Tutto da dichiarareLe mamme milanesi, il mio guardaroba e l’illusione di educare i figli al museo

Lo scandalo del giorno è il divieto di merenda al Museo del Novecento, come se dare da mangiare ai puccettoni davanti all’opera d’arte fosse un diritto costituzionale e un PhD in saper stare al mondo

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Questa è la storia di come coi social stiamo sbagliando tutto, di come coi bambini state sbagliando tutto, ma soprattutto è la storia di quanto sia piatta la mia curva d’apprendimento, e di quanto la sua piattezza non sia una rarità.

Questa è una storia che m’è venuto in mente di scrivere a Londra, davanti alla scritta «Niente da dichiarare» in aeroporto, o sempre a Londra, bevendo champagne cattivo alla National Portrait Gallery, o a Parigi, in fila per Rothko, o su uno dei troppissimi aerei che ho preso di recente, mentre venti file più indietro un bambino piangeva.

Era un aereo piccolo, di quelli che fanno i tragitti interni all’Europa e per i quali alcuni dicono sia inutile pagare un biglietto di business, perché tanto la business è solo una tenda tirata a separarti dai poveri seduti in sedili uguali (ma più fitti), è solo la possibilità di bere il succo di pomodoro nei bicchieri di vetro invece che di plastica (ti pare poco).

Era un aereo piccolo e quindi molto rumoroso, e dovevo proprio concentrarmi per rendermi conto che, oltre le divisioni di classe e il rumore di fondo, c’era un bambino che piangeva, ma forte, sgolandosi, e se mi concentravo e lo sentivo pensavo poveretti quelli seduti in sua prossimità, tra cui i suoi genitori, che però insomma: come gli viene in mente di portare in aereo un bambino piccolo?

Lo so benissimo, come. Per la stessa ragione per cui a Parigi c’era la gente in fila coi pupi in collo per entrare alla Fondazione Louis Vuitton, nella vana speranza che quei pupi che da piccoli hai portato a straziarsi di noia e di stanchezza davanti a dei quadri poi da grandi avranno uso di mondo, avranno capito come si viaggia, sapranno le lingue, riconosceranno il bello.

Non è così, e lo sappiamo tutti. Tutti noi che abbiamo preso aerei fin da piccoli, visto il mondo fin da piccoli, finto di apprezzare il bello mentre sognavamo solo di tornare in albergo e ordinare una bistecca dal servizio in camera fin da piccoli.

Più o meno a trentacinque anni, nel mezzo del mio decennio da sei fusi orari al mese, quando facevo una vita che se ci penso adesso mi devo riposare una settimana solo per averci pensato, più o meno allora, a Fiumicino mi fermarono di fronte al cartello «niente da dichiarare», che stavo allegramente superando facendo dondolare i miei cento sacchetti di Barneys e di Saks e di saldi newyorkesi assortiti, sacchetti in cui c’erano scatole di scarpe cui non avevo neanche tolto il cartellino del prezzo, e mica per hybris, macché.

Quando il doganiere mi fermò gli spiegai con la lietezza delle vere sceme che avevo fatto compere ai saldi, e lui mi fece aprire le scatole, si mise lì a fare i conti, e su ogni Louboutin mi fece pagare le tasse e l’Iva, come si fa quando importi nel tuo paese commercialmente svantaggiato merce acquistata all’estero.

La ragione per cui preciso che si trattava perlopiù di scarpe Louboutin è sì quella di far annuire tutte coloro che mi leggevano all’epoca e sanno che le altre, con le vacche grasse di quegli anni, compravano appartamenti, e io compravo Manolo e Lou; ma è soprattutto la cosa più importante che imparai quella mattina: l’aliquota d’importazione per le scarpe di cuoio è più bassa di quella per le scarpe di gomma. Se avessi avuto una passione per le Nike, il salasso doganale sarebbe stato maggiore.

Ora, la prima volta che una zia mi portò a New York era il 1988. Vent’anni prima. E in quegli anni, quelli tra i trenta e i quaranta, facevo avanti e indietro dagli Stati Uniti più spesso d’una hostess. A cosa diavolo avevo pensato servisse, fino a quel mattino, il bivio in uscita dall’aeroporto, quello che divideva chi non aveva niente da dichiarare da chi aveva qualcosa?

