Girls for FutureLe donne stanno arrivando, contro il cambiamento climatico

La presidente della Wangari Maathai Foundation è sicura che davanti alla crisi ambientale, in Africa e in tutto il resto del mondo, sono proprio le attiviste che si stanno impegnando di più a innescare le vere trasformazioni che salveranno la Terra

AP/Lapresse

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Ci sono dei momenti nella nostra vita in cui sembra che tutto ciò che è già accaduto trovi un punto di incontro con tutto ciò che deve ancora succede- re. È allora che le eredità del passato si confrontano con i possibili futuri e ci viene posta una domanda: «Che cosa farai per onorare il passato senza distruggere il futuro?».

Io ho vissuto un momento simile nel 2023, quando un simbolo vivente – la professoressa Mĩcere Gĩthae Mũgo – è morta all’età di ottant’anni. L’avevo conosciuta anche grazie al suo legame con mia madre, l’ambientalista Wangari Maathai, con la quale aveva molte cose in comune, tra cui il dono dell’amicizia.

Erano nate entrambe nella regione degli altopiani centrali del Kenya e avevano stabilito entrambe dei primati: mia madre è stata la prima donna dell’Africa orientale e centrale a ottenere un Ph.D. e la professoressa Mũgo è stata la prima persona a conseguire un Ph.D in Letteratura in Africa orientale.

Impegnate tutte e due, in modo appassionato, a favore dell’emancipazione femminile, negli anni Settanta e Ottanta hanno resistito all’involuzione autoritaria del governo allora al potere in Kenya e agli attacchi da esso rivolti ai diritti umani e al dibattito pubblico. Ed entrambe hanno trascorso un periodo in esilio – la professoressa Mũgo negli Stati Uniti, dove andavo a trovarla a Syracuse, nello Stato di New York, quando ne avevo l’occasione.

Appartenevano a una generazione di donne impavide che si erano rese conto che la lotta per l’indipendenza africana avrebbe dovuto includere le voci, le competenze e l’energia anche dell’altro cinquanta per cento circa della popolazione del continente e che l’indipendenza personale delle donne era essenziale se l’Africa voleva prosperare. E quando erano state sminuite e aggredite dagli uomini di potere perché avevano osato denunciare la corruzione e la violenza, avevano alzato ancora di più la loro voce per ottenere giustizia e per chiedere che i potenti dovessero rendere conto delle loro azioni.

La loro eredità è stata raccolta dalle donne che in Africa lottano per la giustizia e guidano la carica contro un altro problema che non hanno causato loro ma di cui stanno sopportando il peso: la crisi climatica.

La loro forza deriva dalle donne che in passato hanno reagito quando le loro comunità, i loro mezzi di sussistenza e il futuro dei loro figli erano in pericolo: le attiviste del movimento Chipko in India che abbracciavano gli alberi per proteggerli dai bulldozer che eseguivano i programmi di disboscamento decisi dal governo, le donne argentine e cilene che per anni si batterono contro i regimi autoritari che avevano fatto “sparire” i loro familiari negli anni Settanta e Ottanta e le madri dei prigionieri politici che nel 1992 protestarono contro le torture subite dai loro figli nelle strutture di detenzione sotterranee di Nairobi, in Kenya.

Wangari Maathai è stata una leader di quella lotta. Il motivo per cui si era schierata con le madri dei prigionieri politici non era il fatto che i suoi figli fossero in prigione (non lo erano): stava dalla loro parte perché sapeva che era sbagliato che il governo stesse violando i diritti degli individui e la Costituzione del Kenya. «Le donne stanno arrivando, sono dietro l’angolo», mi diceva la professoressa Mũgo quando la vedevo.

Il messaggio era allo stesso tempo un chiaro appello alla solidarietà, un’entusiasmante espressione di ottimismo e un avvertimento rivolto alle vecchie strutture di potere maschile sul fatto che il loro tentativo di ostacolare il progresso aveva ormai i giorni contati. Porto sempre con me tutti i significati di quelle sue parole, e le mormoro sottovoce ogni volta che i tempi si fanno duri, come quando il cancro ha tolto la vita a mia madre nel 2011 o quando vedo vanificati gli sforzi per risolvere la crisi climatica.

Voglio essere chiara: come abitanti della Terra, ci troviamo a un punto di svolta. Non stiamo raggiungendo gli obiettivi dell’accordo di Parigi sul clima, che prevede di limitare a 1,5 gradi l’aumento della temperatura globale rispetto ai livelli preindustriali. Le temperature degli oceani hanno raggiunto livelli record e in tutto il pianeta si verificano incendi e inondazioni catastrofiche. Dei quaranta Paesi che sono stati identificati come i più vulnerabili davanti alla crisi climatica, più della metà si trova nel mio continente.

