Oslo duroPerché la Norvegia ha deciso di estrarre noduli di manganese dai fondali marini

Il parlamento norvegese ha dato il via libera alla estrazione di risorse contenenti metalli preziosi e rari come ferro, cobalto, nichel, rame, zinco, oro, argento, neodimio e praseodimio. Elementi cruciali per diversi settori industriali e tecnologici. Ma le associazioni ambientaliste protestano per i danni alla biodiversità

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I termini noduli di manganese e solfuri sono sostanzialmente sconosciuti a chiunque non abbia solide basi di chimica. Eppure dietro a questi nomi, si nasconde la possibile sfida geopolitica di un futuro molto prossimo e una corsa inedita verso i fondali marini che ne sono ricchi. Noduli di manganese e solfuri contengono materiali quali ferro, cobalto, nichel, rame, zinco, oro e argento. Lasciando per un attimo da parte la Tavola degli Elementi e le reminiscenze delle Superiori, bisogna fare un viaggio fino alle Isole Svalbard, territorio d’oltremare norvegese, al cui largo è stata rilevata la presenza di queste formazioni minerali per un valore che i ricercatori dell’Università di Trondheim hanno stimato essere di mille miliardi di corone (ottantasette miliardi di Euro al cambio odierno). Il parlamento norvegese ha dato il via libera alla possibilità di estrazione dai fondali marini con un voto che ha visto convergere i due partiti al governo (Laburisti e Centro) con i due principali dell’opposizione di centro-destra. La decisione, pur condivisa da un’ampia maggioranza dell’emiciclo, ha visto numerose voci contrarie.

L’area geografica oggetto del desiderio delle possibili future estrazioni è quella che si estende dalle Svalbard a Jan Mayen, un’isola grande poco più di Malta, distante quattrocentocinquanta chilometri in linea d’aria dalla Groenlandia. A centinaia di metri sotto il livello del mare, si può mettere in moto una corsa ai minerali dal valore potenziale simile a quello delle estrazioni petrolifere che caratterizzano il Fondo Pensionistico Norvegese, il cui valore nel terzo trimestre del 2023 è di trecentoquaranta miliardi di corone.

Se per la politica interna l’inizio dell’attività estrattiva potrebbe coincidere con lo sviluppo di un nuovo fondo o con l’irrobustimento di quello attuale, questa decisione apre scenari decisamente interessanti nel contesto geopolitico internazionale. Già da decenni, il complesso di Fen, sulla terraferma, nella regione meridionale del Telemark, si distingue per la presenza di un’importante quantità di carbonatiti. Qui bisogna aprire un’enciclopedia per capirne l’importanza: queste formazioni sono ricche di elementi rari e quelli ritenuti fondamentali per la defossilizzazione sono il neodimio e il praseodimio, utilizzati ad esempio per la realizzazione di batterie, magneti destinati alle turbine eoliche e a numerosi strumenti elettronici come i telefoni cellulari o puntatori laser utilizzati in ambito scientifico.

Proprio a fine 2023, la Cina, il paese più esposto commercialmente per i materiali rari in questo momento, ha vietato l’esportazione di tecnologie e materiali estrattivi, una mossa difensiva volta a monopolizzare ancora una volta il mercato. Nel 2022, la percentuale di importazioni dalla Cina di materiali rari nell’Unione Europea ammontava al quaranta per cento, un valore destinato ad aumentare considerate le sanzioni nei confronti della Russia, che prima dell’invasione dell’Ucraina caratterizzava il venticinque per cento delle importazioni nell’Ue. Se le previsioni dei ricercatori dell’Università di Trondheim dovessero essere corrette, la geopolitica legata alle terre rare verrebbe decisamente rivoluzionata: al momento le esportazioni sono dominate dall’estremo oriente con Birmania, Cina e Malesia sul podio.

Le critiche sul progetto di estrazione dai fondali marini sono arrivate da più direzioni: come la maggioranza, anche l’opposizione è stata trasversale agli schieramenti, con un voto contrario arrivato anche dal Partito della Sinistra Socialista, che altrimenti sostiene esternamente il governo.

La decisione è stata criticata dalle principali organizzazioni ambientaliste: «Dovremmo proteggere il delicato ecosistema dei fondali marini, non distruggerlo cercando i minerali» ha sostenuto il coordinatore di Naturvernforbundet, l’equivalente norvegese di Legambiente, Truls Gulowsen. Greenpeace ha protestato, pochi giorni fa, di fronte al parlamento di Oslo,  La ricercatrice Tina Kutti, dell’Istituto Norvegese per la Ricerca Marina, si era opposta in maniera vigorosa al progetto già nel 2021, denunciando la mancanza di informazioni rispetto alla vita animale nella regione sottomarina interessata: «Parliamo di un’area grande e particolarmente varia. La conoscenza che abbiamo di questo ecosistema è frammentata». Anche a Bruxelles si sono levate voci contrarie alla decisione del governo norvegese: Janusz Wojciechowski, il Commissario europeo per l’Agricoltura a cui compete la gestione degli affari riguardanti i fondali, si è detto preoccupato perché la misura contrasta con i trattati internazionali per la protezione dell’ambiente marino.

In difesa del provvedimento è intervenuto, lo scorso dicembre, il Ministro per l’Energia e per il Petrolio, Terje Aasland (Laburisti), che alla tv di stato NRK ha riferito che le attività di estrazione avverranno con cautela. «Procederemo passo dopo passo, acquisiremo le competenze necessarie e valuteremo se e come attivare le attività estrattive» ha dichiarato il ministro. «Chi si occuperà dell’estrazione dovrà dimostrare di essere in grado di farlo in maniera sostenibile».

Il principio alla base della decisione norvegese, in attesa di sviluppi sul fronte ingegneristico e tecnologico, è quello di garantire all’Europa e all’Occidente una fonte stabile di minerali e terre rare particolarmente necessari in settori vitali per la transizione ecologica. Sul piatto opposto della bilancia vi è un’impresa titanica, che però potrebbe causare un enorme scompenso nell’ecosistema dell’Atlantico settentrionale.

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