Atreju a chi?Schlein non casca nella trappola del bimelonismo ‎

Dopo essersi fatta l’intera campagna elettorale del 2022 in duetto con Letta, la presidente del Consiglio, legittimamente, ci riprova, invitando alla festa di Fdi anche la nuova leader del Pd. Ma non può essere sempre domenica

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Su queste pagine Elly Schlein ha ricevuto più critiche che apprezzamenti. Le critiche hanno riguardato i molti ambiti in cui la segretaria è sembrata spostare il Partito democratico su posizioni sempre più vicine a quelle del Movimento 5 stelle (espressione sintetica che sta per: demagogiche, irresponsabili e irrazionali). Gli apprezzamenti hanno riguardato principalmente le sue scelte di politica estera, con cui invece ha marcato una maggiore distanza (anche rispetto alle sue stesse dichiarazioni precedenti) dal populismo grillino e in particolare dall’ambiguo e strumentale neopacifismo di Giuseppe Conte.

A questi meritati elogi è venuto il momento di aggiungerne un altro, che per quanto mi riguarda ha forse un valore persino maggiore. Almeno fino a quando i fatti non si incaricheranno di dimostrare che mi sto illudendo ancora una volta, s’intende. Fatto sta che, almeno finora, Schlein sembra essere la prima leader del centrosinistra da molto tempo in qua a non cadere nella tentazione di un illusorio gioco di sponda con la destra, a volte esplicito a volte appena camuffato, su legge elettorale, riforme istituzionali, polarizzazione e voto utile.

Intendiamoci, non sto affatto dicendo che sia sbagliato discutere le regole del gioco con gli avversari, scelta che al contrario ritengo doverosa, e benissimo fecero Massimo D’Alema prima e Matteo Renzi poi a tentare quella strada. Sto parlando dell’illusione di poter utilizzare la polarizzazione dello scontro e la torsione maggioritaria della legge elettorale per sbarazzarsi degli avversari interni, illudendosi di conquistare così Palazzo Chigi o in subordine la guida perpetua dell’opposizione (nel 2008 un noto dirigente del Pd, di nome Goffredo Bettini, lo teorizzò apertamente con l’elegante espressione del «doppio colpo in canna»). Sappiamo come è finita. Tutte le volte.

Estraneo come sono per natura a ogni forma di accanimento, non mi soffermerò sul caso più recente e più estremo di questa curiosa sindrome di Stoccolma. Non servono del resto molte parole per ricordare i cento duetti tra Enrico Letta e Giorgia Meloni, con cui la leader di Fratelli d’Italia si fece tutta la campagna elettorale, a cominciare proprio dalla festa di Atreju, dove l’allora segretario del Pd le fece pure l’omaggio di affossare l’ultima speranza di tornare al proporzionale, lasciando dunque intatta la legge elettorale che premia le coalizioni, un minuto prima di sfasciare la sua, di coalizione, rompendo sia con i cinquestelle sia con Carlo Calenda (Matteo Renzi ne era ovviamente escluso a prescindere per ragioni extra-politiche), per consegnare così a Meloni una vittoria a tavolino.

Non stupisce che, in vista delle europee, la nostra presidente del Consiglio ci abbia riprovato, rilanciando ancora una volta il tormentone delle riforme istituzionali e della legge elettorale maggioritaria, che ovviamente non è mai abbastanza maggioritaria, e affrettandosi a invitare anche la nuova leader del Pd alla festa del suo partito. Fa piacere che questa volta, però, la leader del Pd abbia deciso di declinare.

Questo ovviamente non significa negare che l’invito a un avversario sia comunque un apprezzabile segno di civiltà politica, oltre che un legittimo tentativo, da parte di Meloni, di vincere una seconda volta alla lotteria. Ma non può essere sempre domenica.

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