La fama nel mondoWe are the world e il tempo in cui per essere famosi ci voleva talento

“The greatest night in pop” è il documentario sui cantanti che registrarono a Los Angeles la canzone per beneficenza di Michael Jackson, Lionel Richie e Quincy Jones, ma anche un trattato filosofico sulla differenza tra il genio delle star di allora e il consenso degli influencer di oggi

Per molti traslochi della mia vita è sopravvissuta una scatola di latta, che aveva contenuto dei cioccolatini regalati chissà da chi in quale remoto passato, e ora conservava dei memorabilia della mia giovinezza.

Dentro, tra biglietti di treno e di concerti e forse persino uno d’un cinema in cui quello lì finalmente m’aveva limonata, c’era un mozzicone di sigaretta. Poteva essere il Sistina o un altro teatro, potevo avere sedici anni o venti, ricordo solo che Paolo Conte doveva entrare in scena, era in quinta con questa sigaretta di cui doveva liberarsi, e io mi offrii di fare da posacenere.

Perché ero giovane e avevo coltivato la mitologia delle groupie da molto prima che esistesse “Almost Famous”, certo; ma soprattutto perché quello era Paolo Conte, aveva scritto “Sotto le stelle del jazz”, ti pare che se non sa dove mettere la cicca non la prendo, ti pare che poi non la conservo per decenni (a ripensarci: che roba da serial killer).

Adesso che siamo tutti famosi, adesso che avere la sigaretta di quello che ha cantato delle canzoni della madonna vale come rivolgere la parola a Sorcioni su un social, adesso che quelli cui piacciono i bocconcini di filosofia semplificata ti dicono che d’altra parte ce l’aveva già detto Bauman, la differenza tra fama e notorietà, adesso che nessuno si rassegna al fatto che tanti cuoricini non diventano un film visto, un editoriale letto, un libro venduto, adesso che non si capisce più un cazzo di niente, adesso pare tutto talmente assurdo che il dettaglio più assurdo non è neanche che nelle quinte dei teatri si fumasse.

Su Netflix c’è “The greatest night in pop”, e racconta quella sera in cui riuscirono a mettere in uno studio di registrazione tutti quanti, tutti quelli di cui qualche mia omologa malata di mente avrebbe potuto conservare una cicca, e a fargli cantare una canzone più brutta della “Do they know it’s Christmas?” che avevano fatto le popstar inglesi pochi mesi prima.

A un certo punto entra Bruce Springsteen, il Bruce Springsteen di quasi quarant’anni dopo, si siede su una sedia, dice «nel 1985 ero in cima al mondo», poi ride molto, come ridono quelli troppo di vero talento e vero successo per tromboneggiare, ma ride d’un’innegabile verità. A maggio saranno quarant’anni da quando sui nostri televisori di undicenni comparve Courteney Cox tirata sul palco nel video di “Dancing in the dark”, e poco dopo uscì “Born in the U.S.A.”, che ricordo come una delle due volte in cui la me piccina pensò con nettezza della critica culturale «ma voi siete scemi».

L’altra volta durò tutti gli anni Novanta: ogni festival di Venezia pieno di roba da morire di noia veniva salvato dal Woody Allen che era lì fisso, e ogni Venezia la passavo a innervosirmi coi critici che dicevano che era ormai vecchio e rincoglionito, che non faceva più ridere, che vuoi mettere “Io e Annie”. Quello girava implacabile un capolavoro all’anno, e loro avevano da ridire. L’unica volta in cui una ventenne ci abbia visto più lungo degli adulti.

Ma insomma, l’85. L’anno in cui Springsteen fece il primo concerto in Italia, e l’anno dopo “Born in the USA”. Quello aveva fatto un disco clamoroso, e quelli dicevano: eh ma si è sputtanato, è diventato troppo commerciale. Io piangevo tutte le mie lacrime con “Bobby Jean” (quarant’anni dopo, non ho ancora smesso), e quelli arricciavano il naso eh ma vuoi mettere “Nebraska”. L’unica volta in cui una undicenne ci abbia visto più lungo degli adulti (adulti che eravamo talmente abituate ad assecondare che davamo loro retta quando ci dicevano che quella Madonna sarebbe sparita nel giro di due anni: quella destinata a durare era Cyndi Lauper).

A proposito. Cyndi Lauper, apprendo da “The greatest night in pop”, non doveva esserci: il fidanzato le aveva detto qualcosa tipo ma che canzone di merda, non avrà mai successo. Il fidanzato che sapeva una cosa importante – le canzoni contano – ma non l’altra: decine di star sono un’attrattiva irresistibile (cioè: lo erano, nel secolo in cui esistevano le star).

A un certo punto qualcuno riferisce che, quando Springsteen disse di sì, il passaggio logico fu: se abbiamo Springsteen, possiamo avere anche Dylan (a raccontarlo oggi, non sembra neanche vero).