Quando me lo chiesero, quando un fidanzato dell’epoca mi chiese come potessi essere così stolida, come avessi potuto non dissimulare gli acquisti in valigia come tutte, io risposi con l’espressione sveglia della mucca che guarda il treno che pensavo che il cartello servisse per chi portava la droga e aveva l’improvviso scrupolo di coscienza di dichiararlo: mai avrei pensato che qualcuno osasse tassare l’importazione del mio guardaroba.

Ora, se prendere centinaia di aerei non aveva insegnato alla me adulta come comportarsi in dogana, come potete pensare che vostro figlio, che vi sbattete a portare in giro per il mondo assicurandovi voi che abbia con sé il passaporto, e dicendogli voi di levarsi le scarpe prima dei raggi X, e spiegandogli voi gli aggettivi giusti da usare per Rothko (sì «potente», no «truffaldino»), come potete pensare che impari qualcosa? Si impara solo se ci si è costretti.

Poiché la vita è sceneggiatrice, mentre mi facevo questa domanda è comparso su uno dei miei gruppi di picchiatelle preferito, Mamis (un gruppo Facebook di mamme milanesi convinte, come quelle d’ogni dislocazione geografica in questo secolo, che i loro puccettoni siano il centro del mondo), un post indignato che parlava di «segregazione» perché a Milano, al Museo del Novecento, avevano vietato al piccino dell’autrice di far merenda coi taralli davanti a non so che opera.

«Sì ma se il bambino ha fame io non è che non gli posso dar da mangiare», si spazientiva una mamma evidentemente convinta che la gratificazione immediata del desiderio faccia aspettare comunque troppo. «E le mamme che allattano al seno?», proseguiva sempre più scossa dalla cosmica ingiustizia impoetica. «Non è che la vita si ferma se hai figli», arringava: primum vivere, deinde portare i bambini di un anno nei musei.

Un’altra rilanciava: «Ho allattato per due anni e mezzo e mia figlia di dieci anni ha decine di musei e un centinaio di voli in tutto il mondo all’attivo» Che sia lei quella cui piangeva la creatura sul mio aereo? Che abbia visto lei in fila col pupo in collo da Rothko?

Di sicuro ella è un’eccellente spiegazione del problema del turismo culturale fatto fare a gente troppo bassa per saper leggere o scrivere: una volta ci si beava dei buoni voti dei bambini; da quando son tutti ciucci con la scusa della neurodiversità, non resta alle mamme che vantarsi di quanto mondo abbiano già visto i loro pupi. Per inciso, io dell’Africa vista a otto anni ricordo solo gli italiani che al villaggio vacanze si avventavano sulla carbonara.

Quando interviene quella che rimprovera il museo del Novecento perché alla National Gallery nessuno fa mangiare i bambini nelle sale giacché c’è la caffetteria, capisco finalmente cosa mi rende inadatta al turismo culturale, e forse anche ai figli.

Una settimana fa ero alla National Portrait Gallery. Che è vicino alla National Gallery, che come tutti i musei ha un bar (in quello del Novecento ho fatto tantissimi aperitivi, pur non avendo mai visto un’opera del museo), e che ha un posto fisso tra le mie ossessioni.

Avevo postato nelle storie di Instagram la solita foto, la foto che faccio ogni volta che vado lì, e poiché da qualche mese le mie storie di Instagram le vedono solo quelli che conosco tutti avevano risposto conoscendo la loro polla: ma certo, la vista dal tavolino del ristorante della NPG in quella scena di “Closer”, son vent’anni che fai ’sta foto, che repertorio corto.

Pensavo che la morale di quella foto e delle a essa risposte fosse: come ci è venuto in mente di trasformare i social da posti in cui parlare a voce alta coi nostri amici a posti nei quali rivolgerci a sconosciuti che non capiranno i nostri riferimenti? Come possiamo aver sbagliato così forte?

E invece poi sono arrivate le mamme milanesi, gente limitata che nei musei ci va per le opere, che non solo lamentava la mancanza d’un bar al museo del Novecento, ma pure alla Fondazione Prada. E quindi ho capito perché non ho mamme milanesi tra le amiche di Instagram.

Perché io e voi, aborigene che non sapete quale sia il miglior panino del Bar Luce ma avete di certo un parere sul valore culturale delle mostre alla Fondazione Prada, aborigene che portano i figli nei musei sperando che così diventino migliori dei figli Ferragni portati dalla madre a Dubai e dal padre a Miami, io e voi, aborigene velleitarie riflessive, io e voi che ci dobbiamo dire?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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