risoluta, un colpo, un tocco, un brivido, il guizzo di un nervo intinto in un colore, uno schizzo lucente, cosicché la nostra essenza è tutta nella rapida apposizione di un bagliore bianco sul rosso umido del labbro, infatti avemmo spesso il sospetto che il corpo fosse un po’ ingombrante, il cervello anche, e troppo lento rispetto alla lingua. 

Oppure la spennellata grondante, larga, piatta, inzuppata, gocciolante, spanta su un muro intonacato, con qualche pelo della pennellessa trattenuto nostalgicamente nello strato di pittura, quando col corpo, ma sì, noi largheggiammo. O la rullata, un’andata, un ritorno, un corpo girevole e imbibente, questo nostro corpo vagante, intorno un perno in realtà, un asse che facilita il moto relativo tra due corpi. Insomma, colore e solvente. Solvere, gran bel verbo, ha un dritto e un rovescio, “solvere un nodo” sta sia per scioglierlo sia per stringerlo. “Stare per”, è il lavoro del verbo nella frase, ogni verbo sta per… sta per fare qualche cosa, più di quanto la facciano i personaggi.

(5 continua)

Questa è la quinta puntata di un romanzo in corso del quale non sa nulla, neanche il titolo. Qui si può leggere la quarta. Qui la terza. Qui la seconda. Qui la prima.

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