Moltissimi anni fa, conobbi un Romanziere Fallito. Egli era del tutto inconsapevole d’essere tale, e infatti stava sempre scrivendo qualche nuovo capolavoro, e anzi aveva il piglio del Grande Intellettuale Incompreso, una figura di cui oggi ci è familiare il profilo d’esilarante tragedia, essendo un portato dei social quello di farci incontrare ogni minuto un GII.
Allora queste dinamiche non erano a fuochissimo per noi normali, mentre erano già chiare a quelli più ricettivi, e infatti fu in quegli anni che Paolo Virzì scrisse “Caterina va in città”: a volte la realtà diventa evidente solo in forma di finzione narrativa, e fu vedendo sullo schermo Giancarlo Iacovoni che accusava le conventicole d’ostacolare il suo successo letterario che capii la tragedia del ridicolo RF.
Un giorno in cui si parlava di vendite, il RF mi disse con gran serietà che era impossibile sapere quant’avesse venduto il proprio romanzo fino alla primavera successiva alla pubblicazione, allorché la casa editrice t’inviava i rendiconti. Io non avevo pubblicato ancora nulla epperciò teoricamente lui avrebbe dovuto saperne più di me, e a ripensarci ora fu quello il momento in cui capii cosa ci avrebbe uccisi tutti.
Non il cambiamento climatico, non i virus, non la fine della guerra fredda, non la sostituzione delle religioni con nuovi deliri: a far finire il mondo sarà il fatto che nessuno sappia più le cose che dovrebbe sapere. Quelle del proprio settore, quelle del proprio mestiere: il barista che non sa fare il cappuccino alla temperatura giusta, il medico che non sa fare una diagnosi, il funzionario editoriale che non sa niente di vendite di libri.
Naturalmente dire che lo capii allora è una finzione da senno di poi: non capii nulla, pensai che il tapino mi mentisse. I Nielsen – i rilevamenti delle vendite editoriali in uso in quegli anni – li guardavo io che lavoravo in tv o alla radio: figurarsi se non li guardava uno che pubblicava libri.
Tra allora e venerdì scorso, quando la fine del mondo mi è infine stata chiara, ci sono stati anni in cui ho pensato che, come ogni minuetto sociale da, boh, Stendhal in poi, forse pure da prima, anche quello delle vendite dei libri si reggesse su finzioni beneducate. Se un giovane aspirante autore mi avesse chiesto cosa fosse importante sapere prima di pubblicare, io gli avrei detto: procurati un amico altrove.
Procurati un editor che non sia il tuo, un ufficio stampa che non sia il tuo, qualcuno che ogni mercoledì sera ti dica spietatamente quante copie hai venduto la settimana prima. Nella migliore delle ipotesi, il tuo editor sarà diplomatico, e ti dirà la frase che gli editor pietosi (quelli che fanno la piaga purulenta) dicono agli autori fragili: è partito benissimo, dati precisi non ne ho ma ho ottimi riscontri.
Nella peggiore, sarà impreciso, ritardatario, non ti comunicherà i dati magari fino al venerdì, si sbaglierà e ti darà quelli della settimana prima, insomma sarà convinto d’essere un intellettuale e non un commerciante, e tu invece vorrai sapere quanto, come tutti: mica sei diverso dai televisivi che alle dieci e zerouno si gettano sull’Auditel come sugli spaghetti di “Miseria e nobiltà”. L’unica cosa per cui non puoi rivolgerti altrove sono i dati degli ebook, quelli li sa solo il tuo editore, e purtroppo devi fidarti.
Questa è una delle molteplici evenienze in cui v’illustro quanto non capisco il mondo: fino a venerdì scorso, io ero convinta che lo facessero tutti. Lo fanno tutti quelli con cui parlo, e già conoscete quella questione dei limiti del nostro sguardo equivalenti ai limiti del mondo. Tutti quelli con cui parlo passano il giovedì a dire ma hai visto Caio quant’ha venduto poco, ma hai visto Sempronio che darei un rene per i suoi numeri ma lui invece soffrirà perché è secondo.
Poi è arrivato venerdì scorso, e ho scoperto che là fuori c’è un mondo di idraulici che non sanno riparare i tubi e funzionari editoriali che non sanno come siano strutturate le rilevazioni Gfk, altro che precipitarsi ogni mercoledì sera a informarsi sugli aggiornamenti.
È accaduto che venerdì scorso un Ex Editore, l’erede naturale di Bob Dylan (When you ain’t got nothing, you got nothing to lose) e Loredana Berté (amici non ne ho), abbia deciso di fare in un pubblico post su Facebook ciò che tutti quelli che conosco fanno nelle chat private tutto l’anno: fotografare i dati di vendita degli altri.
Gli altri in questo caso sono i dodici libri che sono in semifinale allo Strega, e nel mondo editoriale succede così poco e sono così tutti amici di tutti (tutti tranne l’Ex Editore) che nessuno si è astenuto dal commentare sui social questo gesto (nessuno, per quel che ho letto, dicendo l’unica cosa che andasse detta, cioè quant’è scivoloso il confine tra percepirsi scomodi ed essere più banalmente disadattati).
