Just like usChiara Ferragni, i ricchi che vivono da non ricchi e la finta abolizione delle classi sociali

In quest’epoca di milionari che si comportano come studenti fuorisede capita che anche l’unica star di questo Paese si lasci importunare mentre va dallo psicologo anziché seguire l’esempio di Lady Gaga

Lapresse

Qualche anno fa Caitlin Moran intervistò Lady Gaga. Le chiese come mai fosse l’unica celebrità di cui non esistessero foto «Just like us». «Celebrities: they’re just like us» è una rubrica di Us, un rotocalco americano che, da quando i paparazzi avevano ancora un senso, in almeno due delle sue pagine pubblica ogni settimana foto di famosi scaciati.

Jennifer Lopez che prende il caffè da asporto, Naomi Watts che accompagna i figli a scuola, George Clooney che cambia una gomma, e tutti in tuta, in ciabatte, con la pinza in testa: sono proprio come noi. Era una buona idea, poi la realtà l’ha superata in corsia d’emergenza.

Tra i telefoni cellulari, che rendono il tuo vicino paparazzo quando vai a buttare l’umido; la percepita fine delle classi sociali che fa sì che tu, star del cinema multimilionaria, ti senta in colpa a mandarci la servitù, a buttare l’umido; e il quiet luxury, per cui i ricchi vanno tutti e sempre in giro in ciabatte – tra tutto, ormai il mondo è un gigantesco «Just like us».

Tranne che per pochi, tra cui Lady Gaga che in quegli anni si vedeva solo in costumi di scena, non solo non in ciabatte ma neanche in normali abiti da sera. Moran domandò, e Gaga rispose che quel che altre donne famose spendevano in brillocchi lei lo spendeva in sicurezza.

In macchine coi vetri oscurati, servizi d’ordine che la facessero andare dove voleva senza che nessuno lo sapesse, e tutte quelle precauzioni che sono necessarie quando non basta più dire al ristoratore che sei con la tua amante e quindi entrerai dalle cucine: non è che non sei Gianni Agnelli, è che non vivi nel secolo di Gianni Agnelli, non puoi comprarti le foto dai paparazzi ed essere sicuro che niente esca mai, due tavoli più in là c’è un turista che t’ha scattato un servizio completo e la tua relazione clandestina nel tempo d’un «invia» smette d’essere tale.

Ci ho pensato quando Chiara Ferragni è stata ripresa, dalle telecamere di “Pomeriggio 5”, mentre scendeva da una macchina ed entrava in un portone, e al disgraziato che i genitori hanno fatto studiare per fare il giornalista e che stava lì a elemosinare una qualsivoglia dichiarazione ha detto «posso andare dalla psicologa in pace?».

Ci ho pensato mentre quelli dei social, sentendosi puntuti critici culturali, hanno postato i fotogrammi della Ferragni in psicoterapia televisiva nella serie di Prime: ah, allora ti andava bene che le sedute fossero pubbliche.

A questo punto dovrei dire che il pubblico è sempre stato scemo, ma noi non lo ascoltavamo esprimersi, ma no: poco più di sessant’anni fa il pubblico faceva la fila fuori dai cinema per vedere “La dolce vita”, un film che adesso uscirebbe su piattaforma ottenendo recensioni a una stellina con scritto «ma a chi vogliono raccontarla, se ti butti nella fontana di Trevi ti ferma la polizia», e insomma sì: l’umanità è diventata più scema, e per sovrappiù ha più luoghi in cui informarci della sua scemenza.

E quindi era inutile spiegare ai castigatori di costumi che il punto è proprio quello, l’essenza di Chiara Ferragni è sempre stata quella: che decide lei quando accendere il telefono. Non ci vuole uno specialista viennese per diagnosticare che in questo periodo, a quello per l’acclarato disastro in affari e le presunte beghe matrimoniali, si aggiungerà lo stress di doversi affidare a mezzi di comunicazione non gestiti da lei.

Il dettaglio che mi sembra più interessante è: perché Chiara Ferragni incrocia il giornalista di Canale 5? Perché Chiara Ferragni, che è quando vuole capacissima di fare cose senza che si vengano a sapere (certo, aveva meno troupe sotto casa, ma del suo ingaggio a Sanremo non è trapelato nulla nei mesi tra i primi contatti e l’annuncio ufficiale), non fa Gaga?

Perché Chiara Ferragni, che avrà un centinaio di milioni di euro di patrimonio personale, non arriva in un garage dal quale raggiungere non vista lo studio della psicoterapeuta, o non atterra sul tetto in elicottero, o non fa nessuna delle cose che potrebbe permettersi e che la terrebbero al riparo dagli incontri inopportuni?

