Viaggiare ingabbiatiLa bolla dei bagagli a mano, e la tragedia dei voli low cost

Non si imbarca mai la valigia per nessuna ragione al mondo, anche se si sta fuori per un mese, anche se ti ordinano di farlo

AP/Lapresse

Ho annotato nel sottoscala della ragione da settimane, da quella domenica sera in cui Alessandro Baricco è andato a parlare con Fabio Fazio, che dobbiamo aprire un dibattito su cosa s’intenda per «bolla», la parola più abusata di questo secolo. Su cosa intenda Baricco, su cosa intenda io (abbiamo ragione entrambi), e su cosa intendiate voialtri (avete tutti torto).

Non ho ancora trovato il tempo di concentrarmici, quando vedo una bolla che sta per scoppiare in un titolo dell’Atlantic. Non è una bolla economica, non è una bolla culturale: è un’abitudine, ormai pure le abitudini le chiamiamo bolle e insomma il compromesso lessicale mi pare difficile.

«La bolla del bagaglio a mano sta per esplodere – Gli aeroplani non sono fatti per tutti questi trolley», dice l’Atlantic, e prima ancora di mettermi a leggere penso che la vita è sceneggiatrice. Non tanto perché, invece di leggere, dovrei appunto preparare il mio bagaglio a mano, e prepararlo considerando che ho uno scalo stretto coi tempi a Londra, e chi conosce Heathrow sa cosa significa.

Per non impazzire nell’aeroporto coi controlli peggio organizzati che ci sia, che è anche l’unico aeroporto al mondo i cui responsabili dei controlli siano seriamente convinti che il contorno occhi serva a fare gli attentati, devo ricordarmi di fare la valigia tenendo separati i liquidi, sennò perdo mezz’ora a farmi fermare per vagliare la nitroglicerina nell’olio denso, ed è mezz’ora che non posso permettermi di perdere.

Ma la prova che siamo tutti personaggi drammatici che si esprimono solo comicamente non sta nel mio bagaglio, ma nel bagaglio della tizia che oggi faceva la manicure di fianco a me, e mentre la manicure mi diceva ma come hai il parrucchiere alle nove, perdi l’aereo, lei si è intromessa per confermare la profezia: lo perde sicuro, io l’ho perso.

Ho preso in considerazione l’idea di dirle che non l’avrei perso perché il vantaggio d’avere quattro capelli quattro è che entri dal parrucchiere alle nove e alle nove e venti sei già sul tassì, ma non ho potuto perché lei era già impegnata a raccontarmi in dettaglio l’assurda storia di lei che perde un RyanAir. Quando siamo arrivate al punto in cui deve andare a prenderlo in un’altra città perché l’aereo su cui aveva prenotato è decollato che lei ancora stava al check-in ad aspettare d’imbarcare il bagaglio, mi sono sentita in diritto d’interromperla.

Mi scusi, ma questa non è la storia mia e dell’aereo che dovrei perdere domani: questa è la storia di lei che non sa viaggiare. Non s’imbarca il bagaglio, lo sanno tutti, non s’imbarca il bagaglio neanche se si parte per un mese, non s’imbarca il bagaglio neanche se ti ordinano di farlo.

Mentre la viaggiatrice incapace mi diceva che lei andava a un matrimonio e aveva gli abiti da sera in valigia e non poteva non imbarcarla (gente che non sa mettere un abito da sera nel bagaglio a mano: il turismo di massa è veramente un flagello), mi è tornata in mente la prima volta che ho preso un low cost.

Era poco prima della pandemia, ma questo allora non lo sapevamo, andavo a Parigi a intervistare Paolo Conte, a Parigi bloccata da uno sciopero dei macchinisti ai quali il governo francese voleva levare la pensione a 52 anni o giù di lì (più fancazzisti degli italiani, solo i francesi). Forse è stato proprio in quell’inizio di 2020 che ho capito che era finito tutto, quando un giornale per cui scrivevo mi ha comunicato che per Parigi mi aveva prenotato un EasyJet. Come dice la Aspesi, una volta ti mandavano in prima classe, adesso a piedi.

Comunque. Quel che ho scoperto, in quel mio primo (e penultimo) volo per turisti squattrinati, è che uno dei modi in cui le compagnie low cost risparmiano è posizionando partenze e arrivi a gate così all’estremo limite dell’aeroporto che sono praticamente in un altro codice postale. Quando sono arrivata al mio imbarco parigino, l’aereo era già pieno, e una hostess mi ha detto che il mio bagaglio avrebbero dovuto prenderlo e metterlo in stiva perché a bordo non c’era più posto.

Quando te lo prendono sulla pista, lo mettono assieme a quelli imbarcati o in una terza sezione a me ignota? Insomma, te lo ridanno mentre scendi dalla scaletta o devi andare al nastro bagagli l’attesa davanti al quale fa sembrare quella di Godot una pratica razionale? Non lo saprò mai, giacché non ho mai consegnato un bagaglio sulla pista.

Secondo il giornalista dell’Atlantic, le cappelliere sopra ai sedili scoppiano di bagagli perché nessuno sa infilare i trolley in modo da occupare meno spazio possibile (nessuno sa viaggiare, come la tizia che si metteva lo smalto rosa al mio fianco), e perché nessuno vuole aspettare al nastro bagagli. Ma mi pare il suo articolo tralasci un dettaglio non secondario: la pandemia.

Tra le molte cose di cui è colpevole il periodo pandemico, c’è il ridotto personale negli aeroporti: i bagagli si perdono molto più di prima, la sicumera con cui andavamo al nastro bagagli è molto ridotta. Ogni tanto mi chiedo dove sia quella fila lunga e disordinata di valigie che vidi un paio d’anni fa, erano abbandonate lungo un corridoio dell’aeroporto bolognese, probabilmente in attesa d’essere venute a riprendere. Si sarà operato un ricongiungimento tra i viaggiatori e le loro valigie?

Per questo non imbarco mai e vado predicando di non farlo, per questo e per quella volta che la British mi perse una valigia tra Roma e Los Angeles, e io ero così giovane e scema che ci avevo messo dentro il caricabatterie del Mac arancione, e quando andai all’Apple store a comprarne un altro un commesso ancora più orrendamente giovane di me mi disse che il Mac arancione era fuori produzione, e quindi quel suo caricabatterie con l’attacco tondo loro non lo vendevano più. Non sapete cos’è la disperazione se non siete mai state quarantott’ore in una città lontana senza poter usare il vostro computer (a meno che non siate anche voi orrendamente giovani, e non facciate tutto dal telefono, nel qual caso non abbiamo niente da dirci).

Quella volta a Parigi, alla pista si arrivava scendendo da una scala a chiocciola che era una prova estrema, pure col peso del trolley, forse EasyJet risparmia uccidendo i viaggiatori prima d’imbarcarli. Mentre caracollavo giù dalla scala, strappai l’etichetta che avevano messo sul mio trolley per indicare che andava requisito.

Misi in tasca l’etichetta accartocciata e portai con me a bordo il trolley, necessario come un cucciolo da supporto emotivo. Quando arrivai alla fila trenta e qualcosa, posto centrale, cortesemente prenotatomi dalla segreteria di redazione, c’era un buco a misura del mio trolley proprio preciso nella cappelliera sopra al mio sedile. Sono ormai moltissimi anni che non imbarco una valigia, e se la bolla scoppia io mi sposto un po’ più in là.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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