Radicare la crescita La seconda vita della biodinamica

Riprendiamo la conversazione con l’esperto in materia Adriano Zago, che ci racconta come porta la sua esperienza e le sue conoscenze nelle aziende che si approcciano per la prima volta a questa realtà

@Adriano Zago

Dopo la prima puntata, torniamo a parlare di biodinamica, con Adriano Zago, consulente e formatore, e proviamo a capire come si sviluppa concretamente il suo lavoro quotidiano, che per lui è quasi una missione. Lo facciamo provando a capire che cosa succede quando un consulente come Zago entra in una nuova azienda e si approccia al lavoro: «Io tifo sempre per essere il meno utile il prima possibile. Mi occupo di sostenere l’azienda nella sua crescita, il nostro claim è “radicare la crescita” perché ho visto crescite estemporanee che poi non si sono effettivamente radicate, ed è un grandissimo peccato. Nell’aspetto sociale ci sono anch’io: quindi presto attenzione alle emozioni che provo entrando, e poi osservo tantissimo. Ascolto tanto, cerco sempre di capire di cosa c’è bisogno, cosa c’è nell’aria, come stanno i campi in termini agronomici. Quindi che attenzione è stata data dall’azienda, dal team al terreno fino ad ora, che relazione c’è con il terreno e con le piante? Se parliamo di viticoltura, quindi, cerco di leggere nel possibile qual è stata la biografia della relazione tra l’azienda intesa come persone e quello che vedo nei campi.

Questo un punto per me fondamentale: non arrivo mai con delle idee mie o delle strategie mie a prescindere. Perché attraverso l’ascolto mi lascio condurre dove penso ci siano i bisogni che poi condivido e su quei bisogni condivisi cominciamo a costruire un eventuale percorso. E questo è per dare centralità alla vitalità, che in una relazione professionale secondo me si trasforma in creatività. La chiamano fantasia morale. Per me la creatività professionale vuol dire arrivare con una cassetta degli attrezzi sempre più ampia possibile. E trovare le zone di intervento, non portare bisogni che non ci sono e cercare di capire come ogni volta ci sia l’attrezzo, la combinazione giusta per quella situazione. L’evoluzione è sempre inaspettata perché poi non si sa mai dove si va a parare. In qualche caso l’ascolto e l’intervento sui dettagli è fondamentale, perché le grandi aziende che hanno già avuto grandi risultati hanno proprio bisogno di piccoli aggiustamenti, piccoli dettagli che però sono fondamentali».

Dettagli sì, ma con la scelta alla base sempre molto ben chiara: «Non si può essere un po’ morti, non si può essere un po’ incinti, quindi è chiaro che non si può essere per metà del terreno convinti del metodo agricolo biodinamico, per l’altra metà no. La parzialità riguarda il tempo, riguarda la progressività. Ormai in tutte le regioni ci sono ottimi esempi e chi vuole andarsi a documentare se funziona o meno non deve provarlo in un ettaro a casa sua, perché può andare a suonare campanelli di viticoltori che sono più che felici di mostrare il loro metodo. Le aziende che scelgono la biodinamica sono entusiaste nell’aprire le porte a chi vuole imparare, a chi vuole confrontarsi, a chi vuole cominciare al metodo. Quindi a chi vuole iniziare dico sempre sei fortunatissimo. Vent’anni fa, quando io ho iniziato, non c’era questa fortuna, non c’era questo progresso tecnico, non c’erano tutti gli studi scientifici che validano il metodo, non c’era la tecnologia, non c’era tutto quello che era già sul tavolo e non c’erano tutte queste aziende. In Italia si stimano esserci circa cinquemila aziende che applicano il metodo agricolo dinamico e abbiamo cominciato da nomi altisonanti come da piccolissimi».

Adriano Zago

E se i numeri sono significativi, quante persone diffondono il metodo in Italia? Secondo Zago, c’è spazio per altri: «Non siamo in tanti. Nel mio lavoro ho sempre fatto il massimo per formare ragazzi giovani, per diffondere il metodo. Ho scritto un libro di venti anni di esperienze, proprio quando ho scoperto che la misura era colma e cominciava a essere un atto egoistico tenermi queste informazioni per me. Quindi ho voluto mettere a disposizione di chi inizia ora la mia esperienza: i pionieri della generazione prima della mia erano più restii, le persone della mia generazione stanno collaborando, e mi sono sempre messo in prima linea per farlo, per me è un asset fondamentale. Secondo me i pionieri per definizione sono incazzati perché le hanno viste più brutte e quindi sono anime più sofferenti, che hanno dovuto combattere con quello che ora ci hanno lasciato.

La generazione prima della mia ha costruito la possibilità per noi di poter portare un metodo in modo più sereno, più validato, più esperienziale, mentre loro dovevano davvero lottare. Per quello io rifiuto questi attacchi esistenziali e il paragone tra agricoltura biodinamica e stregoneria: andava bene vent’anni fa, andava bene dieci anni fa, ma oggi no: o il giornalismo non serve a niente per cui tutte le interviste che abbiamo rilasciato in vent’anni non hanno portato informazioni su questo, o forse si può anche iniziare a parlarne da un altro punto di vista. Io lavoro con la Scuola Holden per poter comunicare quello che faccio, perché il tema è comunicare la complessità. Certo, in un mondo fatto di claim è chiaro che diventa una sfida. Io mi occupo di suolo, di vino e di persone e lo faccio attraverso un metodo che è l’agricoltura biodinamica».

Forse allora dovremmo capire che cosa è cambiato, rispetto al tempo dei pionieri: «Più che i principi, è cambiato il mondo: quello che fa funzionare la biodinamica più che la biodinamica. Tutto quello che è la tecnica, la tecnologia, la scienza, la capacità di investigare, la sensibilità delle persone. Però se vai a vedere gli strumenti che fanno ancora funzionare bene un’azienda agricola biodinamica, quelli che davvero la identificano, sono sempre gli stessi, attualizzati in un contesto ora. Il preparato è lo stesso, il concetto di organismo agricolo è lo stesso, solo che è applicato in un contesto di polifunzionalità agricola, che risponde a bisogni nuovi e quindi si è adattato più che cambiato».

Ma è cambiato anche il modello di persona che si avvicina a questa filosofia produttiva? «Gli agricoltori biodinamici sono puristi visti da fuori, per me che sono dentro non esistono dei puristi. A un certo punto, nella storia, è successo che uno per fare un travaso abbandona il secchio e compra la pompa. Non ci sono mica i puristi del secchio! Quando cominci a lavorare, l’evoluzione è un processo evolutivo-cognitivo. C’è stata una biodinamica che non è evoluta nei numeri, perché per decenni è rimasta in questa immagine di piccola azienda romantica, con i figli alla scuola steineriana. Ma a un certo momento l’abbiamo liberata: perché sono strumenti che funzionano a prescindere, e quando anche il più meccanicistico dei viticoltori dopo un po’ si accorge che funziona, allora comincia un processo di conoscenza che prevede l’approfondimento».

Aver fatto comunicare questa filosofia produttiva a persone non preparate a farlo ha reso tutto più complicato: «Non è secondario che io sia un agronomo e un enologo. I pionieri erano delle grandissime menti coraggiose, intellettuali che hanno costruito un pensiero grazie al quale siamo qui. Ma finché rimaneva una cosa incarnata in una dinamica intellettuale e politica non si riusciva a farle fare il salto che meritava. Nella mia generazione ci capiamo meglio, perché siamo comunque prima di tutto dei colleghi, dei tecnici, agronomi, enologi, viticoltori.

 

Qui la prima parte dell’intervista

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