Loredana Lipperini ha fatto presente che i numeri sono calati e le duemila copie che dieci anni fa avremmo guardato sghignazzando ora sono considerate un numero dignitoso, e io mi sono ricordata di quell’amica con cui ci telefoniamo raccapricciate ogni volta che qualche editore ci dice che per un saggio cinquemila copie sono considerate un grande traguardo. Ne prendiamo atto, ma se questi sono i numeri l’editoria come campa? (Col metodo che gli americani chiamano «lanciare gli spaghetti contro il muro»: pubblicando tantissima roba, facendosi il segno della croce, sperando che qualcosa attecchisca e ogni tanto ci scappi un Vannacci).
Una romanziera che quest’anno non è allo Strega ha commentato la pubblicazione dei numeri con «Tra un po’ pubblicheranno i nostri conti in banca», e io un po’ la capisco: sono anni che dico a tutti i registi che conosco di fare solo film per le piattaforme, non c’è niente di più umiliante che aprire il Cinetel (i dati d’incasso cinematografici) e vedere che il proprio film che una volta avrebbe incassato dieci milioni ne ha incassato uno. Però non è chiarissimo perché chi scrive la tv o il cinema debba avere abbastanza pellaccia da sopportare che tutti sappiano dei suoi insuccessi, e lo scrittore di romanzi invece vada protetto dalle paure dalle ipocondrie e dai resi.
Resi che, ho scoperto in questo weekend di paura e delirio del Gfk, nessuno ha capito come funzionino. Così come non hanno capito come funzionino le cadenze (giuro che ho letto addetti ai lavori che dicevano: sono dati mensili), o da dove vengano i dati (giuro che ho letto addetti ai lavori che dicevano: Amazon non è inclusa). Ed è tutta gente che lavora in editoria (o almeno: che si attribuisce mestieri editoriali nelle bio social). Poi ci meravigliamo se il chirurgo ci ricuce lasciandoci una garza tra le budella.
Quelli che li vogliono difendere dicono: eh ma poverini, lavorano per piccoli editori che non hanno i Gfk, e su Google non c’è niente. Che è un po’ come dire: eh ma poverino, lavora in clinica e su Yahoo Answers (che credo non esista neanche più, ma mi rifiuto di far plasmare la mia splendida similitudine alla realtà) non trova risposta a «come funzionano gli ospedali?».
No, davvero, non dettaglierò l’invettiva quanto vorrei per non andare troppo fuori tema, ma: quand’è che vi siete convinti che Google non sia ciò che è (il posto dove cercare conferme a informazioni che già si hanno) ma possa servire a farsi una cultura, a conoscere un settore, a capire cose che non avete studiato? Quand’è che gli è stato demandato il ruolo che prima aveva la conversazione? Se anche nell’ufficio in cui lavorate non ci si occupa di volgarità quali i dati di vendita, possibile che non parliate mai con nessuno del vostro settore? Possibile che non siate curiosi? Non sareste più adatti a tirare la sfoglia che a fare libri? Va bene, mi calmo: torniamo alle tabelline delle vendite della dozzina dello Strega.
Poiché hanno tutti amici, molti si sono concentrati sulla mancanza di contesto. Che tradotto significa: le quattrocento copie della Tale Autrice sembrano poche ma dovete tenere conto che è uscita da soli due mesi, mica come la Talaltra Autrice che è uscita da tredici mesi e per forza sta a diciannovemila. Che è vero, che è falso.
Tutti sanno – no, scusate: forse non lo sanno, io continuo a dare per scontato che la gente sappia di cosa parla quando parla del proprio lavoro, devo togliermi ’sto vizio – tutti dovrebbero essersi accorti che i libri si vendono, quel poco che si vendono, quando escono. Le prime settimane, nei casi migliori i primi mesi, prima che arrivino le nuove uscite e si debba far spazio sugli scaffali delle librerie. Rarissimi sono i casi (chessò: Stefania Auci) di libri che continuino a vendere stabilmente per un anno (per più anni, nel caso Auci).
Formulato altrimenti: la Talaltra Autrice, l’anno scorso, quand’era uscita da due mesi, di copie ne aveva vendute ottomila, mica quattrocento. Formulato altrimenti: magari lo Strega quest’anno fa un miracolo mai fatto, cioè moltiplicare le copie non solo del vincitore ma anche dei concorrenti minori, ma in assenza di miracolo le quattrocento di questi due mesi tra un anno non saranno quarantamila. Formulato altrimenti: il confronto semmai lo devi fare tra la Talaltra Autrice e la Talaltra Ancora Autrice, che in meno di due mesi è a diciassettemila, e chissà in tredici dove può arrivare.
Dopodiché io quando voglio consolarmi vado a leggere le lettere tra Francis Scott Fitzgerald e il suo editor, in cui, tra un chieder soldi di FSF e l’altro, hanno le stesse meschine preoccupazioni nostre (di noialtri che il mercoledì guardiamo i Gfk, non di voialtri che v’illudete che i numeri non si sappiano fino ai rendiconti).
Ernest arriverà a cinquantamila o i lettori lo tradiranno per Remarque? Il libro di Bunny Wilson è fermo a tremila, ha avuto ottime recensioni ed è un successo «tra certuni, ma per il grande pubblico contiene troppo pensiero».
Era il 1929, e l’editor era disposto a convincersi che, se un libro non vendeva, c’entrasse la Grande Depressione. Figurarsi se, cent’anni dopo, non ci siamo evoluti nell’unico modo possibile: la capacità di trovare scuse sempre nuove per i nostri insuccessi.