Amichettismo euroatlanticoMeloni ha bisogno di un buon risultato alle europee e della rielezione di Biden

La storica alleanza con gli Stati Uniti e la recente virata europeista sono una polizza assicurativa sul futuro politico della premier: sono la sua unica chance di avere un ruolo a Bruxelles (dove si candiderà quasi sicuramente) e mettere a tacere le altre voci della maggioranza

AP/Lapresse

Nel lessico politico italiano è entrato la parola «amichettismo», introdotta da Giorgia Meloni nel suo primo comizio televisivo per le europee su Quarta Repubblica. Ora, scandisce la premier, le carte le dà lei perché «il mondo in cui nelle nomine pubbliche la tessera del Partito democratico faceva punteggio è fi-ni-to». La banale verità è che adesso fa punteggio la tessera di Fratelli d’Italia, il cui tesseramento è curato direttamente in famiglia da Arianna Meloni.

Poi la Sorella maxima aggiunge un concetto pericoloso: le carte che dà lei è come le dessero gli italiani. È un’identificazione con tutto il popolo, una concezione oggettivamente autocratica e populista perché non lascia scampo a quella parte di italiani che non si identificano con le sue idee e le sue carte. Che poi, andando al nocciolo della questione, si tratta di sostituire gli amici della sinistra con i propri amici. Merito o meno che abbiano. Il vecchio e sempiterno spoil system che hanno praticato tutti. La lottizzazione non era meno praticato ai tempi del centrodestra d’antan di Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini.

Chi ha inventato la definizione di amichettismo, l’irriverente scrittore Fulvio Abbate, ricorda che a Palermo si dice che «chi afferra un turco è suo». E la destra-destra fa lo stesso perché è il suo turno al potere. Tutto il resto è narrativa propagandistica. Ma in campagna elettorale (permanente) insistere sull’assedio compatta l’elettorato e serve a Meloni per costruire l’immagine dell’underdog che ce l’ha fatta a mettere a cuccia la sinistra. Ma l’aspetto più rilevante delle dichiarazioni della premier riguarda la politica estera italiana.

Nell’intervista a Nicola Porro ha assicurato che non cambierà anche se dovesse cambiare la politica estera americana con Donald Trump. Affermazione impegnativa da segnare a futura memoria negli annali delle metamorfosi di Giorgia. Sarà questa il vero banco di prova dell’europeismo (sincero?) della leader dei Conservatori. È uno dei temi fondamentali della campagna elettorale che lei ha intenzione di fare da capolista del suo partito. Ipotesi molto probabile visto che il voto del 9 giugno le servirà come test plebiscitario sul consenso di oggi e, in prospettiva, come un pezzo della costruzione del premierato a suffragio universale. La prova di un europeismo a bassa intensità ma comunque necessario e sufficiente per entrare in una nuova maggioranza Ursula e contribuire con i Popolari (e anche con i Socialisti) ai nuovi progetti dell’Unione europea. A cominciare da quell’embrione di difesa comune, anche militare, degli interessi di un’Europa sovrana, come sembra possa prendere forma nel Mar Rosso.

Bisognerà vedere quali saranno le reazioni del governo italiano nella sciagurata ipotesi del ritorno al potere di quel Trump che Vladimir Putin aspetta con ansia e trepidazione. Quel Donald che potrebbe abbandonare la Nato, non dare sostegno militare e finanziario a Volodymyr Zelensky, lasciare i Paesi dell’Est europeo esposti alle fauci dell’orso russo. Meloni avrebbe un ritorno di fiamma? Quando partecipava ai convegni Cpac dei Repubblicani americani e omaggiava ad Atreju Steve Bannon era una nazional-sovranista che stava all’opposizione. Adesso a Palazzo Chigi è un’altra musica, per fortuna, ma su quello che potrebbe accadere se dovesse cambiare la politica estera di Washington è lecito avere qualche dubbio.

Alla Casa Bianca regna ancora Joe Biden. Il quale aveva detto di essere diventato amico della premier italiana dopo l’incontro tra i due il 27 luglio del 2023. Come abbiamo sempre ripetuto, la posizione atlantica e la virata europeista sono la polizza assicurativa sulla vita politica di Meloni. Ecco, la premier dovrà tenersi caro l’amichettismo americano dei Democratici, sperare nella rielezione del vecchio Joe. Solo così potrà convivere con tranquillità al potere di Bruxelles insieme ai Popolari e mettere a tacere gli istinti di Matteo Salvini. Avrà bisogno di molti voti alle europee. Per questo la sua candidatura è quasi scontata.

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