Il lettone di KantIl berlusconismo è il paese che ignoro, e altre analoghe illusioni della sinistra

“C’eravamo tanto odiati” di Andrea Minuz racconta lo scontro di civiltà tra noi e Berlusconi, e gli intellettuali che non avevano capito niente della società contemporanea

«Un professore universitario fece circolare una raccolta firme contro “i continui attacchi di matrice neoliberale alla classe intellettuale del paese” perché gli avevano portato via la macchina col carroattrezzi, parcheggiata male davanti all’università. Firmarono tutti».

“C’eravamo tanto odiati – Breve storia dell’antiberlusconismo” (esce oggi, lo pubblica Il Mulino) è un libro minuscolo leggendo il quale ci si vergogna enormemente. Specie se si ha la nostra età: Andrea Minuz, autore di queste memorie d’imbecillità, ha un anno meno di me. Siamo quelli che avevano venti e poco più anni nel 1994: certo che eravamo scemi.

La domanda però a un certo punto non può che diventare: gli adulti che scusa avevano? È forse il 1994 l’anno in cui abbiamo – noi italiani, noi di sinistra, noi con velleità intellettuali – smesso di capire il mondo? Che scusa avevano, e soprattutto come mai, trent’anni dopo, non hanno ancora capito d’aver bisogno d’una scusa, né di non aver capito il mondo?

Li vedo, quelli che nel ’94 erano splendidi intellettuali quarantenni che mi convinsero che la giacca marrón di Occhetto avrebbe sicuramente vinto, e che ancora oggi parlano come se, cito Minuz, tutto «fosse iniziato con B. La televisione scollacciata, le tette per alzare l’audience, la pubblicità nei film, gli anni Ottanta, il cortocircuito tra politica e show, eccetera. Come se Berlusconi avesse inventato un mondo dal nulla, anziché aver importato questa roba da fuori, solo con più tempismo rispetto agli altri (e come se poi, nel resto del mondo, guardassero tutti i documentari della BBC)».

In questo Bologna, una città la cui specializzazione è svelare i limiti della sinistra, è un osservatorio interessante. L’altro giorno un intellettuale locale ha scritto che la ragione per cui votiamo degli imbecilli è che «siamo rimbecilliti dalla qualità dei media. E c’è un motivo per cui la qualità dei media è così disastrosa: è stata devastata dalle tv di Berlusconi».

L’ha scritto su un social network, cioè su una piattaforma i cui danni sulle nostre sinapsi verranno prima o poi certificati dalla scienza ma già si possono intuire. Nel 2024, su un attrezzo che gli fa arrivare in tasca l’isteria collettiva e abbassare la soglia d’attenzione, uno che si guadagna da vivere ragionando ha scritto che siamo rimbecilliti per colpa di Emilio Fede. O di Paolo Bonolis, vai a sapere. Nel 2024, vale quel che Minuz dice di trent’anni fa: non era facile comprendere, ma non ci si provò nemmeno.

Uno dei tentativi di comprensione dello scontro di civiltà tra noi e B., Minuz lo ripesca dagli archivi di Repubblica, la cronaca fatta da Sandro Viola (che nostalgia di quando quel giornale era davvero snob, altro che Alain Elkann) d’una cena a Cetona nel 2001, il secondo governo B., la duecentesima crisi di nervi collettiva. «In queste belle case, dove si danno pranzi squisiti e s’incontrano commensali che potrebbero risultare interessanti e piacevoli, l’argomento è sempre lo stesso: la sventura d’avere per governo il governo Berlusconi».

Le parti più interessanti di “C’eravamo tanto odiati” sono, ovviamente, quelle in cui Minuz ha torto. A un certo punto cita un doloroso esempio che potremmo inserire nel fascicolo «voi che eravate già adulti e pure colti e svegli: che scusa avete?»: quella volta che Umberto Eco disse che lui la sera leggeva Kant.

Solo che la chiosa di Minuz è «come se le due cose si escludessero, volendo si può anche leggere Kant sul lettone di Putin» – e naturalmente non è vero, giacché se ti porti Kant (ma pure Carolina Invernizio) viene meno il senso di andare ad accomodarti in quel lettone di Putin che è antonomasia di orgia.

Non è vero ma somiglia a cose che anch’io ho sostenuto a lungo: l’istanza su cui ho avuto più torto nella mia vita (e che peggio è finita per la sinistra) è che si dovesse prendere sul serio “Uomini e donne”, sul serio almeno quanto Kant. Avevo ragione, certo – se non capisci “Uomini e donne”, un po’ come se non capisci Dino Risi o Maupassant, finisci come quelli che pensano che la società volgare e mitomane sia un prodotto del berlusconismo – ma avevo torto nel pensare che potessero coesistere i consumi.

Una società alla quale regali TikTok è una società che non leggerà mai più Proust, perché si è disabituata all’intrattenimento impegnativo, perché ha le sinapsi atrofizzate, perché se Glovo mi porta tutto non c’è una ragione al mondo per cui io debba incomodarmi a cucinare.

Però capisco la tentazione del bastiancontrarismo, l’elogio della frivolezza, l’insofferenza a un Eco che, come fosse non il più rilevante intellettuale italiano del Novecento ma una influencer con velleità culturali e tutto da dimostrare, come non fosse il più spiritoso tra gli accademici ma uno che si prende abbastanza sul serio da mettersi il PhD nella bio di Twitter, ritiene di rimarcare che lui legge Kant. Quando Minuz scrive «La televisione era la causa di questa mutazione. Lo dicevano tutti. Specie quelli che non la vedevano», io capisco la tentazione di fare l’elogio di “Ciranda de pedra”.

In un pezzetto di libro che era già uscito come articolo sul Foglio, Antonio Ricci dice una cosa interessante: che Repubblica inizia a dire che il declino culturale dell’Italia è iniziato da “Drive In” quando sta per nascere il Fatto e teme di essere superata a sinistra e perdere terreno in quel settore commerciale che è l’antiberlusconismo. È vero? Ci vorrebbe qualcuno che verificasse oltre le suggestioni convincenti, e quel qualcuno di certo non sono io, ma a occhio ha ragione Minuz quando dice che «Negli anni Ottanta l’antifascismo languiva. Fino al 1994 il 25 aprile era una festa comandata. Ma Berlusconi l’aveva riportata agli antichi splendori. Antifascisti full time. Da lì in poi un’impennata permanente. Oggi tutti “antifa” nella bio su Twitter» (leggo questa pagina mentre Beppe Sala instagramma il proprio frigorifero con attaccato il magnete con scritto «antifa», e rido, e piango, e mi si fonde il senso del ridicolo).

Ha anche ragione – tranne che per i tempi verbali, che andrebbero cambiati dall’imperfetto al presente – quando dice che «Essere di sinistra era complicato. Pieno di contraddizioni, nodi irrisolti, svilimenti. Proclamarsi antiberlusconiani garantiva invece un posizionamento limpido. Scuole, licei, università si occupavano sempre contro Berlusconi, anche se al governo c’era Prodi».

Mettere i verbi al presente e sostituire Meloni a Berlusconi, antifascisti a antiberlusconiani: eccoci. Queste paginette sull’antiberlusconismo sono una deprimente diapositiva di come siamo e come eravamo: capaci solo di esistere in antitesi. Che va bene, è fisiologico, se sei una delle categorie che occupano le università e le scuole. Ma noialtri che intanto abbiamo raggiunto l’età dei datteri, noi che scusa abbiamo?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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