Vendere l’anima a PutinL’Europa sta apparecchiando una Monaco per l’Ucraina

Gli occidentali che fingono di non avere i mezzi per aiutare Kyjiv e dicono di aver già fatto il possibile stanno tradendo il popolo che difende la democrazia e il mondo libero

AP/Lapresse

All’inizio degli anni Settanta, nella Cecoslovacchia risovietizzata dopo la fine della primavera dubcekiana, il filosofo Jan Patocka, brillante allievo di Edmund Husserl, mentore di Vaclav Havel e con lui successivamente promotore di Charta ’77, indicò proprio nella Praga prigioniera di Mosca il cuore da cui continuava a pulsare l’idea filosofica della libertà europea, che l’oblio della ragione e l’eclissi della coscienza del Novecento aveva fatto precipitare nelle tenebre della guerra e del potere totalitario.

Il suo monumentale “Platone e l’Europa” descrisse la “cura dell’anima”, nel senso prima socratico e poi platonico, come nucleo di un’originale esperienza politica di amicizia e di giustizia tra gli uomini, perché fondata sulla verità non come possesso, ma come esperienza di vita.

A distanza di oltre mezzo secolo, si conferma che c’è più senso e amore dell’Europa nelle terre dell’Europa negata e della speranza europea minacciata dai nemici, tradita dagli amici e sacrificata in un risiko geopolitico orchestrato da “realisti” senza senso della storia e della tragedia umana, abituati a derivare leggi storiche implacabili dai propri ben più implacabili pregiudizi.

C’è più senso dell’Europa e del suo terribile destino nelle piazze di Tbilisi, nelle trincee attorno a Kharkiv e nei Paesi baltici appoggiati alle fauci del drago, che nella gran parte dei paesi fondatori o di più antica adesione all’Ue, intrappolati nei propri imprescindibili “non possumus”, preoccupati di escalation prossime venture e negligenti di fronte a quelle presenti, paralizzati dalla paura che il giocattolo dell’ostpolitik sovietica e post sovietica si sia rotto per sempre e sempre più disponibili a riconoscere a Putin il diritto di tenersi quel che si è preso con la violenza e a garantire a un’Ucraina mutilata una pace bielo-georgiana.

Ormai moltissimi governi europei pensano e alcuni dicono sempre più chiaramente – quello italiano è tra questi – che per l’Ucraina abbiamo fatto il possibile e che se non possiamo fare di più, allora dobbiamo fare altro e quell’altro riporta alla pace di Putin, alla guerra che l’Ucraina non può vincere e la Russia non deve perdere.

C’è mezza America, quella trumpiana, che lavora contro l’Ucraina e forse più di mezza Europa, non solo quella pro Trump, che saluterebbe il ritorno del golpista del Campidoglio come uno scampato pericolo e un viatico per lo status quo ante, come se tutto quello che è successo fino a oggi fosse un incubo o un equivoco da lasciarsi alle spalle.

Di un’Europa che finge di non avere i mezzi per aiutare l’Ucraina per non ammettere neppure con sé stessa di non averne l’intelligenza e la volontà e per esorcizzare la maledizione di un destino comune, Patocka avrebbe detto che ha perso l’anima perché ha smesso di curarsene e perché si è illusa che la salvezza possa coincidere con la perdizione e la capitolazione alla menzogna. Vendere l’anima a Putin per scampare alle sue ire, scambiare la pace di Mosca con la tranquillità di un’Europa deucrainizzata.

Le bombe che continuano a cadere ogni giorno e ogni ora sulla testa delle donne e degli uomini che vogliono essere europei sono anche una responsabilità europea, non solo russa. Che i sistemi antimissile disponibiliimpiegati a difendere il niente non siano utilizzati per sventare la sistematica decimazione degli ucraini significa che, di fatto, c’è già un patto implicito e non dichiarato per creare le condizioni di un preciso percorso negoziale. La Monaco informale per l’Ucraina è già stata apparecchiata. I conti del sostegno economico e militare al Governo di Kyjiv da parte di tutti i paesi membri e delle istituzioni dell’Ue – dell’ordine di grandezza del Pnrr italiano, molto meno del Superbonus – è la perfetta misura dell’ormai insostenibile sproporzione tra le parole e le cose, tra il sostegno dichiarato e il sempre più evidente abbandono dell’Ucraina.

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