Quota cinquantunoLa timida (timidissima) risalita dei socialdemocratici nel Nord Europa in vista delle europee

Le recenti elezioni in Danimarca, Svezia e Finlandia hanno dato indicazioni interessanti su come saranno probabilmente distribuiti i cinquantuno seggi dei tre paesi scandinavi in vista delle elezioni del 2024

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Con tre paesi andati al voto per l’ultima volta fra l’autunno 2022 e la primavera 2023, il Nord Europa è uno degli scenari più interessanti per le prossime elezioni europee. Ci si giocano cinquantuno seggi ed è in ballo anche la tenuta politica di tre paesi essenziali nel quadro geopolitico europeo, tutti guidati da governi piuttosto singolari. La Danimarca è l’unico dei paesi nordici aderenti all’UE ad avere una premier di centro-sinistra, anche se Mette Frederiksen è riuscita a imporsi nel novembre del 2022 promettendo, e realizzando, una grande coalizione con i Moderati e i liberali della Venstre, che in danese significa “Sinistra”, ma in realtà è stata per molti anni la formazione cardine attorno alla quale ruotava la coalizione di centro-destra a Copenhagen.

I due governi di centro-destra alla guida di Svezia e Finlandia devono fare i conti con questioni interne non di poco conto: la Svezia non ha ancora risolto la partita della Nato, dopo che Erdogan aveva dato un primo via libera quasi due mesi fa, mentre la Finlandia deve affrontare gli ingressi di immigrati irregolari siriani attraverso l’altrimenti blindato confine con la Russia.

Ulf Kristersson, premier svedese dal settembre del 2022, è alla guida di un governo composto dai Moderati, dai Cristiano-Democratici e dai Liberali, le cui sorti però dipendono dal sostegno esterno dei Democratici Svedesi di Jimmie Åkesson, sui cui torneremo fra poco. Petteri Orpo ha vinto di misura le elezioni dell’aprile di quest’anno e ha dovuto faticare non poco a far stare nella stessa coalizione i nazionalisti dei Veri Finlandesi e i Popolari della minoranza svedese, aderenti all’Alde.

Il voto del 2024, che assegnerà un seggio in più a testa a Danimarca e Finlandia, rischia di diventare un unicum europeo, con una vigorosa avanzata dei Socialdemocratici, dati altrimenti in declino nel resto del continente, rispetto al 2019. Questo risultato particolarmente positivo arriverebbe a discapito di Verdi e Renew Europe, mentre a destra il gruppo euroconservatore di Giorgia Meloni rischia di escludere qualsiasi rappresentanza nordica a Bruxelles e Strasburgo agli alleati di Salvini. È bene andare un po’ con ordine.

A sinistra, i Socialdemocratici hanno rimesso la chiesa (laica) al centro del villaggio, crescendo sensibilmente alle ultime elezioni politiche in tutti i tre paesi: in Danimarca, Mette Frederiksen ha ottenuto il miglior risultato in percentuale degli ultimi vent’anni, mentre, ragionando in termini assoluti (dato che l’affluenza è salita), anche i vicini di casa svedesi non andavano così bene da quattro lustri. In Finlandia, Sanna Marin ha raggiunto la percentuale migliore degli ultimi sedici anni e il record di elettori degli ultimi venti. Proprio Sanna Marin non sarà della partita dopo la mancata riconferma del suo esecutivo: la palla è passata al moderato Antti Lindtman

A rimetterci sono soprattutto i Verdi, dati in calo in tutto il Nord Europa: il consenso verde è tornato a essere rosso dopo un trend che si era avviato a inizio millennio e che ha perso la propria spinta propulsiva. Rispetto al proprio record, gli ecologisti hanno perso il quattro per cento in Finlandia e il due in Svezia, mentre in Danimarca si sono frazionati in quattro partiti diversi dopo l’exploit del 2007 (tredici per cento di Sinistra Popolare).

L’incognita per il centro-sinistra è soprattutto legata alla natura del voto: nonostante i sondaggi, le elezioni Europee sono sempre state il tasto dolente dei Socialdemocratici, che raramente riescono a coinvolgere l’elettorato come nelle legislative. Se fossero confermati i sondaggi di oggi, i Socialdemocratici passerebbero da dieci a sedici seggi, mentre i Verdi scenderebbero da sei a cinque e la sinistra radicale rimarrebbe invariata a quattro.

Nel centro-destra pesa l’incombenza degli impegni di governo, ma soprattutto la sfida interna fra Conservatori e Identitari, o, per leggerla meglio, fra Meloni e Salvini: la premier è riuscita a strappare al rivale i Veri Finlandesi, che lo scorso anno sono transitati da un eurogruppo all’altro dopo aver realizzato che le loro posizioni antagoniste nei confronti di Mosca mal si conciliavano con le strizzatine d’occhio nei confronti di Putin. In Danimarca, il travaso avverrà grazie ai voti: il Partito del Popolo Danese, alleato di Salvini, passa dal ventiquattro per cento del 2014 a un probabile risultato da prefisso telefonico passando dal dieci per cento del 2019 (con un seggio), mentre emergono i Democratici Danesi dell’ex Ministra per l’Immigrazione Inger Støjberg, fuoriuscita dalla Venstre dopo la condanna a sessanta giorni di carcere per mala condotta nella gestione dei rifugiati minorenni. Il nuovo partito non ha ancora scelto la sua partnership europea, ma è probabile che segua i “gemelli” svedesi nel gruppo meloniano.

Gli esponenti nordici del PPE e di Renew Europe languono: i primi, complice il ruolo di Kristersson e Orpo alla guida di Svezia e Finlandia subiscono un calo fisiologico, mentre i liberali si presentano frazionati. In Danimarca dovrebbero aggiungersi alla pattuglia liberale i Moderati dell’ex premier Løkke Rasmussen e Alleanza Liberale, probabili new entry al Parlamento Europeo, ma dovranno competere con i più consolidati Radicali e Venstre. In Svezia, il Partito Liberale sta perdendo consensi dopo la sua adesione al governo sostenuto dagli arciconservatori, stessa sorte che probabilmente toccherà in Finlandia al Partito Popolare per la Minoranza Svedese. Per questi ultimi due paesi, rimarrebbero in corsa solamente gli esponenti centristi, un tempo agrari ed euroscettici.

Se dovesse confermarsi questa tendenza a sinistra nell’Europa Settentrionale, è anche possibile che gli effetti possano riverberarsi sia sulla composizione della Commissione Europea che nei rapporti di forza interni all’eurogruppo dei Socialisti e Democratici: il successo della componente riformista targata Frederiksen-Andersson sconfesserebbe i compromessi di Sanchez e Schlein con i populisti e la sinistra radicale.

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