La trattativa governo-AnmNon è in atto uno scontro tra politica e giustizia, ma un banale negoziato tra destra parlamentare e giudiziaria

A dispetto degli allarmi di Crosetto, le toghe in questo governo fanno il bello e il cattivo tempo nei ministeri più che in passato. E la lotta contro i giudici “comunisti” è pura e anacronistica retorica, peraltro pure sbagliata, perché nella magistratura il giustizialismo di destra ha ampiamente sopravanzato quello di sinistra

(La Presse)

A dispetto degli allarmi del ministro della Difesa Guido Crosetto e dei contro allarmi dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) e del disciplinato corteggio delle correnti giudiziarie, non c’è nessuno scontro tra politica e magistratura. Politica e magistratura che contano sono perfettamente d’accordo, nel loro tradizionale gioco delle parti, a consolidare nell’immobilismo le rispettive rendite di posizione.

C’è da una parte la strategia di questa maggioranza, che fa del lamentato, ma riconosciuto e non contestato, dominio della magistratura corporativa sulla politica della giustizia l’alibi per l’impossibilità di qualunque riforma e il pretesto di nuove e reiterate lamentazioni.

E dall’altra parte c’è la consueta strategia dell’«al-lupo-al-lupo» delle toghe, come giustificazione della necessità di una soprintendenza giudiziaria sui poteri dimidiati del legislativo e dell’esecutivo e del sistema delle decimazioni processuali come cura dolorosa, ma obbligata nella lotta contro il crimine.

La destra italiana tutta, senza eccezioni, è l’erede del “garantismo” berlusconiano, dove il male della giustizia italiana serviva ad assolvere attendenti, familiari e famigli, oltre ovviamente al Cavaliere, dalle accuse che, con frequenza e puntualità invero sospetta, venivano loro rivolte, garantendo una speciale immunità per il fondatore e per i salvati del suo inner cicle e lasciando i sommersi affogare nei gorghi della giustizia ingiusta, come lugubre riprova di rigore e di fermezza.

Il garantismo galantomista di classe e di censo del ministro della Giustizia Carlo Nordio è la versione evoluta e alfabetizzata di quella doppia giustizia – buona con i buoni e cattiva con i cattivi – che le leggi berlusconiane avevano iniziato a costruire in modo casuale e disordinato, inseguendo le inchieste sensibili e care al Cavaliere, e in cui le misure giuste – prendiamo il caso della cosiddetta ex legge Cirielli, congegnata per il caso Previti – erano riservate alle persone dabbene (i termini di prescrizione più brevi per gli incensurati), ma erano prontamente controbilanciate dalle bastonate aggiuntive sul groppone dei presunti colpevoli, come i recidivi (a cui prima dell’intervento della Consulta si arrivava a irrogare pene di svariati multipli superiori a quelle previste, per lo stesso delitto, per imputati senza precedenti).

Le recriminazioni contro i ricatti e le pretese politiche della magistratura in questa destra, come del resto nella precedente, non sono rivolte all’idea, mostruosa ma indiscutibile, che alla magistratura penale spetti “fare giustizia” e non già più umilmente amministrarla, senza programmi e obiettivi diversi da quelli del giudicare o meno razionalmente sufficienti gli indizi per processare o le prove per condannare un imputato.

La destra italiana non ritiene affatto che questo programma combattente – contro la mafia, contro la criminalità, contro la corruzione, contro l’immigrazione clandestina… – sia eversivo in sé, ma semplicemente che lo diventi quando a finire nel mirino delle inchieste sono gli «onesti cittadini», che si distinguono dagli altri in base a una presunzione ideologica assoluta, uguale e contraria a quella che consente di giudicare disonesti gli altri, per categoria o perfino per etnia, come le «zingaracce» su cui si esercita con frequenza il discorso dell’odio salviniano.

Nordio, che è semplicemente il calligrafo di questa giustizia su misura, è del resto lo stesso che da pm sosteneva che indagare «chi si difende in casa propria» fosse da considerarsi un affronto, come se potesse esserci un mezzo diverso da un’indagine per verificare se chi ha sparato a qualcuno (a un ladro, a un complice, a un concorrente in amore?) nel tinello o nel cortile della propria abitazione o nel proprio negozio si sia difeso legittimamente, cioè in base alla legge. Circostanza che proprio eventi recentissimi illuminano di una drammatica problematicità.

Non avendo questa destra (come, ahinoi, pure la precedente) i mezzi morali e materiali per opporsi al giustizialismo, ritenendo semplicemente che occorra circoscriverne il perimetro al campo nemico – a quelli dei “veri” delinquenti, corruttori, mafiosi e traditori della patria – è ingenuo attendersi da Nordio e dall’esecutivo qualcosa che invero non hanno neppure mai promesso e sorprendersi per quella ricerca di appeasement con le toghe.

Altro che scontro, semmai è una specie di trattativa l’offerta di dismettere la battaglia contro gli incarichi extragiudiziari dei magistrati, che in questo governo fanno il bello e il cattivo tempo nei ministeri, più che in passato, e di quella per una valutazione di giudici e pm misurata concretamente sulla quantità e qualità dei loro fallimenti e non su una benevola stima campionaria, che ha portato finora a promuovere il 99,6% di loro e a instaurare la regola del sei politico e del cane non mangia cane tra i magistrati dei tribunali e quelli di Via Arenula.

La lotta contro i giudici “comunisti” e contro la minoranza dei pm politicizzati è pura e anacronistica retorica, peraltro pure sbagliata, perché tra le toghe il giustizialismo, per così dire, di destra ha ampiamente sopravanzato quello di sinistra. E in ottica garantista è semplicemente ridicolo vivisezionare i comunicati strategici di Magistratura Democratica, che sembra almeno autocritica sull’ossessione carcerocentrica, genuflettendosi all’esponente più in vista, dopo la caduta in disgrazia di Piercamillo Davigo, del panpenalismo reazionario, cioè Nicola Gratteri, che appena insediatosi alla Procura di Napoli, coi voti di laici e togati del centro-destra nel Consiglio superiore della magistratura, si è fatto intervistare dal Fatto Quotidiano per irridere la riforma sulla «cosiddetta presunzione di innocenza» e pronunciare un risoluto no alla separazione delle carriere e alla limitazione delle intercettazioni.

Lo scontro la tra politica e magistratura è in realtà una trattativa tra governo e Anm: un banale negoziato d’affari e di reciproca utilità tra la destra parlamentare e quella giudiziaria.