Il dito e la lunaIl governo getta benzina sul fuoco della violenza contro gli attivisti per il clima

A inizio dicembre, dodici esponenti di Ultima generazione sono rimasti in prigione per tre giorni. Altri eco-attivisti, questa settimana, hanno ricevuto calci e sputi durante un blocco stradale. Intanto, l’esecutivo peggiora la situazione con provvedimenti restrittivi e altre minacce

Michele Nucci/LaPresse

Insulti, minacce, sputi, calci e una persona alla guida di uno scooter che, per superare il blocco stradale, è passata sopra le gambe di un manifestante seduto per terra. È questo il trattamento che gli attivisti di Ultima generazione hanno ricevuto il 18 dicembre durante un’azione non violenta a Roma, all’altezza del civico 665 della Salaria. Scene cariche di aggressività e rabbia che rappresentano il culmine di un 2023 in cui, parallelamente all’incremento delle proteste contro l’inazione climatica del governo, in Italia sono cresciute anche le violenze, le repressioni e le sanzioni contro cittadini che – al netto di tutto – stanno esercitando un diritto sancito dalla Costituzione. 

Si possono non condividere i metodi, si può non condividere la tendenza di Ultima generazione a mischiare la crisi climatica con le guerre più vicine a noi, ma le basi delle proteste sono sacrosante. In più, gli attivisti lasciano sempre campo libero alle ambulanze e le vernici utilizzate sui monumenti sono lavabili. E la nonviolenza è il filo rosso in grado di collegare tutte queste azioni dimostrative, ormai in netta discontinuità rispetto ai cortei dei Fridays for future. 

La società e la democrazia hanno bisogno del dissenso plateale e fuori dai classici schemi. La portata della crisi climatica giustifica la rabbia e il senso d’urgenza di attivisti la cui identità va oltre a ciò che accade in strada o in piazza. Manifestano ricercatori universitari, scienziati, dipendenti pubblici, studenti: persone normali, spesso giovani, preoccupate per l’emergenza più grave e pervasiva del nostro tempo. 

Attivisti in carcere
Mese dopo mese, cresce il numero degli esponenti del mondo forense che denunciano «sanzioni sproporzionate» nei confronti degli attivisti ambientali più radicali. Sulla scia di ciò che sta accadendo nel Regno Unito, dove il Public order act ha introdotto repressioni molto severe contro chi protesta per il clima, anche in Italia si sta diffondendo una preoccupante tendenza a criminalizzare. 

«Le attività delle procure hanno a volte assunto caratteri fortemente repressivi, con contestazioni di reati spropositate rispetto ai fatti realmente accaduti e con la costruzione talvolta di “indagini-teorema”», recita un appello, firmato in primavera da decine di avvocati, contro la decisione della procura di Padova di aprire un’indagine per associazione a delinquere contro alcuni membri di Ultima generazione. Secondo i difensori, le azioni degli attivisti ambientali sono legittime in quanto non violente e dettate dall’interesse pubblico, ossia la protezione del nostro ecosistema e l’irreversibilità della crisi climatica, in linea con l’articolo 9 della Costituzione: «La Repubblica» «tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni». 

La voce di chi con la legge lavora ogni giorno, però, non è bastata a evitare un fatto di enorme gravità, oscurato dalle trattative in corso a Dubai per la conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici (Cop28). Dodici cittadini di Ultima generazione che hanno bloccato l’autostrada A12 a Fiumicino sono stati portati in questura e hanno trascorso tre giorni (dal 4 al 7 dicembre) nel carcere di Civitavecchia. Le accuse? Attentato alla sicurezza dei trasporti, interruzione di pubblico servizio e violenza privata aggravata. Alla fine è rimasta in piedi solo quest’ultima, sufficiente a convalidare l’arresto ed emettere l’obbligo di dimora per tutti gli attivisti. 

Il Comitato Torino Respira, poco dopo questa vicenda, ha lanciato una petizione nazionale in difesa della libertà di manifestazione degli attivisti ambientali. L’appello – che ha tra i primi firmatari il noto climatologo Luca Mercalli, Patrizia Lombardi (presidente della Rete delle università per lo sviluppo sostenibile) e Giuseppe Onufrio (direttore di Greenpeace Italia) – ha raccolto finora più 2.200 adesioni: «Sempre più spesso manifestazioni nonviolente e pacifiche a favore del clima vengono sanzionate in modo sproporzionato dalle forze dell’ordine, utilizzando norme pensate per combattere crimini violenti. È chiaro l’intento di intimidire i giovani e ridurre la loro volontà di continuare a manifestare anche a causa delle spese legali che si devono accollare», racconta Roberto Mezzalama, presidente del Comitato Torino Respira. 

Le responsabilità del centrodestra
A nulla è servito l’incontro estivo tra Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, e una delegazione di Ultima generazione. Con il passare dei mesi, quel colloquio si sta rivelando – come previsto – un falso tentativo di apertura. L’esecutivo, per dire, non ha mai condannato le violenze contro gli attivisti durante i blocchi stradali. La responsabilità governativa dietro questo clima di ostilità è enorme, e si può dividere in due rami. 

Il primo concerne la violenza verbale usata da ministri e parlamentari per commentare le manifestazioni degli eco-attivisti. «Sono vandali, meritano di andare in galera», «cretini», «eco-imbecilli», «multe pesanti, carcere e arresto in flagranza»: sono tutte parole scritte o pronunciate da Matteo Salvini, vicepremier e ministro dei Trasporti, che dirige il fronte dei politici più severi contro i giovani che alzano la voce contro l’inazione climatica dell’esecutivo. 

Il secondo è di natura normativa. L’11 aprile, su proposta del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, è stato approvato un disegno di legge (Ddl 693) che prevede sanzioni da diecimila a quarantamila euro per chi imbratta i beni culturali e da sessantamila euro per chi li distrugge. Il testo è stato approvato a luglio in Senato per poi passare all’esame della Camera. Leggi simili, va specificato, esistono già all’interno del nostro ordinamento, così come è previsto un reato per punire chi imbratta le opere d’arte. Il provvedimento è poco più che simbolico: è una minaccia, un’apparente prova di forza e autorità del governo di destra. 

A fine ottobre, inoltre, la Lega ha presentato alla Camera una proposta di legge per inasprire le pene contro i blocchi stradali. Il testo mira a punire i «sedicenti attivisti ambientalisti ed ecologisti che impediscono, con il proprio corpo, l’ordinata circolazione stradale, specie nelle ore di punta, provocando grande disagio fra gli automobilisti». 

I blocchi stradali sono sempre stati trattati come illeciti amministrativi, ma la proposta della Lega tira in causa per la prima volta la giustizia penale. In caso di approvazione, sarà previsto l’arresto in flagranza e il Daspo urbano. Il provvedimento vuole sostituire delle sanzioni amministrative (dai mille ai quattromila euro) con pene detentive dai sei mesi ai tre anni.