Arcore non si comandaLa nostalgia del berlusconismo spiega l’inspiegabile tenuta di Tajani

I tempi del Cavaliere, cominciati con la famosa videocassetta di nove minuti del 26 gennaio 1994, continuano a condizionare la politica di oggi. E a tenere a galla i suoi eredi, in mancanza di alternative popolari

LaPresse

Quando il 26 gennaio del 1994 arrivò nelle redazioni il videomessaggio di Sua Emmittenza Cavalier Silvio Berlusconi, nonché presidente del pluripremiato Milan, molti giornalisti maschietti pensarono alle ragazze di Drive In e di Colpo grosso. E che si sarebbero divertiti rispetto alla cupezza della politica di quel periodo. I giovani cronisti politici avevano passato mesi a raccontare arresti di parlamentari, suicidi, a tampinare Bettino Craxi e Arnaldo Forlani, chiedendo se avessero ricevuto l’avviso di garanzia e cosa sarebbe successo con la fine della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista. Poi conobbero di persona Silvio Berlusconi che faceva la spola tra “cipresso” Mino Martinazzoli e Mariotto Segni per mettere a disposizione tv e soldi a un progetto che fermasse l’erede più diretto del Partito comunista, Achille Occhetto.  

Quei giovani giornalisti lo conobbero meglio quando scese politicamente in campo in prima persona e a Roma da Milano. Rimasero strabiliati il giorno in cui, morti di freddo per le giornate passate sulla strada (a via dell’Anima, prima residenza romana di Berlusconi, non ci sono marciapiedi), li fece salire a casa riempendogli i taccuini con la sua torrenziale logorrea. Ma mentre li salutava, con accanto un cameriere che porgeva un enorme vassoio d’argento, gli riempiva le tasche di cioccolatini e caramelle «così quando scriverete li mangerete pensando a me». Altro che il marziano di Ennio Flaiano in giro per Roma. 

Di tanti aneddoti sono piene le cronache del tempo e molti altri sono raccolti nel gustoso libro “Una battuta, presidente” scritto da due cronisti di agenzia Vittorio Amato e Giovanni Lamberti che stazionavano tutto il giorno al civico 102 davanti a Palazzo Grazioli. Quel famoso videomessaggio del miracolo italiano con incipit fulminante («L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore») scritto da Giuliano Ferrara, venne registrato a Macherio in un cantiere trasformato per in set televisivo, tra calcinacci, sacchetti di cemento e polvere. «Era un mercoledì pomeriggio – scrivono Amato e Lamberti – fuori nevicava. C’erano state varie prove tecniche per le luci e l’audio. Per lanciare la sua candidatura politica il Cavaliere fece una sola registrazione. Dopo averla vista non volle ripeterla». 

Le videocassette Beta di nove minuti e trenta secondi vennero consegnate a tutti i tg della sera. Il Tg4 di Emilio Fede mandò il messaggio integrale. Enrico Mentana, allora alla guida del Tg5, racconta in un’intervista di ieri sul Corriere della Sera che gli sembrava piena di «parole retoriche, passatiste, col comunismo, sangue e distruzione… invece attraversavano un pezzo dell’Italia. Ci arriva questa sbobba, la tagliamo, e ne prendiamo l’aspetto saliente, politico». Insomma nessuno capì la portata comunicativa e politica di quello che accadde quel 26 gennaio del 1994.

Sembra, e in parte lo è, paleolitico giornalistico e politico le cui appendici sono però ancora vive in forme e modalità diverse. A cominciare dal tipo di elettorato che aveva cominciato a concentrarsi nel centrodestra e in particolare dentro Forza Italia. Infatti quel che resta di Berlusconi sono anche quelli che in “Metamorfosi Giorgia” abbiamo chiamato «patrioti interessati» per distinguerli e sommarli a quelli di destra ex Msi/An. Interessati più alle tasse e ai condoni fiscali. Il portafoglio in cima alle motivazioni che spingono verso la cabina elettorale. Un pezzo molto ampio di opinione pubblica trasversale perché comprendeva (e comprende) pure chi non votava Forza Italia e magari dava il suo voto agli Ulivi di Romano Prodi e poi al Partito Democratico di Walter Veltroni. 

