Verde torbidoI tanti punti di domanda della transizione energetica del governo Meloni

La premier ha ignorato il tema nella sua prima conferenza stampa dell’anno, confermando che l’esecutivo ha le idee poco chiare sulle tecnologie da cavalcare nella fase di «transitioning away» dalle fonti fossili

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Nel corso della lunga conferenza stampa di fine/inizio anno di Giorgia Meloni, in tre ore non vi è stata occasione di approfondire gli obiettivi del governo italiano per contribuire alla transizione energetica e, soprattutto, le modalità per conseguirli. Curiosità non da poco visto che parliamo dell’esecutivo che ha la legittima ambizione e la realistica occasione di governare per cinque anni nel corso del decennio in cui si devono creare condizioni e presupposti per raggiungere le zero emissioni nette di CO2 entro il 2050. 

La speranza è che l’assenza di interesse sul tema almeno non sia dovuta a una malcelata forma di cinismo per cui l’obiettivo del net zero è probabilmente difficile da raggiungere, sicuramente costoso e, alla fine, visto che l’Italia rappresenta lo zero virgola dei consumi energetici mondiali, ogni sforzo (e costo) è sostanzialmente ininfluente. Un atteggiamento sbagliato non solo perché, almeno moralmente, rischierebbe di giustificare atti di vandalismo ambientale illegittimi e intollerabili, ma soprattutto perché la transizione energetica è fattibile e già in corso e, per chi riesce a programmarla e quindi a promuovere investimenti, risulta essere una grande occasione di crescita economica e di creazione di posti di lavoro.

Nessuno può negare che abbandonare le fonti fossili sia un’impresa ardua, se non altro perché sono stati motore e benzina attraverso cui negli ultimi duecentocinquanta anni l’umanità ha sperimentato tassi di crescita e di miglioramento del benessere individuale e collettivo unici nella storia. Tuttavia, una modifica strutturale del modello di crescita è in atto e qualche segnale non di poco conto che suggerisce che la virata si sta compiendo c’è e può indurre almeno all’ottimismo della volontà. 

Per esempio, l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) nel suo ultimo report ci dà qualche informazione interessante. Secondo il documento, la Cina è il mercato in cui nel 2022 le fonti rinnovabili (sole e vento) e le auto elettriche sono cresciuti più di ogni altro e, malgrado le sue contraddizioni (rimane il maggior consumatore di carbone per produzione di energia elettrica), il modello di sviluppo energetico di Pechino si sta avvicinando, anche a grandi passi, a quello delle democrazie sviluppate; oppure ci informa che per la prima volta, sulla base di qualsiasi scenario usato, si stima che le tre fonti fossili (carbone, petrolio e gas) raggiungeranno il loro picco produttivo entro la fine del decennio.

A conferma che non è irragionevole sperare in un cambio di passo o che si possa affrontare la sfida con maggiore fiducia vi sono le conclusioni raggiunte da Cop28 solo pochi giorni prima la conferenza della nostra premier, e che anche la stampa nostrana aveva definito «storiche» perché prevedono il famoso «transitioning away» dalle fonti fossili. In realtà, perché si possa raggiungere il traguardo di limitare a 1,5 gradi centigradi l’aumento della temperatura entro fine secolo, oltre ad uscire dai fossili, il testo finale di Cop28 raccomanda di triplicare le capacità delle fonti rinnovabili e raddoppiare il tasso medio di efficienza energetica entro il 2030, di accelerare la crescita delle altre fonti a zero emissione come il nucleare o quelle che consentono di catturare e stoccare in sicurezza la CO2 prodotta e di eliminare, almeno nelle economie sviluppate, i sussidi ancora esistenti a favore delle fonti fossili.

Come si vede, non sono misure che si realizzano in un batter di ciglia; anzi, poiché ognuna delle soluzioni indicate richiede massicci investimenti. L’Agenzia internazionale dell’energia, per esempio, stima che gli investimenti energetici globali devono passare dai 2,8 trilioni di dollari del 2022 a 4,7 trilioni nel 2030. Per questo, lasciando che il mercato decida come e con quali tecnologie allocare in maniera efficiente le risorse disponibili, al decisore pubblico sono richieste volontà e determinazione politica, chiarezza degli obiettivi, strategia di breve e lungo termine, certezza regolatoria, trasparenza amministrativa e affidabilità dei tempi di realizzazione. Sono questi i benchmark con cui si deve misurare la capacità di realizzare la transizione energetica e su cui sarebbe utile interrogare la premier di un governo di legislatura.

