Comunità inascoltateLa strumentalizzazione politica dei migranti climatici

L’Australia vuole accogliere centinaia di abitanti di Tuvalu ogni anno per proteggersi dalle mire espansionistiche della Cina nel Pacifico. Un caso preoccupante che rischia di creare un precedente

Un ballerino di Tuvalu alla Cop27 (AP Photo/LaPresse, ph Thomas Hartwell)

Un accordo per proteggere chi paga la crisi climatica o solo una cinica operazione politica? Il patto annunciato recentemente dall’Australia e da Tuvalu, Stato insulare del Pacifico che potrebbe risultare inabitabile entro ottant’anni, ha aperto una serie di dibattiti e polemiche su come la politica stia affrontando la questione dei migranti climatici, ossia le persone costrette a spostarsi dalle proprie case a causa degli effetti del cambiamento climatico: innalzamento del livello dei mari, siccità sempre più frequenti, devastanti alluvioni e non solo. 

Il governo australiano ha infatti deciso di offrire asilo ai cittadini di Tuvalu, in Oceania, formato da un arcipelago di isole del Pacifico ed è tra i più minacciati dall’innalzamento delle acque. Tanto che nel novembre dell’anno scorso il ministro degli Esteri del Paese, Simon Kofe, aveva proposto di trasferire l’isola direttamente nei metaversi, così da farla sopravvivere almeno a livello digitale. L’idea, in realtà, è nata per preservare le tradizioni culturali di un piccolo Stato che, letteralmente, rischia di scomparire. 

L’accordo siglato tra i due Stati prevede che ogni anno l’Australia si impegni ad accogliere fino a duecentottanta tuvaluani, che saranno così automaticamente autorizzati a studiare e lavorare nel Paese. Una scelta non scontata soprattutto per una Nazione come l’Australia, nota per le sue politiche molto restrittive dal punto di vista migratorio. Il premier australiano, Anthony Albanese, ha presentato il patto come un momento di solidarietà «nella famiglia dei Paesi del Pacifico». Ma c’è chi la pensa diversamente.

In particolare, Taukiei Kitara e Carol Farbotko, due ricercatori dell’università di Griffith, hanno criticato in un articolo l’accordo. Secondo gli accademici, con questo patto Tuvalu potrebbe finire definitivamente sotto la sfera di influenza australiana. Il testo impegna l’arcipelago a «concordare reciprocamente con l’Australia qualsiasi partenariato, accordo o impegno con qualsiasi altro Stato o entità su questioni relative alla sicurezza e alla difesa». Una mossa dovuta ai timori australiani sulle mire espansionistiche della Cina nel Pacifico, ma che ben poco ha a che fare con la lotta ai cambiamenti climatici di origine antropica. 

Proprio su questo tema i due studiosi si dicono preoccupati dal mancato rispetto della volontà più volte espressa dai tuvaluani di continuare a vivere sulle proprie isole. I ricercatori hanno fatto notare come non ci sia alcun tipo di impegno da parte dell’Australia nel diminuire le proprie emissioni che stanno contribuendo alla crisi climatica che minaccia l’arcipelago. 

Per anni, Canberra si è rifiutata di giocare la partita della lotta al riscaldamento globale, mantenendo un mix energetico obsoleto e finanziando costantemente l’industria fossile. Con l’elezione di Anthony Albanese, però, qualcosa sta cambiando. A fine marzo 2023, per esempio, il parlamento australiano ha finalmente approvato una serie di norme restrittive per i grandi inquinatori (fonderie, raffinerie, miniere di carbone), costretti a ridurre le proprie emissioni del cinque per cento ogni anno.  

«Ma il rischio è che accordi come quello offerto a Tuvalu finiscano col deresponsabilizzare i governi dei Paesi più inquinanti», spiega Ingrid Boas, professoressa dell’Environmental policy group della Wageningen University. Secondo l’esperta, «gli Stati più ricchi dovrebbero pensare a ridurre le emissioni invece di far finta di risolvere il problema semplicemente aprendo le porte a chi emigra a causa della crisi climatica. L’ambiente è un problema politico e come tale va affrontato». 

Anche perché nel frattempo ci sono altri esempi di popolazioni che non vogliono lasciare la propria terra: «Una storia di questo tipo arriva da Villa Santa Lucía, un Paese in Cile dove gli abitanti hanno rifiutato le proposte di ricollocamento legate a una frana che aveva danneggiato le infrastrutture locali», racconta sempre Boas. 

Il tema dei rifugiati climatici è quindi molto più politico e divisivo di quanto si pensi. E oggi molti dei Paesi a rischio sono già punti di partenza per molti dei migranti che tentano di raggiungere l’Europa. Un loro aumento potrebbe far crescere il peso degli Stati che già oggi ricattano Bruxelles, ospitando i migranti diretti verso l’Ue e minacciando di “liberarli” per ottenere concessioni economiche e politiche. Immagini come quelle già viste ai confini tra Grecia e Turchia potrebbero diventare sempre più frequenti. 

Insomma, i rifugiati climatici sono anche un problema europeo. Secondo Boas, la strategia comunitaria dovrebbe essere quella di «ascoltare realmente le comunità a rischio e cercare di salvaguardare il più possibile il loro diritto ad autodeterminarsi, nell’interesse di tutti»