Forse per la stessa ragione per cui non fa neanche una cosa a costo zero come fare la seduta di psicoterapia su Zoom, per la stessa ragione per cui si è opposta all’idea del marito di andare a vivere all’estero: perché io mica sono una criminale, mica ho ammazzato nessuno, mica mi devo nascondere.

Ma, anche, perché è impregnata di spirito del tempo, e lo spirito del tempo vuole ricchi che vivano da non ricchi. Per questo aspetto della contemporaneità Ferragni ha sempre avuto una vocazione, conservo nel mio faldone «cosa sei ricco a fare» molti fermoimmagine di sue cene col sushi mangiato dalla confezione e le bottiglie di plastica d’acqua minerale. Una vita da milionari per vivere come studenti fuorisede.

Non so se lo stesso o altro inviato balbettante di Canale 5 giorni prima aveva fermato per strada il marito della Ferragni, quello gli aveva risposto con una certa qual durezza, epperò lì mi ero chiesta meno perché se ne andasse in giro in balìa di inviati disperati. Perché lui è chiaro che cerca la rissa, che non vede l’ora.

L’altro giorno un carneade ha fatto delle storie Instagram in cui diceva che presto la Ferragni sarebbe stata sua, «Fedez, rido mentre la tua vita va a rotoli, tra sei mesi dormi in macchina come i padri divorziati, tra poco mi schiatto Chiara Ferragni». Il tutto scritto sullo sfondo d’una foto in una casa con armadi Mondo Convenienza probabilmente comprati con un finanziamento rateale. Cosa sei ricco a fare, se a gente così non rispondi «buon uomo, vada all’ingresso di servizio».

Lui invece gli ha mandato in privato un messaggio audio – che quello ha prontamente pubblicato – esortandolo ad andare sotto casa sua. Mi sono ricordata della volta in cui sono diventata sua fan. È stato quando mi hanno raccontato che, a chi lo rimprovera di rispondere a tutti e di litigare troppo in pubblico, il marito della Ferragni dica «io sono di Rozzano, è già tanto se mi limito a rispondere sui social invece di finire in risse a coltello ogni giorno». Almeno lui sa che le classi sociali esistono, e che aveva ragione quel Márquez: non sono ricco, sono un povero che ha fatto i soldi.

Ho un’amica che fa la televisione. Non è Maria De Filippi, che – la nostra Lady Gaga – quando va al ristorante si fa mettere in qualche saletta nascosta in fondo, altrimenti la sua cena diventerebbe un inferno. È una di quella seconda fascia in cui il fatto che ti riconoscano è ancora più una lusinga che una rottura di coglioni.

Qualche tempo fa ero seduta con lei al tavolino di un bar, e un tizio si è avvicinato per il solito rituale: io la seguo sempre, la stimo tanto, non mi faccio mai selfie ma vorrei fare un’eccezione e chiederne uno assieme a lei (mai nessuno che dica: sono un disperato senza una vita e chiedo foto a chiunque sia vagamente riconoscibile per brillare per due secondi d’identità riflessa, che sia Mick Jagger o uno del “Grande Fratello” è uguale).

Lei, come fosse un suo amico o comunque un suo pari grado, come fossimo stati tutti ospiti allo stesso dinner party, gli ha detto: le presento Guia Soncini. C’era, in una sola frase goffa, un intero mondo di corsi di bon ton andati a male, di inattrezzate cui la mamma ha detto «se ti fermi a parlare con qualcuno, presenta la persona con cui sei», ma non ha insegnato loro a distinguere che regole valgano coi postulanti e quali coi commensali; c’era dentro il disastro che accade quando dici alle persone che non è empatico comportarsi come se le classi sociali effettivamente esistessero, e finisce che quelle si comportano come fossero di Rozzano e volessero fingersi di Brera, come fossero Eliza Doolittle che tenta di ripulirsi.

Il primo cui ho pensato, mentre mi chiedevo se la mia amica fosse completamente scema, è stato quell’avvocato di “The Good Wife” che aveva sempre il cane in braccio, e lo presentava a tutti come fosse stato un cristiano, e quando il cane si ammalava lui non andava più in tribunale. Forse sono tutti aspetti dello stesso problema, che è un problema di uovo e gallina: abbiamo messo in piedi prima la finzione dell’abolizione della differenza tra umani e cani, o quella dell’abolizione delle classi sociali?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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