La passerella del séIl Maurizio Costanzo Show era Instagram ben prima di Instagram

Martedì sera abbiamo assistito su Canale 5 alla santificazione del presentatore televisivo, ma per le ragioni sbagliate. Era un genio che ha capito prima di tutti le potenzialità del patetismo e della casumanitudine in tv

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«Maurizio era diventato l’uomo più buono del mondo, e ci abbiamo creduto tutti». Me l’ha detto una persona che era al Parioli (che ora si chiama Teatro Parioli Costanzo) quando hanno registrato la serata in memoria di Maurizio Costanzo, andata in onda martedì su Canale 5.

Una serata che ha dimostrato che da Costanzo, e dagli scettici «stàmo a fa’ ’r santino» bofonchiati in occasioni analoghe, la tv italiana ha preso tutto senza imparare niente, o almeno non a fare ritratti che risultino interessanti perché hanno anche ombre.

Chi mi ha detto «ci abbiamo creduto tutti» me l’ha detto in risposta alla mia incredulità per le reazioni alla lettera di Luciana Littizzetto, che era innocua e popolare come tutte le cose di Luciana Littizzetto, ma di sicuro non era il monologo di Debra Winger in “Voglia di tenerezza”. E invece la lettura di quel compitino era punteggiata da piani d’ascolto di gente che singhiozzava.

Certo, singhiozzava per i fatti suoi: in platea c’erano amici di Costanzo, gente che lavorava con lui o che lavora con la moglie, e quando piangi per uno che conoscevi, quando piangi per te stessa e per i pezzi di passato che non ritorneranno, la qualità della drammaturgia che ti accompagna è irrilevante.

Però in molti, sul palco, dopo, lodavano la potenza del discorso littizzettiano, che visto da casa era molto medio, e il divario tra il percepito lì e quello qui, oltre che dirci che la tv deforma, ci dice che evidentemente lì l’atmosfera era influenzata dalla santificazione. Anche se molti di quelli che erano sul palco erano abbastanza giganti dello spettacolo da sapere che l’elogio dritto funziona meno di quello con frizioni.

«È bello anche perché c’è meno aria condizionata di quando conduceva lui», aveva detto al principio Bonolis, facendomi sentire Costanzo assai più fratello di quanto avrebbero fatto poi le evocazioni delle opere di bene e delle buone cause: quindi state aspettando il momento in cui sarò morta per poter, con sollievo, non tenere più l’aria condizionata a diciotto.

Poi Carlo Verdone racconta una storia stupenda, e chiunque abbia mai guardato un’intervista di Verdone sa che non sono certo i luoghi in cui dà il meglio, e invece lì è come se avesse pensato di dover essere al massimo della forma. È un aneddoto su Verdone che va a incontrare Costanzo dopo aver pestato una cacca di cane, e Christian De Sica entra con un tempo comico perfetto a dire «Un ricordo di merda, cominciamo malissimo», e una pensa che meraviglia quelli che sanno il mestiere.

Poi non si può tenere quel livello per due ore e tre quarti (i programmi televisivi di durata umana non li fa proprio più nessuno), perché di Verdone e di De Sica e di Bonolis non è che proprio abbondi il mondo dello spettacolo italiano, e poi se non ci metti le donne ti dicono che sei sessista (come se la De Filippi da sola non valesse almeno ventisette quote rosa), e quindi tocca far parlare Mara Venier che dice quanto erano amici, quanto si volevano bene, quanto era il suo confidente, e forse la spiegazione alla commozione successiva è un’altra: forse era sollievo perché, fino a che non è entrata la Littizzetto, il campionario su quel palco ci diceva che gli uomini son gente spiritosissima e le donne gente senza mai una cosa interessante da dire.

(Forse la serata era di tre ore perché così nessuna delle militanti di Instagram avrà la pazienza di guardarla tutta, trovare il punto in cui Enzo Iacchetti fa la gag su lei che dice «se tu mi amassi» e lui che risponde «ma no che non ti amasso», e accusare il povero Iacchetti di apologia del femminicidio, perché è questo che succede quando ti mancano le basi anche delle freddure da Settimana Enigmistica: che tutto ti sembra gravissimo).

