La mutazione Schlein allontana il Pd dalla linea dei socialisti europei per inseguire il populismo di Conte

La segretaria teme la competizione elettorale con Conte e Fratoianni, e sceglie quel limbo eurocomunista in cui si era già trovato Enrico Berlinguer tempo fa. Auguri!

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Probabilmente Stefano Fassina ha colto il punto: «E se l’astensione del Partito democratico (sul Patto di stabilità, ndr) indicasse un’iniziale maturazione di autonomia culturale e consapevolezza del cambio di stagione?».

Fassina, già esponente del Partito democratico ma da tempo su posizioni di sinistra radicale, se lo chiede gongolando, sperando che, sì, il Partito democratico stia davvero svoltando a sinistra, per usare un’espressione comune. È vero, l’astensione sul nuovo Patto di stabilità è politicamente da leggersi come un voto contrario (come al solito l’astensione è molto comoda per salvare capra e cavoli, lo ha notato Luigi Zanda) perché questo era ed è l’orientamento di Elly Schlein e dei suoi sostenitori.

E dunque abbiamo un Partito democratico che non ha esitato a sconfessare il lavoro di Paolo Gentiloni pur di mettere agli atti «il cambio di stagione», come lo definisce Fassina, rimettendosi i panni di una sinistra più pura schierata contro «l’austerità» e «i tagli alla spesa sociale», slogan che suonano bene e sicuramente portano più voti degli appelli a non aumentare ancora il deficit pubblico, a attuare politiche per la crescita e la produttività, a essere seri in fatto di spesa pubblica, come se far saltare i conti non negasse in radice la possibilità di aumentare la spesa sociale. Ma è fuffa. Propaganda. Perché la posizione di chi vuole tenere a bada i debiti nazionali non è né di destra né di sinistra, ma è connessa all’esigenza di fare debito europeo, molto più efficace e razionale in varie policy, e per questo è anche la posizione del Partito del socialismo europeo oltre che di Gentiloni.

Il sospetto insomma è che il partito di Elly Schlein non voglia farsi scavalcare da Giuseppe Conte – artefice della spesa facile volta a pescare voti – dalla sinistra di Nicola Fratoianni, di cui teme la concorrenza elettorale a causa di candidature insidiose, da Ilaria Salis a Mimmo Lucano, e da Maurizio Landini, che, se come segretario della Cgil non ottiene mai nulla, come potenziale leader di partito è sempre lì in panchina pronto a entrare.

Però non ci sono solo motivazioni tattiche dietro lo spostamento a sinistra del Partito democratico. Intanto c’è da dire che la segretaria ha bisogno come il pane di rinsaldare il rapporto con una sinistra interna sempre più insofferente verso di lei (lo si è visto nella tragicommedia del nome della leader nel logo); e soprattutto pensiamo sempre che Elly Schlein è questa roba qui: attenzione al sociale (e ci mancherebbe) anche calpestando il buongoverno dell’economia, è la sinistra che considera le regole come un impaccio se non addirittura come una macchinazione del capitalismo.

Si avverte questo tic dietro i discorsi di Schlein, Andrea Orlando, Peppe Provenzano, Gianni Cuperlo, lo stesso Pier Luigi Bersani che pure ben conosce i limiti del rivendicazionismo senza regole. Parallelamente viene avanti una evidente contraddizione sulla questione dell’Ucraina. Sulla quale la fermezza della linea, se fosse autentica, non dovrebbe prevedere, anche dal punto di vista della mera logica, la presenza nelle liste di Marco Tarquinio, ottima persona che però – lo ha detto lui stesso – a Bruxelles non voterà mai a favore degli aiuti militari a Kyjiv.

L’argomento per cui il Partito democratico è un grande partito con una molteplicità di voci in questi casi è pura retorica: un elettore che voti Partito democratico anche non dando la preferenza a Tarquinio manderà all’Europarlamento un deputato che sulla questione più importante di questa fase voterà come Conte o Fratoianni. Non ha senso. A meno che – ecco il sospetto – il partito di Elly Schlein non voglia cambiare linea portandosi avanti col lavoro grazie a una candidatura come quella dell’ex direttore di Avvenire.

Se si sommano le due possibili discontinuità, sul debito nazionale e sull’Ucriana – se cioè si sceglie Fassina invece di Gentiloni e il cattoneutralismo di Tarquinio invece della tradizione degasperiana del cattolicesimo democratico – Schlein si troverebbe non solo fuori dell’ispirazione originaria del Partito democratico ma anche da quella del Pse.

Ritornerebbe a ritroso verso una forma di collocazione eurocomunista, nel limbo in cui si era trovato Enrico Berlinguer che ruppe la solidarietà nazionale anche votando contro il Sistema monetario europeo, antenato dell’euro, e contro gli euromissili in dissenso da François Mitterrand e Helmut Schmidt. Oltre la sinistra c’è solo la destra, scriveva un tempo Massimo D’Alema: ma in realtà oltre la nuova sinistra ci può anche essere la vecchia sinistra.

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