Pianeta ostile Il delicatissimo equilibrio su cui si regge la migrazione animale

Il primo monitoraggio globale sulle specie migratorie (e il loro stato di conservazione) mostra numeri inquietanti: la metà di quelle coperte dalla convenzione Onu è in visibile declino e un quinto è sull’orlo dell’estinzione. La causa principale? Il sovra-sfruttamento, che include caccia, pesca e cattura accidentale

AP Photo/LaPresse (ph. Eranga Jayawardena)

Abbiamo fatto della Terra un Pianeta ostile per i migranti, per quelli umani come per quelli non umani. C’è una buona probabilità che una specie animale che vi è particolarmente cara sia una specie migratoria, secondo la convenzione Onu firmata nel 1979, la Convention on the conservation of migratory species of wild animals: lo sono elefanti, balene, tartarughe marine, farfalle monarca. 

È appena uscito lo State of the World’s Migratory Species, il primo monitoraggio globale sulle specie migratorie e il loro stato di conservazione. I numeri sono inquietanti. Le specie migratorie sono nella prima fila di fronte al collasso della sesta estinzione. Lo sono perché la migrazione animale si regge su un equilibrio delicatissimo, queste specie viaggiano per centinaia o migliaia di chilometri, il loro ciclo di vita e viaggi attraversa confini internazionali ed ecosistemi diversi, e ognuno di questi ecosistemi deve funzionare come un orologio per portarle a destinazione, dove potranno nutrirsi, crescere, svernare o riprodursi. La cosa più importante di cui ha biologicamente bisogno una specie che migra ogni anno è la regolarità, e la regolarità è la prima cosa che sta saltando in un pianeta in crisi ecologica e climatica.

Ci deve importare come esseri umani? Al di là di ogni evidente questione morale, il rapporto sottolinea quanto il funzionamento delle migrazioni animali sia importante per la tenuta stessa dei servizi ecosistemici, per la produzione agricola, la dispersione di semi, l’impollinazione, il ciclo dei nutrienti, senza contare il valore culturale e di memoria collettiva di un mondo che funziona in un certo modo, in cui le stagioni sono annunciate dall’arrivo di certi animali. In Egitto l’arrivo dell’avvoltoio in primavera è un segnale di buona salute e produttività, quello delle cicogne bianche di nascite e prosperità, nelle culture buddiste l’arrivo della gru dal collo nero è considerato sacro. Ogni cultura, compresa la nostra, si è strutturata anche intorno a questi segnali naturali che stanno sparendo.

Le specie migratorie coperte dalla Convenzione Onu sono più di mille (1.189), non rappresentano l’interezza di tutti gli animali che si spostano per vivere, ma sono quelli a cui la scienza aveva chiesto alla politica oltre quarant’anni fa di prestare particolarmente attenzione. Il rapporto è una fotografia di come stanno queste 1.189 specie, e stanno così: quasi la metà (il quarantaquattro per cento) è in visibile declino, circa un quinto (il ventidue per cento) è sull’orlo dell’estinzione. La situazione è particolarmente critica per i pesci (il novantasette per cento è a rischio estinzione) e le tartarughe marine (il quarantatré per cento). 

La prima causa di questa catastrofe è quella che nel rapporto viene definita «overexploitation», il sovra-sfruttamento, una categoria che include la caccia, la pesca e la cattura accidentale, attività che impattano sul settanta per cento delle specie migratorie. Questo passaggio dovrebbe risuonare particolarmente in Italia, dal momento che la penisola è una piattaforma naturale di lancio per gli uccelli migratori in viaggio verso sud, ogni anno le deroghe dei calendari venatori causano stragi di uccelli di passaggio. 

Nelle riforme di legge sulla caccia è prevista anche la creazione degli istituti regionali per la fauna selvatica, che sostituirebbero Ispra e porterebbero a quella che Lipu ha definito «una regionalizzazione degli uccelli migratori. Un assurdo logico, scientifico e gestionale». In tutto il Mediterraneo, ogni anno vengono uccisi venticinque milioni di uccelli selvatici, peggio di noi (oltre cinque milioni) solo l’Egitto. 

Al secondo posto dietro caccia e pesca come causa di questo declino delle specie migratorie ci sono la frammentazione e la perdita di habitat, la costruzione di infrastrutture come «dighe, oleodotti, turbine eoliche». E, ovviamente, ha un impatto anche la crisi climatica, con tutto il suo catalogo noto di eventi estremi, aumento delle temperature, incendi forestali e desertificazione. Il cinquantotto per cento dei luoghi chiave di passaggio per le specie migratorie sono sottoposti a una pressione «insostenibile». 

Il rapporto raccomanda anche l’inserimento di quasi quattrocento nuove specie da quelle da proteggere secondo la convenzione, e propone l’adozione di strumenti tecnici per i paesi che hanno intenzione di rendere i propri habitat di passaggio meno distruttivi per le specie migratorie. Il contesto più generale ci riporta agli impegni internazionali presi alla Cop15 di Montreal Kunming per portare al trenta per cento la percentuale di aree protette entro il 2030. 

Dal 1988 solo quattordici specie migratorie hanno invece mostrato un miglioramento del loro status di conservazione, e sono la buona notizia alla quale aggrapparci. Tra queste ci sono le megattere, sottoposte a caccia industriale dall’era delle esplorazioni fino al Novecento. La popolazione dell’Atlantico meridionale negli anni Cinquanta era di quattrocentocinquanta esemplari, in Antartide la prima fu cacciata dall’equipaggio di Carl Anton Larsen, al largo della South Georgia. Nel primo anno di caccia ne uccisero sessantasette. 

Poi arrivò anche la concorrenza, nel primo decennio di caccia antartica ne furono sterminate dodicimila. L’attività dei balenieri in Antartide durò fino all’inizio degli anni Sessanta, non si concluse per una legge ma perché erano praticamente finite le balene. Per mezzo secolo, le megattere non si sono più viste in South Georgia. Nel 1982 fu firmata la moratoria sulla caccia, dopo una pressione politica internazionale durata un decennio, l’accordo che salvò i cetacei da un’estinzione quasi certa, fu una delle più chiare vittorie dell’ambientalismo storico. 

Ci sono luoghi in cui il ripopolamento è stato spettacolare, tra questi c’è la South Georgia, dove il più recente monitoraggio ha scoperto che il numero di megattere è tornato ai livelli di prima che iniziasse la caccia alle balene. Oggi la specie non è fuori pericolo ma quasi, nel mondo la popolazione è di ottantamila esemplari. Niente di questa storia è ancora scritto una volta per tutte.

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