Merda d’artistaHo scritto dieci volte «cacca» per spiegare il mercato editoriale e l’antifascismo

Noialtri che il mercoledì sera stiamo lì a controllare i dati Gfk sulle vendite ci disperiamo per i libri in cima alle classifiche, ma non dovremmo. Siamo relitti del Novecento e del suo feticismo per la lettura

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Quando ancora non avevo smesso di scrivere libri, ogni volta che ce n’era uno uscito da poco il mio editor ogni settimana mandava una mail a me e alla mia agente, comunicandoci i dati di vendita e il di lui entusiasmo (vero o simulato).

Mi faceva sempre molto ridere che questa mail arrivasse il venerdì mattina. I dati Gfk, le certificazioni di vendita da cui tutti, editori e scrittori, apprendono come sono andati gli affari quella settimana, vengono caricati sull’apposito portale il mercoledì sera.

Come tutti quelli con un libro fresco, io conoscevo le mie vendite un minuto dopo il caricamento, e invidiavo molto la mollezza con cui lui si prendeva quaranta ore per chiedersi quante copie avessimo piazzato quella settimana. Gli editori, che pure hanno più da guadagnarci, sono meno nevrotici degli autori rispetto ai numeri. I più scarsi di loro sono però inconsapevoli di questo vantaggio e pensano, quaranta ore dopo, di poterti dare una notizia.

Potrei mentirvi. Potrei dirvi che la lettura preferita dei letterati sono i dati Gfk perché essi ci dicono come va il mondo, cosa interessa alla gente, qual è lo spirito del tempo. Ma la verità è che ogni autore si sente in competizione con ogni altro autore.

Nell’ultimo romanzo di Zadie Smith, “L’impostore”, la governante che vive a casa dello scrittore e una mattina lo vede di malumore va a controllare sul giornale se ci siano notizie che possano averlo storto. La morte di un amico o, quel che sarebbe più grave, il successo di un amico.

Lo diceva Gore Vidal, non che il fatto che l’abbia detto qualcuno di noto cambi qualcosa: il successo non è abbastanza, bisogna che tutti gli altri falliscano. Ci ho messo un sacco di tempo a ritrovare la citazione perché Google pensa che abbiamo bisogno tutti di spinte motivazionali, e quindi a cercare “success” e “failure” vengono fuori le frasette di chiunque, da Coelho a Obama, sull’importanza di rialzarsi dopo ogni fallimento.

Ma torniamo alle vendite dei libri, il dato più millantato in un’epoca in cui i numeri non vogliono più dir nulla. Il mio preferito è l’autore – il cui libro sta vendendo cifre per le quali io darei un rene – che, scontento del fatto che vendere molto non basti a stare tra i primi, posta ogni giorno classifiche tematiche di Amazon, entusiasmi di librerie di quartiere, e altri parziali dai quali risulti primo; per dire ai suoi follower, appunto, che il suo libro è primo.

Ha ragione lui. Al grande pubblico non puoi dire «la settimana di Natale ho venduto seimila copie, che sembrano robetta ma con ’sti chiari di luna sono tantissime», sennò non solo pensa tu sia uno sfigato ma c’è anche il rischio che intuisca quanto sono miserabili i numeri complessivi dei libri. Al grande pubblico devi dire una cosa che capisca e che sia incontrovertibilmente segno di successo: primo.

Poi ci sono i numeri pubblicitari, che sono sempre inderogabilmente falsi: la pubblicità, così come le fascette sui volumi, viene fatta con la cifra della tiratura, cioè dei libri che l’editore ha stampato in caso qualcuno voglia comprarseli, non con la cifra che hai venduto. A volte c’è una terza cifra, che è quella che gli editori dicono agli autori più isterici, mentendo al rialzo, e che i tapini ripetono a tutti, convinti sia vera. (Tra i tutti c’è sempre qualcuno che ha guardato i Gfk e sghignazza dell’illuso).

L’altro giorno mi hanno fatto vedere il post d’un derelitto che ha venduto milletrecento copie in otto mesi e che informava i follower circa il fatto che il suo tomo «continua a vendere molto più della media». Una volta avrei pensato: il solito mitomane. Adesso penso: poverino, chissà con che balle lo tiene buono l’editore (sperando il tapino dimentichi le comunicazioni di grandi successi e plurime ristampe prima dei rendiconti che, a metà dell’anno successivo, gli comunicheranno spietati che non gli spettano danari giacché le sue misere vendite non coprono neanche il misero anticipo corrisposto).

Sto divagando più del solito perché devo arrivare a ciò di cui intendo scrivere, e ciò di cui intendo scrivere è lessicalmente assai imbarazzante. Certo, il Nobel non l’ha preso Philip Roth, non l’ha preso Tom Wolfe, posso arrendermi al fatto che non lo prenderò neppure io, e quindi tanto vale che mi rassegni e venga al dunque di questo articolo sui numeri della settimana di Natale, quella in cui si vendono più libri in tutto l’anno, e lo faccia usando quella parola.

