Primarie delle ideeDopo l’ennesimo fallimento, la sinistra dovrebbe mettersi al passo con i tempi

Se la destra ha chiara l’identità che vuole avere in questa fase storica, dall’altro lato si annaspa su sentimenti morti da un pezzo, stretti tra il presentismo dei riformisti e lo strano campo largo populista

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La Sardegna non basta, il campo largo abruzzese non ha funzionato e c’è da chiedersi se sia la giusta soluzione al problema. Ora che la destra è al governo – la destra, non il centrodestra – bisognerebbe guardare in faccia al problema spogliandolo da stereotipi antichi, prendendo atto una volta per sempre che la società non è più quella di un tempo: è definitivamente cambiata, una società di individui che ha dimenticato la speranza e dunque il futuro, più rancorosa, più apatica, più lontana dal sentire comune. Teme la globalizzazione e per questo esalta radici e identità, è concentrata sul presente, ha perso fiducia nel Paese in cui vive. È vecchia e con natalità molto bassa. Il Censis, per definirla, ha usato un termine efficace: “Sonnambuli”.

Servirebbero invece programmazione e strabismo, un occhio rivolto all’oggi, l’altro al domani. E la politica, naturalmente. Programmazione per spesa pensionistica e spesa sanitaria: la popolazione invecchia e si abbassa il numero dei lavoratori contribuenti. Programmazione per andare incontro a una società multiculturale con una gestione accorta delle frontiere. Programmare la lotta all’evasione fiscale e agli sprechi per abbassare le tasse sul lavoro dipendente. Un investimento pieno sugli Stati Uniti d’Europa: un unico ministro delle finanze e una politica estera e di difesa concertate se non vuoi essere spazzato via nella sfida Usa-Cina punteggiata dalla nascita di diverse potenze regionali, dalla Turchia all’India.

Prima delle alleanze, dunque, un progetto di lungo respiro per governare il cambiamento. E invece si parla di terzo mandato per i presidenti di regione, se candidare o meno questo o quel sindaco alle Europee, se Giuseppe Conte sia o meno equidistante da Biden e da Trump. Nulla che interessi davvero un cittadino alle prese col costo salato delle bollette. Non mi dilungo ma vale la pena sottolinearlo.

A destra, alla domanda: chi siamo?, stanno lavorando alacremente. Lavori in corso soprattutto nel campo culturale. Alle tematiche neoliberiste sposate da Silvio Berlusconi va sostituendosi l’attrazione per un passato non del tutto sepolto, infarcito di paternalismo, di tendenza all’ordine, riscoperta della patria, neoatlantismo murato su fondamenta filoamericane e sul rifiuto di un’idea compiuta di Europa. Tutto poggia su una leadership che non soffre contestazioni e che non ha, né avrà nel medio periodo, antagonisti nel suo campo. L’Unità dello Stato si concretizza nelle sue mani. Una destra in salsa italiana ben diversa dai conservatori francesi e inglesi: meno europeista, vaga sui diritti civili, talvolta populista.

Superato lo scoglio delle prossime amministrative e delle elezioni Europee, a sinistra converrebbe fermarsi a riflettere per non arrovellarsi attorno a sentimenti morti da un pezzo. Dovrebbe aprirsi una stagione in nulla dissimile a quella inaugurata all’inizio degli anni Sessanta in preparazione del primo centrosinistra, un fervore generato da centri studi cattolici e socialisti che facilitarono la lettura di una società figlia del boom economico e totalmente differente dal mondo del dopoguerra. Da lì presero le mosse le proposte di riforma che diventarono leggi delle quali ancora oggi andiamo fieri. I riformisti dovrebbero sconfiggere il “presentismo” per gettare l’amo più al largo, non aspettare le elezioni politiche per confrontarsi su un programma di governo ma farlo qui e ora.

Primarie delle idee, tornare nelle università, investire in scuole di formazione politica, e poi, solo poi, costruire alleanze con chi condivide la medesima meta. Altrimenti ci sarà sempre un Fausto Bertinotti che pugnala Romano Prodi alla schiena, un Conte pronto a governare sei mesi con Matteo Salvini e gli altri sei col Partito democratico. Insomma, la solita storia.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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