Eppure, i governi stanno rinnegando gli impegni presi per ridurre le emissioni di gas serra e raggiungere l’obiettivo net-zero emissions. Le multinazionali dei combustibili fossili continuano a sfidare l’inconfutabile scienza del clima e a fare greenwashing per confondere l’opinione pubblica e continuare a fare affari come sempre: stanno lavorando per indebolire gli attivisti per il clima, anche dopo aver promesso di ascoltarli e di agire come richiesto dai tempi che stiamo vivendo. E i finanziamenti e gli investimenti necessari a garantire una transizione nel settore energetico che sia equa soprattutto per l’Africa e per tutti i Paesi vulnerabili davanti al cambiamento climatico non sono mai arrivati.

Ma forse si stanno avverando quelle parole profetiche della professoressa Mũgo? Certamente i tempi sono maturi per un cambiamento. Christiana Figueres, ex segretaria esecutiva della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ha scritto di recente che per anni lei «aveva ritenuto che l’industria del petrolio e del gas si sarebbe finalmente svegliata e sarebbe stata all’altezza delle rilevanti responsabilità che ha davanti alla Storia». Ma ha poi dovuto ammettere che l’industria si è prodigata «soltanto a parole per un cambiamento».

Figueres sta ora mettendo al servizio di tutti noi e della Terra stessa le sue capacità, la sua esperienza e la sua reputazione contrastando l’industria dei combustibili fossili. Così come fanno le giovani donne alla guida di Fridays For Future: Elizabeth Wathuti, Greta Thunberg, Vanessa Nakate e molte altre in tutto il mondo.

Oggi vediamo come siano ancora una volta le donne a mobilitarsi nella campagna sul clima per contrastare le notizie false. Hafsat Abiola, Pat Mitchell, Ronda Carnegie e l’ex presidente della Repubblica d’Irlanda Mary Robinson, sono le ispiratrici del Progetto Dandelion, che riconosce la leadership delle donne nell’attività di contenimento della disinformazione sul clima e nell’impegno a diffondere una narrazione pubblica sul climate change che racconti la verità su chi non sta facendo niente per gestirlo.

Queste donne si uniscono a innumerevoli altre, di cui forse non conosceremo mai il nome, che si occupano di rigenerare il terreno nei loro appezzamenti, di proteggere e ripristinare paesaggi e boschi, di educare e allevare i bambini, di assistere i malati e gli anziani e di riparare questo mondo distrutto.

Attraverso la mia organizzazione, il World Resources Institute Africa, aiutiamo le donne imprenditrici a portare prosperità, mezzi di sostentamento sostenibili e ripristino ambientale alle loro comunità attraverso l’African Forest Landscape Restoration Initiative e il progetto Restore Local, avviato quest’anno dal WRI, che mira ad accelerare la rigenerazione dei terreni degradati in tutta l’Africa. Donne come le tre fondatrici di Exotic-EPZ a Nairobi, che lavorano le noci di macadamia provenienti da settemila agricoltori in Kenya per poi venderle in tutto il mondo. O donne come quelle della rete Green Belt Movement di Maragua, in Kenya, che piantano bambù come fonte di biomassa e sfruttano questa opportunità di farsi imprenditrici.

In questa attività, io procedo nel solco del lavoro che mia madre ha iniziato con il Green Belt Movement: dare alle donne la possibilità di mobilitarsi, di rigenerare il loro ambiente e di opporsi alle potenti forze che vogliono emarginarle.

Come le donne del Kenya, dell’India e dell’Argentina, siamo sul punto di perdere tutto ciò che ci è caro: le nostre vite, il nostro patrimonio, i nostri mezzi di sostentamento, il futuro dei nostri figli e dei loro figli e gran parte del mondo non umano. Un momento come questo richiede qualità femministe come l’unità, la collaborazione, l’azione mirata e la condivisione delle consapevolezze.

Intendiamo mantenere quell’ordine delle cose che ci ha condotti a questa terribile impasse o vogliamo aspirare a un futuro diverso, per quanto rischioso, sfidando delle strutture politiche che sembrano essere violente e molto radicate ma in realtà sono più fragili di quanto non paia?

L’Africa ha un enorme potenziale: una popolazione giovane e vivace e abbondanza di risorse, siano esse minerarie o offerte dal sole. Sta a noi africani tracciare la strada per un futuro climatico verde e resiliente che ci garantisca l’indipendenza energetica, elimini la povertà e protegga la natura.

Mia madre ha coniato una specie di credo che milioni di donne continuano a incarnare, anche se non hanno mai sentito queste sue parole: «Quelle di noi che capiscono, che hanno una forte consapevolezza, non devono stancarsi. Non dobbiamo arrenderci. Dobbiamo perseverare. Dico sempre che sono le persone che hanno più conoscenza ad avere quest’onere. Siamo noi che dobbiamo agire».

Perché, per dirla con le parole della professoressa Mũgo, «le donne stanno arrivando».

© 2023 THE NEW YORK TIMES COMPANY AND WANJIRA MATHAI

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