Avevo notato la tendenza già da svariate settimane, e mi chiedevo se sarebbe durata nella settimana in cui si comprano i regali. Regali che una volta erano il libro di Bruno Vespa e ora sono evidentemente quello di Aldo Cazzullo, come dimostra non tanto la meno di metà delle copie natalizie (quindicimila e qualcosa contro trentatré e qualcosa) ma il fatto che, seppure nel doppio delle settimane dall’uscita, Cazzullo abbia venduto il triplo di Vespa (centoquarantaquattromila contro quarantacinquemila).

Sono quindi andata a controllare la settimana di Natale per capire se, nei giorni in cui abbiamo comprato quarantunmila copie di Volo, trentasei di Carrisi, trentuno della Giannone, avessimo continuato a comprare gli impresentabili titoli che vedevo tra i più venduti già da un po’, e che si somigliano tutti giacché, un po’ come quando dopo “Harry Potter” ogni editore voleva il suo bravo libro con un mago, anche questa tendenza è ovunque, nel fast fashion librario.

La risposta è sì. Anche la settimana in cui abbiamo comprato tomi da portare alle cene di famiglia, in omaggio alla nonna, da regalare ai colleghi o al dentista o al commercialista, anche quella settimana lì tra i più venduti c’è stato “Quiz da fare mentre fai la cacca” (quasi quindicimila copie la settimana di Natale – e senza che l’autore si bulli sui social – e centodiciassette in totale), e c’è stato “Crimini e misteri da risolvere mentre fai la cacca” (quattordicimila, un decimo del totale).

Ma non conosco un autore di romanzi da cinquina dello Strega o un saggista che voglia incaricarsi di sistematizzare il presente che non stapperebbe lo schiumante anche solo per i numeri di “Enigmi da risolvere mentre fai la cacca”, “Quiz di Natale da risolvere mentre fai la cacca”, “Caccasutra”, “Meditazioni da fare mentre fai la cacca”, “Curiosità da scoprire mentre fai la cacca” e altri titoli tutti ben piazzati nelle vendite, tutti simili, e tutti con un elemento fisso.

Ora, accantoniamo per un momento la certezza che nessun autore stimabile in nessun secolo in nessun posto del mondo ha mai trascritto così tante volte la parola “cacca” e che quindi il mio Nobel s’allontani sempre più. Forse, i Gfk sono come le visualizzazioni su YouTube.

Quando, a Sanremo, sta per entrare uno che non abbiamo mai sentito nominare, viene sempre annunciato con strabilianti fantastiliardi di visualizzazioni il cui scopo è dirci che è famoso e di successo seppure a noi ignoto, giacché il mondo è fatto a nicchie e siamo noi a non dover restare indietro rispetto a uno il cui successo è certificato dai numeri.

Però poi arriva, non so, Gianni Morandi, e nessuno si prende la briga di dirci in quanti abbiano visto “Fatti mandare dalla mamma” in quel pezzettino di film del 1965 caricato su YouTube, non abbiamo bisogno di nessuna certificazione, perché Gianni Morandi è Gianni Morandi: mica gioca nello stesso campionato dei successi stagionali.

Forse Viola Ardone e Stephen King non dovrebbero porsi il problema che a Natale i loro libri siano stati meno regalati di “Quiz da fare mentre fai la cacca” – e sono sicura che non se lo pongono, sicuramente sono più equilibrati di noialtri che il mercoledì sera stiamo lì a controllare chi è andato male e chi imperdonabilmente bene – o comunque dovrebbero considerare la manualistica sulla cacca un fallimento dal quale imparare lezioni più importanti di quelle dei successi, come raccomandano Marilyn Monroe e Nelson Mandela e un po’ chiunque (non capisco perché Google non mi sfoderi Samuel Beckett, neanche i prontuari di citazioni son più attendibili).

Forse però il problema di questi dati che ci dicono che “libro” non significa niente, non è una parola che mi dica qualcosa di te che lo compri, che lo leggi, che dici frasi fatte come «mi piace leggere», forse questo problema dovremmo porcelo tutti quanti – non in quanto autori di libri, ma in quanto relitti del Novecento e del suo feticismo per la lettura.

Forse dovrebbero porselo Elly Schlein e Chiara Valerio. In un’incredibile conversazione postata sul TikTok di Robinson (l’inserto libri di Repubblica), la prima diceva alla seconda «sicuramente leggere, leggere tanti libri, e quindi essere aperti nel confronto con le diversità, può far sviluppare tanti anticorpi compresi quelli antifascisti».

Ah, vedi. Quindi tutti questi enigmi e quiz e crimini e misteri e tentativi di invertire la tendenza per cui al cesso mica ti porti più un libro, hai il cellulare coi suoi giochini, tutto ciò indica che l’Italia sta andando a sinistra. Quindi il tizio che proclamava antifascismo alla prima della Scala era parte d’una svolta che culmina in libreria. Quindi aveva torto Gaber, a dire che il cesso è sempre in fondo a destra.

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