Il voto azzurro che cresceva nel segreto dell’urna radicalizzava una guerra civile strisciante e segnalava il protagonismo di un pezzo d’Italia irriducibilmente nemica della sinistra. Anche di quella che era diventata centrosinistra con il volto bonario di Romano Prodi, l’ex democristiano che Berlusconi additava come la maschera dietro la quale si nascondevano i comunisti. Il prof di Bologna governava con Rifondazione comunista e tanto bastava al fondatore del centrodestra per dire che aveva ragione, che aveva fatto bene a scendere in campo per salvare il Paese che amava. A una parte degli italiani, cresciuta negli anni Ottanta con la tv commerciale, nuovi canoni estetici e la voglia di ammirare cose nuove, piaceva da matti quel cinquantenne di successo imprenditoriale e calcistico, che parlava in maniera non paludata, usava kit e meccanismi comunicativi del marketing aziendale. Tutto sembrava improvvisamente vecchio tra le macerie polverose dei partiti della Prima Repubblica, disintegrati da Mani pulite e delle bombe stragiste dei mafiosi. 

Qui si aprirebbe il capitolo delle relazioni pericolose, di Marcello Dell’Utri, sicuramente cervello politico e organizzatore della trasformazione di Publitalia in Forza Italia. È il capitolo storico-giudiziario delle trame che sarebbero arrivate fino ad Arcore, ma qui rimaniamo sul pezzo del trentennale del videomessaggio che cambiò l’Italia e il sistema politica. Rimaniamo al gioco dell’eterno ritorno di un elettorato di centrodestra unito da Berlusconi che cuba mediamente il quaranta per cento. Il giochetto funzionava alla grande e continua a funzionare, anche se oggi non c’è bisogno di chiamare comunisti Elly Schelin e Giuseppe Conte. Così come funzionano alla grande le sirene fiscali per i patrioti interessati che si sentono comunque al sicuro pure con Giorgia Meloni. La quale ha ereditato come Fratelli d’Italia quel quasi trenta per cento che gravitava stabilmente attorno a Forza Italia, transitato per alcuni anni dalle parti della Lega e incidentalmente e parzialmente nel Partito democratico di Matteo Renzi. Spaccandolo, schiacciandolo a sotto il venti per cento e facendo crescere in maniera esponenziale i Cinquestelle.

Quei nove minuti e rotti di trent’anni durano ancora. Avevano sdoganato il Movimento sociale italiano di Gianfranco Fini e una comunità politica di destra che è, di nuovo, tutta al potere con una donna che ora ha bisogno di un grande successo elettorale alle elezioni europee. Ma che bisogno pure che Forza Italia, gancio importante con il Partito Popolare europeo, non muoia.

Antonio Tajani resiste grazie al ricordo di Berlusconi («è un altro suo miracolo, questa volta dal cielo», dice il ministro degli Esteri). Ma la nostalgia non basta. Potrebbe addirittura andare meglio di Matteo Salvini perché esiste un pezzo di opinione pubblica moderata e liberale che non si rassegna a darla vinta alla sinistra versione Schlein-Conti-Landini. Ma non si rassegna nemmeno a darla vinta alla destra meloniana che ha ereditato il grosso dei voti berlusconiani (altrimenti non si spiegherebbe il balzo dal tre al trenta per cento in pochissimi anni). 

Il fallimento del Terzo polo ha poi fatto il resto: meglio il vecchio Antonio che i giovani Matteo e Carlo che litigano. Sono quelli che hanno nostalgia dello zio Silvio che ci faceva divertire. Dimenticando i danni profondi che ha fatto, visto che più che l’Italia amava se stesso e le sue aziende.

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