Crisi nella crisiL’impronta carbonica della guerra tra Hamas e Israele

Dal 7 ottobre a inizio dicembre, il conflitto ha generato 281.315 tonnellate di CO2: come se fossero state bruciate centocinquantamila tonnellate di carbone. Cosa dice il primo studio sull’impatto climatico dell’escalation degli scontri a Gaza

AP Photo/LaPresse (ph. Ohad Zwigenberg)

Ogni guerra, indipendentemente dalla lunghezza e dall’intensità, è anche una strage ambientale e climatica dalla coda lunga, capace di esacerbare le conseguenze sociali, economiche e sanitarie di un conflitto. Sta accadendo per esempio in Ucraina, una miniera di biodiversità in pericolo a causa dell’ecocidio attuato dall’esercito russo. E anche a Gaza, dopo l’attacco compiuto da Hamas il 7 ottobre, gli scontri tra il gruppo terroristico palestinese e l’esercito israeliano stanno avendo un grave impatto non solo sul territorio coinvolto, ma anche sull’atmosfera sovrastante. Un problema che potrebbe non limitarsi a quell’area. 

A tal proposito, è stato pubblicato il primo studio che analizza le conseguenze della guerra a Gaza a livello di emissioni di anidride carbonica, uno dei principali gas responsabili del cambiamento climatico. La ricerca, che deve ancora essere sottoposta a peer review, è stata pubblicata nell’archivio Social science research network (Ssrn) e i dati completi sono stati condivisi in esclusiva con la redazione del Guardian. I quattro autori principali rispondono ai nomi di Benjamin Neimark (Queen Mary University of London), Patrick Bigger (The Climate and Community Project), Frederick Otu-Larbi (Lancaster University), Reuben Larbi (Lancaster University). 

I risultati tracciano la prima stima dell’impronta carbonica del conflitto nella Striscia. Un elemento da considerare prima di passare ai numeri è il seguente: l’impatto calcolato dalla ricerca, di per sé enorme, è comunque sottostimato. Gli esperti, infatti, hanno preso in considerazione solo una manciata di attività belliche particolarmente dannose in termini di emissioni – aerei da guerra, carri armati e altri veicoli bellici, fabbricazione ed esplosione di bombe, razzi – e non hanno incluso nelle loro analisi il metano e gli altri gas climalteranti. 

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Secondo lo studio, più del novanta per cento della CO2 equivalente emessa a Gaza dal 7 ottobre al 4 dicembre (281.315 tonnellate) deriva dai bombardamenti aerei israeliani e dall’incursione via terra nella Striscia; nella stima sono stati inseriti anche gli aerei cargo statunitensi che hanno trasportato diecimila tonnellate di rifornimenti militari in Israele. I razzi di Hamas su Israele hanno prodotto circa settecentotredici tonnellate di CO2, una cifra paragonabile alle emissioni generate da trecento tonnellate di carbone. 

Stando ai ricercatori, il “costo” climatico dei primi due mesi di escalation equivale alla combustione di almeno centocinquantamila tonnellate di carbone. Includendo le infrastrutture belliche costruite da entrambe le fazioni prima dell’escalation – come la rete di tunnel di Hamas o la barriera di separazione israeliana –, le emissioni totali di sessanta giorni di guerra a Gaza risultano più alte delle emissioni annue di trentatré singoli Paesi del mondo.

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La reale impronta carbonica, scrive il Guardian, potrebbe essere cinque-otto volte superiore alle prime stime, che non hanno considerato l’intera catena di approvvigionamento bellica. Secondo Benjamin Neimark, co-autore dello studio, il documento fornisce «solo un’istantanea di un’impronta molto più ampia, un quadro parziale delle massicce emissioni di anidride carbonica. Le conseguenze saranno visibili a lungo, anche dopo la fine degli scontri». 

Neimark si riferiva anche all’impatto climatico della ricostruzione degli oltre centomila edifici distrutti o danneggiati a Gaza: una fase che, stimano i ricercatori, comporterà la produzione di almeno trenta milioni di tonnellate di anidride carbonica. Si tratta di una cifra simile all’impronta carbonica annua di un Paese come la Nuova Zelanda. 

C’è poi la questione dei rifiuti militari, che rischiano di contaminare il suolo e i terreni agricoli. I territori palestinesi sono particolarmente esposti alle conseguenze dell’emergenza climatica, tra ondate di calore e lunghi periodi siccitosi. La Palestina ha sempre dovuto affrontare problemi di sicurezza alimentare e forniture idriche, e negli ultimi tre mesi la situazione non ha fatto altro che peggiorare. 

Lo studio è stato pubblicato anche per sottolineare un problema annoso e sottovalutato: troppi Paesi si rifiutano di comunicare ufficialmente i dati sulle emissioni dei loro eserciti. Stando al calcolo del Scientists for Global Responsibility, alle forze armate è attribuito circa il sei per cento delle emissioni globali, ma è una percentuale fittizia perché elabora solo informazioni di dominio pubblico. Negli Usa, per dire, la segnalazione delle emissioni militari è volontaria; nel Regno Unito si è scoperto che circa la metà delle emissioni ricondotte al governo centrale proviene dalle attività del ministero della Difesa; il Canada registra l’impronta carbonica della sua aviazione militare all’interno dei trasporti in generale.

Tornando al conflitto a Gaza, il governo israeliano e le autorità palestinesi non hanno mai comunicato alle Nazioni unite i dati sulle loro emissioni belliche. L’eccezionalismo militare in fatto di clima e ambiente è uno dei tanti ostacoli lungo il percorso verso le zero emissioni nette entro il 2050: un target fondamentale per rispettare la soglia dei +1,5°C di aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli pre-industriali.

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