In termini di capacità, il mix energetico italiano è senza sorpresa esposto alle fonti fossili con, dati del 2021, una quota di gas (quaranta per cento) parecchio superiore rispetto alla media dei Paesi dell’Unione europea (ventitré per cento), una quota di petrolio allineata alla media (trentaquattro per cento) e un’incidenza limitata del carbone (quattro per cento contro dodici per cento). Per note ragioni soffriamo dell’assenza totale del nucleare, che in Ue copre in media il tredici per cento del fabbisogno mentre le fonti rinnovabili incidono per il diciannove per cento poco di più della media europea (diciassette per cento). 

Quindi, in Italia come altrove, «transitioning away» dai combustibili fossili significa essenzialmente due cose. Primo, elettrificare i consumi: lasciando per il momento da parte i settori hard-to-abate, cioè quelli che per loro natura hanno esigenze che al momento le fonti fossili soddisfano ad un costo troppo competitivo rispetto a qualsiasi altra soluzione, questo significa essenzialmente auto elettriche nel settore trasporto e pompe di calore in quello residenziale. Secondo, produrre energia elettrica senza emettere CO2.

Sostituire il gas con energia prodotta dal sole e dal vento a terra è una soluzione efficiente perché ha un costo competitivo. Quindi, ogni megawatt installato con queste tecnologie va sicuramente nella direzione giusta. Il limite è quello della saturazione della terra occupabile, soprattutto in Italia dove, comprensibilmente, vi è un’elevata sensibilità alla tutela artistico-archeologica e paesaggistica. 

Per questo, le soluzioni principali che possono integrare sole e vento a terra sono: rinnovabili a mare, nucleare, e gas associato a cattura e sequestro di CO2 in giacimenti esauriti. Poiché sono tutte tecnologie che richiedono importanti investimenti di capitali e tempi lunghi di realizzazione, è fondamentale che le scelte politiche siano fatte per tempo, basate sul criterio della neutralità tecnologica e che gli investitori possano competere liberamente in un quadro regolatorio chiaro e affidabile nel lungo termine. 

Dopo un anno di governo e con la prospettiva di poter contare su altri quattro, bisogna capire se effettivamente l’esecutivo intende puntare su queste o altre tecnologie per realizzare la transizione energetica. Il suo agire guidato dalla neutralità tecnologica e dal favorire la concorrenza tra operatori avrebbe potuto occupare almeno qualche minuto della conferenza stampa. 

Anche perché solo qualche giorno prima il governo aveva promulgato il decreto-legge cosiddetto energia che ora deve essere ratificato dal parlamento. Al netto del nucleare, che continua inspiegabilmente a essere tabù nel nostro Paese, la norma affronta sia il tema dell’eolico a mare, sia quello della cattura della CO2 in giacimenti esauriti come strumento per continuare a utilizzare energie fossili (gas in primis).

Tuttavia, l’approccio per le due tecnologie è differente. Gli eventuali investitori nel settore della cattura in giacimento di CO2 possono contare sin dal 2011 su un quadro regolatorio di riferimento abbastanza chiaro e che con il decreto energia si arricchisce della possibilità di eseguire programmi sperimentali di stoccaggio geologico di CO2 come attività che, di fatto, dà poi diritto di ottenere le concessioni definitive. 

Si potrebbe criticamente osservare che, anche in questo caso, quando si ha a che fare con concessioni di natura pubblica vi è una qualche allergia a favorire la concorrenza e l’ingresso di nuovi operatori. Infatti, trattandosi di attività che si svolgono in giacimenti di idrocarburi esauriti, ci dovrebbe essere una chiara cesura tra le attività di produzione di oil & gas e quelle di stoccaggio di CO2. Così non è: il rischio è che in Italia le attività di stoccaggio di CO2 siano condotte solo dai pochi titolari di concessioni di produzione di idrocarburi esistenti, i quali – dopo decennali diritti di sfruttamento dei giacimenti – potranno continuare a utilizzarli in esclusiva per lo stoccaggio della CO2. Insomma, scenario balneari ma a favore di pochi (e anche ricchi).