A un certo punto Lionel Richie fa l’imitazione di Michael Jackson che si era portato un cobra e spiegava con la sua vocina che il cobra si era risvegliato perché gli piaceva la canzone, e insomma Lionel non era tranquillissimo col cobra a due metri: «Io gli horror li ho visti, non finisce bene per quel fratello». Lo so, trascritto non fa ridere e non fa impressione: dovete pensare al nanetto con dentro uno che abbia inciso “Thriller” e di cui avreste conservato una cicca, oggi che siete abituati a considerare famosa la gente di Instagram.

E poi alla fine Cyndi Lauper c’era – chiunque abbia mai sentito “We are the world” se ne ricorda l’urlo – perché, dice oggi, «Io ci credo, che il rock’n’roll può salvare il mondo. O almeno dovremmo provarci», e questa è la parte assurda, che non ci ricordiamo mai ora che la beneficenza è diventata un tema di polemica, ora che non esistono più le star.

Mentre neppure LVMH, il gruppo del lusso che dal vestito del matrimonio a quelli di Sanremo ha sempre avuto il rapporto più stretto con Chiara Ferragni, la vuole alle sfilate, perché una che non pensava davvero ai bambini malati ma solo ai suoi profitti è un’appestata cui nessun marchio vuole avvicinarsi, io penso ogni giorno a Bob Geldof.

E mi chiedo se davvero i commentatori di questo secolo siano così senza memoria storica da non essersi mai accorti che la beneficenza quello è: un modo per rifarsi l’immagine, per collocarsi dalla parte dei buoni, per guadagnare. “Time after time” è una bella canzone, ma non fa di Cyndi Lauper una grande pensatrice: stare in quello studio di registrazione serviva molto più all’immagine di tutti loro e al divertimento di tutti noi di quanto servisse a salvare il mondo (mondo che peraltro in quegli anni si sarebbe dovuto salvare mangiando le verdure: finisci quello che hai nel piatto, non ci pensi ai bambini in Biafra che muoiono di fame).

Certo che Bob Geldof ha da quarant’anni un’identità e un posizionamento e una carriera perché era quello che salvava il mondo, certo che far del bene è un ottimo incarico di ripiego quando sei un cantante fallito che ha fatto una sola canzone di successo, certo che noi adulti lo sappiamo. E allora qual è la differenza? Che Chiara Ferragni non ha una “I don’t like Mondays”.

Che nel secolo in cui non esistono più i talenti e le gerarchie, in cui sono tutti a caccia di consenso e nessuno può permettersi il lusso di fare scelte impopolari, in cui la fama riesce a essere al tempo stesso valuta svalutata e ricercatissima, nel secolo in cui le canzoni servono per i quindici secondi con cui sonorizzi il video buffo di tuo figlio sui social, in questo secolo qui la polizia morale ha tutto il potere, e tu non hai scappatoie.

Non puoi fare una canzone stupenda con cui far dimenticare i tuoi inciampi in donazioni irrisorie e grassi cachet. Non puoi fare un film così pazzesco che ti si perdona pure di aver stuprato qualcuna. Non puoi scrivere un romanzo così clamoroso che pazienza se non pagavi i contributi alla colf. Non puoi perché quelle sono tutte opzioni che richiedono talento. E tu hai solo consenso. Consenso che questo secolo ti ha concesso senza richiederti talenti, ma in cambio del fatto che avrebbe avuto il potere di togliertelo in qualunque momento, a capriccio della folla sugli spalti del Colosseo.

Consenso che si misura in cuoricini inconvertibili in libri, dischi, film, perché non voglio le tue opere d’ingegno, voglio che mi saluti nei commenti della tua pagina con milioni di follower così sarò un po’ famosa anch’io: non voglio conservare la tua cicca, voglio che qualcuno desideri conservare la mia.

A Natale saranno quarant’anni da “Do they know it’s Christmas?”, l’anno prossimo quaranta non solo di “We are the world” ma anche del Live Aid. Mi occupo di puttanate da così tanti anni che sono andata a Londra a raccontarne il ventennale, il trentennale, i cofanetti di dvd (ve li ricordate, i dvd?), persino il rifacimento in sessantaquattresimo che si chiamava Live 8 (in sessantaquattresimo ma comunque coi R.E.M. e Madonna: era il 2005, era la coda lunga del secolo del talento).

E ogni volta Geldof faceva la sua “I don’t like Mondays”, e ogni volta pensavamo tutti poverino, una sola canzone e poi ha dovuto ripiegare sulla beneficenza, e non sapevamo che poi sarebbe arrivato questo secolo qui, in cui senza neppure una canzone puoi essere considerato una star o l’incarnazione di tutti i guai del mondo; il tutto senza avere, nel bene o nel male, fatto niente mai.

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