L’uomo più buono del mondo per fortuna lo raccontano anche un po’ come il romano sornione che era, Bonolis che dice di quando all’idea di “Ciao Darwin” rispose «Me pare ‘na bella stronzata, famola», De Sica che spiega di quando all’inizio gli spiegò che mica poteva fare l’amichevole come Gianni Morandi, «Tu sei un figlio di papà, devi fare lo stronzo. Tutti diranno “ma chi è quello stronzo”, e si ricorderanno di te».

Ma, soprattutto, si capisce (o forse lo capiamo solo noi che c’eravamo e ce lo siamo nel frattempo dimenticati) cosa fosse quella tv lì. Come tutti, io non riesco più a ricordarmi della tv mentre va in onda, e quindi martedì sera mi son scordata di accendere. Stavo chiacchierando con un amico, che mi raccontava di aver visto un documentario su Dario Bellezza con dentro quel momento di storia della televisione che fu il litigio tra Bellezza e Aldo Busi a Mixer Cultura nel 1987.

Ci siamo messi a rivederlo, e ci siamo detti che oggi sarebbe impensabile. Una tv che alle undici di sera fa dibattiti tra intellettuali invece che tra concorrenti del “Grande fratello”. Due che s’insultano in modo turpe senza che il conduttore si profonda in scuse con le studentesse fuori corso offese davanti allo schermo.

Mentre in tv Fabio Fazio e Maria De Filippi parlavano di Costanzo, io dicevo al mio amico che comunque, fosse Carmelo Bene all’“Uno contro tutti” o Aldo Busi ad “Amici”, Costanzo e la De Filippi erano stati gli unici a usare il loro potere contrattuale per provare degli innesti culturali nella tv popolare.

Erano tentativi eroici, e l’ho capito ieri, recuperando la trasmissione, arrivata al punto in cui c’era Sgarbi e parlavano delle sue ospitate degli anni Ottanta. Mi sono ricordata all’improvviso della me ventottenne che va a fare un colloquio per lavorare nel programma di uno molto rispettabile, che si prendeva molto più sul serio di Costanzo.

Il tizio m’interrogò sui talk show, che non erano ancora un milione come ora ma erano più di quando esisteva solo il “Costanzo Show”, e io dissi che erano tutti programmi di casi umani. Il poverino era incredulo, lui intervistava politici, intellettuali, come potevo io percepire identici i suoi programmi e quelli di, chessò, Alda D’Eusanio.

Guardando la serata di Canale 5 ho capito che la giovane me aveva intuìto il Grande Indifferenziato che sarebbe stato il futuro, ma assai più tardi di quanto l’avesse capito Maurizio Costanzo. Me ne sono accorta quando hanno trasmesso delle immagini del 1987 in cui Costanzo cazziava Sgarbi che aveva accusato di «patetismo» non so quale storia di casumanitudine portata in scena. Baccagliavano un po’, e a un certo punto Sgarbi diceva «è una storia da quinta pagina, non la troverai mai in prima pagina».

È un’affermazione che fa abbastanza ridere ascoltata da quasi quarant’anni dopo, quando il patetismo è sulle prime pagine di tutti i giornali, quando il patetismo è l’unica garanzia che una storia avrà un pubblico. All’epoca, la me quindicenne avrà pensato che avesse ragione Sgarbi, figuriamoci. Cosa volevi che mi rendessi conto di quanto fosse enorme la capacità di Costanzo di capire cosa ci fosse dietro l’angolo.

La me cinquantunenne ha dovuto aspettare il finale di quella serata televisiva, l’entrata in scena di Platinette e Vladimir Luxuria, due personaggi ai quali il patetismo e la casumanitudine sono serviti per farsi conoscere, per i quali essere freak è stato un espediente perché qualcuno li notasse e potessero poi esprimere il loro talento, ho dovuto aspettare decenni per capirlo per caso: la messa in vetrina delle proprie fragilità, il fare dei propri limiti un’identità, tutta quella roba che chiameremo per comodità l’economia del sé, quel settore del commercio lì l’ha inventato Maurizio Costanzo, mica Instagram.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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