Sono poche le certezze per chi vuole investire nell’eolico a mare, una tecnologia che – a differenza della cattura della CO2 – può contare su una disponibilità areale di gran lunga superiore e che è già al centro delle politiche energetiche di Cina, Usa e molti Stati dell’Unione europea. In Italia, invece, gli operatori sono da qualche anno in attesa che le bozze dei provvedimenti con cui si ottiene certezza del prezzo di vendita dell’energia, diventino legge (il così detto FER 2). In più, le novità del decreto energia hanno segni contrapposti. 

A fronte di una dichiarazione di principio che, pur rinviando a disciplina di dettaglio, attesta la volontà di aiutare la creazione di una supply chain per l’eolico in mare, i titolari di impianti di energia rinnovabile sono soggetti a una tassa pari a dieci euro per ogni kilowatt di potenza, per i primi tre anni dalla data di entrata in esercizio. Uno dei vantaggi dell’eolico a mare è che, rispetto alle rinnovabili a terra, gli impianti sono di grandi dimensioni. Applicare una tassa del genere a questo tipo di impianti imporrebbe un pagamento annuale di qualche milione di euro, aumentando i costi operativi nei primi tre anni in una misura che, probabilmente, si avvicina al venti per cento. 

Per compensare le regioni, il governo avrebbe potuto individuare altri strumenti che vanno nella direzione di facilitare, piuttosto che rallentare, la transizione energetica. Per esempio, il decreto energia prevede strumenti per favorire la produzione nazionale di gas in sostituzione delle importazioni. È una misura corretta, perché importare gas ha un costo ambientale (circa il venti per cento del gas viene bruciato per il trasporto) che viene risparmiato e, ovviamente, perché si riduce l’esposizione verso Paesi produttori (Russia in testa). Stime preliminari indicano che la produzione di gas domestica dovrebbe raddoppiare. Poiché alla produzione di idrocarburi sono collegati i pagamenti di royalties, l’extra gettito prodotto da queste royalties potrebbe essere destinato alle regioni in sostituzione della tassa che il decreto energia impone sui nuovi impianti rinnovabili.

L’obiettivo non è qui di indicare i singoli aspetti su cui il decreto energia può essere migliorato; piuttosto si spera che il dibattito parlamentare che si apre per l’approvazione del decreto energia sia la prima, e non ultima, occasione per interrogare il governo (e anche le opposizioni) sul se e come si vuole realizzare la transizione energetica. Qual è l’orizzonte temporale del «transitioning away» dalle fonti fossili; quali sono i target di installazione di rinnovabili ed efficienza energetica al 2050.

Per limiti di spazio ed esigenze archeologiche e paesaggistiche, solare ed eolico a terra da soli non riescono a rimpiazzare gas e petrolio. Il governo deve definire le altre tecnologie su cui si vuole puntare. La transizione energetica avrà un costo, quindi l’efficiente allocazione delle risorse è necessaria: il modo migliore per ottenerla è una legislazione che si ispira alla neutralità tecnologica e alla concorrenza tra operatori. In più, dobbiamo essere consapevoli che l’eolico a mare e il nucleare sono ad oggi le soluzioni che danno maggiori prospettive per sostituire le fonti fossili, anche perché rappresentano un’occasione unica di crescita economica e creazione di posti di lavoro.

Sono questi i temi su cui sarebbe utile capire la visione di governo e opposizione, nella speranza che entrambi siano consapevoli che le scelte di oggi influenzeranno i prossimi. In un Paese maturo è auspicabile che il confronto di opinioni non avvenga per schieramenti, ma rimanga nel merito, nella speranza – e non nell’illusione – che si raggiunga una visione condivisa che non cambi alla prima crisi parlamentare.

L’Unione europea ha un ruolo leader globale sul tema, individuando target e prospettive che anche l’Italia ha sottoscritto. La transizione energetica non è solo un obbligo nei confronti delle future generazioni: è, per gli investimenti che comporta, un’occasione unica di crescita e creazione di posti di lavoro. Le politiche di Bruxelles sono un prezioso stimolo: ora tocca alla politica nazionale metterle in pratica. Non dobbiamo scordarci che questa transizione porta sì opportunità, ma non è un pasto gratis. Si spera che, almeno su questo terreno, il dibattito non sia inquinato né da retoriche nazionalistiche – per cui ogni costo sembra una medicina da prendere “perché ce lo chiede l’Europa” –, né da pregiudizi antiscientifici (leggi nucleare) o di una male intesa difesa ambientale e paesaggistica, anche perché alcune soluzioni (come l’eolico offshore) producono impatti trascurabili se non positivi.

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